CARMELO ABBATE.
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IL REGNO DEI CASTI.
Viaggio segreto nell'anima nera della Chiesa degli uomini.
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Parte 3.
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Edizione  Nuova ed .
2017. Editrice PIEMME, MILANO.
ISBN 978-88-566-6062.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Quaranta.
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Londra. Entro nella hall dell’albergo e lo intravedo: una sagoma scura rivolta verso l’ingresso.
Il suo viso rossastro stona con l’abito talare nero.
Sto cercando un prete irlandese. Se lo stereotipo non mi inganna, non può che essere lui.
Gli vado incontro, lui mi aspetta immobile. Di primo acchito, mi trasmette una certa solennità.
L’abito è impeccabile, il collare avvolge un collo fresco di rasatura dal quale si spande un
intenso profumo di dopobarba. I finimenti sono quelli del prelato di alto rango.
Anche se la Chiesa non l’ha mai riconosciuto come tale, Pat Buckley si è autoproclamato
vescovo dodici anni fa. Un anello vescovile con una gemma rossa luccica sull’indice della mano destra,
mentre dal collo pende una vistosa catena d’oro. Il crocifisso non si vede.
Ha le labbra sottili e il volto lattiginoso è cosparso di lentiggini appena percepibili. Sul naso
pronunciato e vagamente all’insù poggiano un paio di occhiali dalla montatura leggera. Nell’insieme,
gli occhiali sono certamente il dettaglio più sobrio. Gli occhi sono verdi e vivaci, espressivi. Due folte
sopracciglia rosse fanno da preludio a una fronte alta e spaziosa. Il profilo delle tempie viene tracciato
in modo approssimativo da un’acconciatura anch’essa fresca di toeletta. I capelli sono rossi, ma
qualche riflesso bianco sopra le orecchie smaschera la tintura.
Il fisico è forte e robusto, non proprio quello tipico del cardinale romano.
Nel complesso, dai singoli dettagli trapela una personalità ben più burrascosa di quanto
l’apparenza solenne possa suggerire. I modi diretti lo confermano.
Pat parla in modo articolato e chiaro, ma pesca a mani basse tra le forme idiomatiche più
popolari, enfatizzandole con sguardi divertiti e risate di pancia.
Sembra una specie di don Camillo irlandese. Con un’unica grande differenza: bishop Pat è gay.
Pat Buckley nasce nel 1952 in un piccolo paese nella campagna irlandese. È il più grande di
diciassette figli: «Una volta, in Africa mi chiesero: ma quante mogli ha tuo padre? Una sola, risposi».
Nel 1969 entra in seminario a Clonliffe. In un primo momento fatica ad adattare il suo
temperamento alle regole del posto, tanto che viene espulso.
Poi frequenta un altro seminario e viene ordinato prete.
Ha ventiquattro anni. Dopo una prima esperienza in Galles, diventa parroco della St Peter’s
Cathedral di Belfast, Irlanda del Nord. Ma presto entra in conflitto con il vescovo Cahal Daly.
La situazione tra i due precipita. Nel 1986 Pat riceve un’offerta: prendi diecimila sterline e
trasferisciti in California.
Pat rifiuta e viene rimosso dal suo incarico. Lui non ci sta, si barrica in casa e non lascia entrare
il suo sostituto. Crea una cappella al piano terra e diventa indipendente.
Celebra matrimoni tra omosessuali e divorziati.
Crea Bethany, associazione che offre supporto psicologico a donne che hanno avuto relazioni
con preti cattolici. L’associazione non funziona secondo un’agenda prestabilita, fatta di sedute di
gruppo. Buckley incontra le donne una alla volta, offre sostegno e le mette in contatto le une con le
altre. Dal 1992 a oggi, Bethany ha prestato aiuto a centoventi donne.
Bethany non è l’unica esperienza del genere. In Inghilterra è attiva anche Sonflowers, un
gruppo di supporto messo in piedi da Adrianna Alsworth, una donna che a sua volta ha avuto due figli
da una relazione con un prete cattolico.
Ho tentato di intervistarla. Alla mia prima e-mail, dopo avere letto del progetto del libro, mi
risponde: «It sounds good», suona bene, interessante. Tuttavia, il giorno fissato per l’appuntamento mi
dà buca «perché oggi sono proprio occupata». Scompare. Le riscrivo un’altra e-mail. Mi risponde che
ha contratto un «fastidioso virus» e che si rifarà viva. Non l’ho più sentita.
Torniamo a Pat Buckley.
Nel 1998, sotto minaccia di scomunica, si autoproclama vescovo. A questo punto, secondo il
diritto canonico, la scomunica scatta in automatico.
Ma i colpi di scena non sono finiti. Qualche anno più tardi, nel 2002, Pat dichiara la sua
omosessualità dalle colonne del «News of the World».
Why I want the world to know I am gay, «Perché voglio che il mondo sappia che sono gay»,
recita il titolo a cinque colonne in prima pagina.
Nel marzo 2010 si unisce civilmente con il compagno filippino Eduardo Yango.
Questo è Pat Buckley.
La prima domanda serve a fare chiarezza: sei ancora ufficialmente un prete cattolico?
«Sono ancora un prete cattolico. Ho sempre sognato di esserlo e sono passati ormai
quarant’anni dalla mia ordinazione. Oggi sono più felice che mai. Non ho nessun problema con la mia
fede e con il mio sacerdozio.»
Partiamo dall’inizio, dal seminario.
«Sono entrato in seminario a diciotto anni e sono stato ordinato a ventiquattro.»
Ma prima eri stato espulso da un altro seminario. Perché?
«Perché non mi svegliavo presto la mattina e non andavo a qualche noiosa lezione. Ma dentro
quelle mura l’omosessualità era veramente un problema.»
In che senso?
«Nel senso che avevano luogo molti rapporti omosessuali. A volte perché le persone erano gay,
a volte solo perché avevano bisogno di uno sfogo sessuale. È una reazione molto comune. Io lavoro
molto con i carcerati e molti di loro hanno rapporti sessuali perché i loro istinti sono repressi.»
E i capi cosa dicevano?
«Facevano finta di niente. In Irlanda diciamo: se vedi un maiale con due teste, stai zitto. Perché
tanto non ti crede nessuno. Lì mi resi conto che quella del prete stava diventando una professione dalla
spiccata indole omosessuale.»
Ok, diventi sacerdote, arrivi a Belfast. Anche lì, però, hai un bel po’ di casini.
«Sono arrivato in Irlanda del Nord in un momento di grande tensione. Le questioni sociali mi
hanno coinvolto parecchio. Poi è arrivato un vescovo ultraconservatore che mi voleva chiuso in
parrocchia a pregare. Mi ha trasferito tre volte, prima di offrirmi diecimila sterline perché me ne
andassi in California.
Gli ho risposto che non ero una merce da esportazione, non ero una Guinness. Mi sono rifiutato.
Poi ho scoperto alla radio di essere stato licenziato e che il mio sostituto stava arrivando.
Così mi sono rifiutato di farlo entrare in casa. Ho trasformato il piano terra in una cappella e
sono ancora lì.»
Era solo una questione di incompatibilità tra te e il vescovo o c’era dell’altro?
«Le mie posizioni molto liberali e critiche verso la Chiesa davano fastidio. A quel tempo
l’Irlanda era molto conservatrice, molto cattolica: i vescovi e i preti stavano su un piano sociale
rialzato, tutti gli altri molto più in basso. Io ero quello che tentava di cambiare questo status quo e
facevo di testa mia.»
Come sposare persone divorziate e autoproclamarsi vescovo. Sembra troppo.
«In Irlanda si dice: meglio essere impiccato per una pecora che per un agnello. Così, senza il
permesso di Roma, sono diventato un vescovo.
Per tutto questo tempo ho lavorato con persone che la Chiesa considera pecore nere: divorziati,
gay, donne amanti di preti.»
Scusa ma non ho capito bene: sei stato scomunicato o no, alla fine?
«No. Hanno detto che mi ero scomunicato da solo nominandomi vescovo. Ma noi cattolici
crediamo che, se sei un prete, lo sei per sempre. Possono strappare la tua membership card, ma non
impedirti di essere un prete cattolico. E io sono una persona libera, un prete libero.»
Cosa fa un prete libero?
«Parla con persone alle quali la Chiesa non rivolge la parola. Dice sì, e non sempre no. Certo, è
importante avere una morale comune, ma quando un’istituzione diventa troppo grande le regole la
soffocano.»
E Bethany?
«Nel 1992 è scoppiato il caso del vescovo di Galway, Eamon Casey. È saltato fuori che aveva
avuto un figlio da una donna statunitense.
Le persone rimasero molto scioccate. Credevano che i preti e le suore fossero tutti dei santi.
Figurati, noi da bambini credevamo che si facessero operare per non dovere nemmeno andare in bagno.
In quell’occasione parlai di Casey come della punta di un iceberg. Al che le gerarchie
ecclesiastiche risposero che spargevo voci maliziose.
Qualche tempo dopo, una donna mi chiamò dicendomi: sono un’altra di quelle voci.»
Quante sono queste voci?
«Se dovessi fare una stima in base alla mia esperienza, direi che l’80 per cento dei preti ha
avuto relazioni sessuali più o meno durature in qualche momento del sacerdozio. Alcuni si rivelano
anche dei partner molto affidabili. Altri invece non fanno che usare il collare per attrarre le donne.
Negli ultimi anni, l’abito talare è diventato sinonimo di acchiappa-passere, chissà per quale motivo,
ma sembra che le donne ne siano molto attratte.»
E per tua esperienza diretta quante donne amanti di preti hai assistito?
«Ho raccolto centoventi donne. Ben sei di loro hanno figli, quattro sono state forzate ad
abortire. In due casi il prete è andato con loro a Londra e ha pagato l’operazione. In Irlanda l’aborto
rimane illegale.
Due avevano una storia con lo stesso sacerdote. Un altro prete aveva relazioni con sei donne.
Io stesso ho ricevuto molti inviti di donne che volevano venire a letto con me. Anche da suore.»
Da suore?
«Certo. Bethany si è occupata anche di molte suore. È quella che all’interno della Chiesa è
conosciuta come la terza via: prete e sorella soddisfano reciprocamente i loro istinti, hanno una
relazione. Tutto è molto sicuro, perché nessuno dei due può parlare.
Nella mia vita ho incontrato quattro suore attratte da me. Una mi rubava pure la biancheria
intima.»
Che idea hai del celibato?
«È un principio molto importante. Ma la maggior parte delle persone non è all’altezza.
Dovrebbe essere opzionale.»
E tu come sei messo in fatto di celibato?
«Io sono gay. Non ho voluto accettarlo per molti anni. Vado a messa sin da quando avevo
quattro anni. Sono sempre stato molto religioso. In quanto tale, mi è stato insegnato che lo spirito era la
mia parte buona, il corpo quella cattiva.»
Quando hai scoperto di essere omosessuale?
«Lo sapevo sin dalla pubertà, ma non potevo ammetterlo con me stesso. Così sono rimasto
celibe fino a trentaquattro anni. Non appena avevo un pensiero malizioso correvo a confessarmi,
supplicavo Dio di perdonarmi.»
Dopo che l’hai scoperto, però, l’hai tenuto nascosto.
«Non era facile uscire subito allo scoperto. Poi mi sono ammalato anche per lo stress di vivere
quella doppia vita. Sentivo il bisogno di riconciliare la mia parte spirituale con quella più fisica, più
carnale. Sono stato cinque anni in cura da uno psicologo junghiano.»
Dopo di che hai vuotato il sacco.
«Mi sono chiuso in un albergo per due giorni e da lì ho pubblicato la mia storia sul "News of
the world", per il quale già collaboravo da anni. L’ho fatto per me stesso, ma anche per aiutare meglio
chi si rivolgeva a me per lo stesso conflitto interiore.»
Reazioni?
«Soprattutto stima e comprensione, un paio di reazioni negative per lo più da persone ignoranti.
Pensa, qualche giorno dopo avevo un matrimonio in un villaggio nel centro dell’Irlanda, in una zona
molto cattolica. Lo confesso, ero abbastanza nervoso. A un certo punto un uomo mi viene incontro, con
le sue grandi mani da contadino: "Sei tu Buckley?".
Io avrei voluto fare finta di niente, ero molto teso, avrei voluto rispondergli: Buckley, chi?
Invece sì, ero io Buckley.
Allora lui mi stringe la mano e dice: Mi sono sempre piaciute le persone oneste.»
Che cosa è cambiato nella tua vita di prete dopo questa confessione pubblica?
«Molte più persone si sono rivolte a me. Ora posso essere onesto fino in fondo. Prima era come
se fossi in prigione. Ora sono un uomo libero.
L’istinto sessuale è un istinto innato. Se un uomo si trovasse da solo in Africa, farebbe sesso
con una scimmia. Una volta ho trovato un prete che faceva sesso con il cane. Reprimere l’istinto
sessuale può rovinarti la vita.»
Quarantuno
Il coming out pubblico spesso viene visto come la liberazione da un incubo.
Una volta che tutti hanno saputo, si aprono i rubinetti della verità.
Padre Sebastian, cinquantadue anni, si concede alle telecamere del regista tedesco Peter
Schmidtnel documentario Gay al cospetto di Dio, realizzato per la televisione tedesca nel 2006.
Parla senza mostrare il suo volto. Ha paura delle ritorsioni.
E vuota il sacco.
Ma non è il solo. In tutto, i protagonisti del video di Schmidt sono tre.
Tra questi, padre Theo Koster, cinquantasei anni, frate domenicano che vive in Olanda: «Il papa
dovrebbe parlare con noi preti omosessuali e cercare di capirci. Si renderebbe conto che non
costituiamo una minaccia per la Chiesa, ma una grande ricchezza che aspetta di essere valorizzata».
Il terzo intervistato è il diacono Christian Leutenegger, quarantasei anni, che una decina d’anni
prima era salito sull’altare della sua parrocchia di San Gallo, in Svizzera, e si era rivolto ai fedeli con
queste parole: «Ebbene, amici, devo dirvi una cosa: sono omosessuale».
L’11 aprile 2010, il vescovo della città tedesca di Essen, Franz-Josef Overbeck, ospite di una
trasmissione sul canale ARD, ribadisce davanti a milioni di ascoltatori: «Vivere la propria
omosessualità costituisce un peccato».
Nelle stesse settimane l’allora segretario di stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, afferma
in pubblico che esisterebbe un rapporto di causalità tra pedofilia e omosessualità. Testuale: «È stato
riconosciuto da molti psicologi e psichiatri che non c’è legame tra celibato e pedofilia. Molti altri
studiosi, però, hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia».
Il teologo cattolico tedesco David Berger non ci sta. È troppo.
Sospettato di intrattenere una relazione omosessuale, l’anno precedente Berger era stato
cacciato dall’accademia papale di San Tommaso d’Aquino a Roma, dove insegnava.
Il 23 aprile pubblica a sua firma un articolo di fuoco sul quotidiano «Frankfurter Rundschau».
Titolo: Non devo più tacere.
Nell’articolo, oltre a parlare senza vergogna della propria omosessualità, Berger lancia un
j’accuse pesante nei confronti dell’establishment vaticano, portando allo scoperto un perfido sistema di
oppressione perpetrato dalle alte sfere ecclesiastiche ai danni dei religiosi omosessuali: «Si deve sapere
che un vasto numero di preti in Europa e negli Stati Uniti sono inclini all’omosessualità. La peggiore
situazione nella Chiesa cattolica è quella dei preti omofili che combattono disperatamente contro la loro
stessa sessualità».
David Berger ha di recente pubblicato un libro sull’esperienza vissuta in seminario, dal titolo La
Santa Illusione, in cui accusa senza mezzi termini la Chiesa di Roma di condurre una politica «ipocrita
e bigotta nei confronti dell’omosessualità».
In particolare, Berger denuncia la presenza crescente di inquietanti sette omofobe che, in un
clima di caccia alle streghe, sfrutterebbero l’omosessualità altrui come potente arma di ricatto: a molti
religiosi omosessuali si permette entro certi limiti di fare carriera, ma non appena sorgono motivi di
invidia o rivalità, di colpo l’omosessualità diventa una potente arma per screditarli.
«La verità è che in certe alte sfere della Chiesa si è soliti raccogliere, di nascosto, informazioni
sugli omosessuali per poi ricattarli.»
Ma l’uscita più eclatante è stata sicuramente quella di padre Bernard Lynch.
Lui non è un prete qualunque.
Lo incontro per la prima volta alla manifestazione di protesta contro la visita di stato di
Benedetto XVI nel Regno Unito del settembre 2010.
Al termine del corteo, sul furgoncino degli organizzatori si sussegue una girandola di interventi.
Attivisti, scrittori, giornalisti, personalità varie e persino un prete. Cattolico. Si fa largo tra gli oratori
con la divisa d’ordinanza nera e il collarino bianco. La folla osserva in silenzio tra la sorpresa e
l’eccitazione: «Caro Santo Padre, sono uno dei tuoi sacerdoti che ha servito la Chiesa cattolica negli
ultimi trentanove anni. In quanto prete cattolico apertamente gay, ti do il benvenuto».
Quest’ultima frase resta sospesa nell’aria.
Prete cattolico apertamente gay. Suona come un ossimoro.
Lo scroscio di applausi che segue rimanda a data da destinarsi ogni altro sforzo interpretativo.
Per quanto mi riguarda, l’occasione di conoscere padre Bernard arriva qualche settimana dopo.
Lo incontro in un caffè londinese di Camden Town.
Mi aspetto di trovarlo di nuovo con la talare inamidata. Invece mi sorprende con una tuta da
ginnastica blu scura.
«Ho un paio di ore libere, poi vado in palestra.»
Mi tornano in mente immagini di repertorio mandate in onda qualche anno fa su Channel 4 che
lo ritraggono mentre fa jogging a New York, in Central Park.
È la fine degli anni Settanta. La mise non mente: sembra il primo e ribelle John McEnroe:
canottiera attillata, pantaloncini che scendono poco più sotto dell’inguine, immancabile fascetta in
testa.
Oggi, a distanza di trent’anni, dei capelli che sbucavano sotto quella fascetta non rimane traccia.
Le grandi guance appena rasate vanno a formare con il cranio completamente calvo una testa d’uovo
perfetta.
Il fisico è ancora quello atletico di allora, padre Bernard tiene botta. La passione per jogging e
palestra non deve averlo mai abbandonato.
Mens sana in corpore sano, un mantra che ben si adatta a questo prete ribelle e alla punta di
narcisismo che gli affiora in volto. Per quanto riguarda lo spirito, invece, è una questione tra lui e
l’Altissimo.
Bernard Lynch nasce in Irlanda nel 1947. Entra in seminario giovanissimo, a diciassette anni,
per uscirne a ventiquattro. Sul finire degli anni Settanta si trasferisce a New York. Qui entra in contatto
con la comunità gay e incomincia la sua attività pastorale.
Gli anni successivi si rivelano drammatici e segnano per sempre non solo il suo sacerdozio, ma
anche la sua sessualità. La scintilla che fa divampare l’incendio è un acronimo di quattro lettere: aids.
La sua comunità viene letteralmente dimezzata: in pochi anni muoiono seicento giovani.
Per lui è una tragedia. Per le gerarchie ecclesiastiche è «il risultato naturale di atti innaturali».
Nella Lettera ai cardinali cattolici sulla cura pastorale verso le persone omosessuali, diffusa
nel 1986, si legge: «Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale,
benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un
comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione
stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata».
In calce compare la firma di Joseph Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina
della Fede.
Sono queste prese di posizione che spingono padre Bernard a uscire allo scoperto. Rifiuta i
dogmi romani ed entra in aperto conflitto con le gerarchie cattoliche locali, chiedendo a gran voce la
fine della discriminazione civile e religiosa verso gli omosessuali.
Si scopre egli stesso gay e non lo nasconde. Viene quindi mandato qualche mese a Roma in
vacanza forzata.
Al suo ritorno, è accusato di pedofilia. Ma le accuse nei suoi confronti si rivelano infondate e,
una volta assolto, scrive un libro dove sostiene la tesi che erano state fabbricate ad arte dagli alti prelati
di New York.
A metà degli anni Novanta si trasferisce a Londra, dove celebra centinaia di unioni civili di
coppie gay.
Sebbene dai fatti di New York la Chiesa non gli abbia più affidato alcun incarico pastorale,
rimane legalmente un prete cattolico.
Mentre sorseggia un cappuccino risponde alle mie domande.
Cosa vuol dire essere un prete cattolico ed essere allo stesso tempo gay?
«Non ho scelto io di essere prete: è stato Dio a farmi il dono del sacerdozio. La mia
omosessualità è ugualmente un dono di Dio.
Nessuno sceglierebbe di essere gay in un mondo che ti odia e ti discrimina. È molto difficile,
ma non ci si può fare nulla.
È come scrivere con la mano sinistra.
Io di certo sarò per sempre un prete, così come sarò per sempre gay.»
Di cosa ti occupi oggi?
«Legalmente sono ancora un prete cattolico, ma lavoro sugli effetti dell’HIV per conto di
istituzioni secolari che sono al di fuori della Chiesa. Perché, da quando ho dichiarato la mia
omosessualità, la Chiesa non mi dà più lavoro.»
Perché hai deciso di rendere pubblica la tua omosessualità?
«È successo a New York, quando sono entrato in contatto con la comunità gay e ho
incominciato a lavorare sugli effetti dell’HIV. All’inizio pensavamo si trattasse di un raffreddore. Poi
ne è morto uno, poi un altro, poi un altro ancora. In pochi anni, l’aids si è portato via la metà della mia
comunità. Erano tutti uomini al di sotto dei trentacinque anni.
Ero giovane e gay anch’io, ed ero il loro prete. Erano discriminati perché le persone pensavano
che l’aids fosse una punizione divina. Questo era quello che la Chiesa diceva loro: insegnava che si
meritavano la morte per aver avuto rapporti innaturali.
Molti di loro vennero sfrattati. Negli ospedali si rifiutavano persino di dar loro da mangiare,
avevano paura di toccarli.
Quando andavo a trovarli, vedevo fuori dalla loro camera i vassoi con colazione, pranzo e cena
ancora lì, impilati uno sopra l’altro, senza che nessuno li avesse portati dentro. Alcuni di loro morirono
di fame.
Allora sono uscito allo scoperto: se credi nella giustizia di Gesù, non puoi fare questo alle
persone.
La municipalità di New York stava discutendo un’ordinanza che arginasse la discriminazione
nei confronti degli omosessuali sul lavoro e nelle politiche per la casa. La Chiesa si oppose.
Io dissi: questo non ha senso.
L’ordinanza passò e da allora incominciarono a remarmi contro, arrivando persino ad
architettare un processo per pedofilia nei miei confronti.»
Quell’esperienza quanto ha influito sulle tue scelte di vita e di prete?
«Quando stai morendo, hai solo bisogno di qualcuno che ti stringa le mani e che ti rassicuri. È
stato molto doloroso, ma allo stesso tempo è stata un’esperienza che mi ha riempito l’anima. Per me,
essere stato con quegli uomini ammalati è stato un privilegio.
D’altro canto, chi tra i malati era cattolico viveva una grande disperazione a causa di quello che
la Chiesa diceva sull’omosessualità, ovvero che l’aids era il risultato naturale di atti innaturali.
Quando le persone sono malate e muoiono, la Chiesa dovrebbe far vedere la sua faccia
migliore. Invece ha dato il peggio.»
Morirono anche dei preti?
«Sì, cinque preti e persino un vescovo. Il punto è questo: se sei un prete, in una situazione del
genere, basta che stai zitto e ti aiutano. È il culto del segreto.»
Poi sei passato per la pesante accusa di pedofilia e sei stato assolto.
«Dentro di me mi sentivo devastato. Non potevo credere a quello che la Chiesa mi aveva fatto.
Se fossi stato italiano, ci avrei creduto. Ma sono irlandese e avevo una visione ancora un po’
naïve. Non avevo ancora letto abbastanza su Savonarola. Sono stato vicino a un collasso nervoso. Non
potevo dormire, non potevo uscire. Quindi ho deciso di trasferirmi a Londra per un paio d’anni.
Sono arrivato qui, ho continuato il lavoro con i malati di aids e alla fine sono rimasto.»
E della parentesi romana che mi dici?
«A Roma molti preti cercavano di ingaggiare relazioni sessuali con seminaristi o altri preti nei
bar gay. Ma rimaneva tutto nascosto, anche a causa della spiccata doppia personalità di molti
personaggi. La solfa era sempre la stessa: facciamo sesso in modo del tutto anonimo e poi ognuno per
la sua strada. Molti soffrivano di grandi sensi di colpa. Non è stata una bella esperienza.»
Qual è il tuo rapporto con il celibato?
«Sono stato celibe per molto tempo. E anche quando ho ammesso la mia omosessualità
pubblicamente, non ho trovato un partner.
Oggi ho un compagno e credo che solo una minima parte dei preti cattolici sia realmente celibe.
Ne ho conosciuti molti e ascolto le loro storie durante gli incontri di supporto che organizzo. Pochi di
loro hanno ricevuto il dono del celibato. La maggior parte ha ricevuto il dono della sessualità. Che è
ugualmente prezioso.»
Perché, nonostante tutto, continui a rimanere all’interno della Chiesa cattolica?
«Sono un prete, non ho scelto di esserlo, è qualcosa che viene dalla mia anima.
Adesso lavoro per un cambiamento, spero in un cambiamento. Sono pessimista sull’istituzione,
non sulle persone. Dobbiamo cambiare le persone, certo, anche noi preti dobbiamo cambiare, ma spero
soprattutto in un cambiamento dal basso, perché dall’alto non arriverà, nessuno farà a meno del potere
che ha.
Non servo la Chiesa cattolica, ma cerco di fare giustizia, non solo per i gay, ma per tutti.
Mi ricordo quello che diceva una suora a New York ai malati di aids: "Devi alzarti al di sopra
della Chiesa per trovare Dio, altrimenti rimarrai disperato".»
Quarantadue
In Scozia, il tentativo di alzarsi al di sopra della Chiesa intesa come istituzione terrena l’ha fatto
anche padre Gordon Brown.
Nel 2000 il cardinale Thomas Joseph Winning, numero uno della Chiesa cattolica scozzese,
associa i sostenitori delle istanze della comunità omosessuale ai nazisti.
Al che, padre Brown, parroco in una piccola cappella di Edimburgo, esce allo scoperto con la
stampa locale: «Sono stato prete per trent’anni. Sono stato gay per ancora più tempo».
Padre Brown racconta di essere tutt’altro che solo. Anzi, lui è il perno intorno al quale ruota un
network di preti omosessuali, organizzati per prestarsi supporto reciproco.
Un altro che gira le carte in tavola, ma viene cacciato, è don José Mantero.
Siamo in Spagna.
José scopre di essere gay all’età di dodici anni.
Ai suoi amici piacciono le bionde. A José l’ormone impazzisce quando vede i muscoli degli
uomini. Ma vuole essere sacerdote.
Da adolescente fa parte di un gruppo di giovani cristiani che si danno molto da fare nel sociale.
Ed è qui che sente la famosa chiamata.
Niente di celestiale, niente squilli di trombe dall’alto dei Cieli. Solo la percezione che qualcuno,
nella Chiesa e nella società, ha bisogno di lui.
Da sacerdote José si innamora, vive relazioni omosessuali, prova il piacere fisico.
Tutto di nascosto.
Poi, un bel giorno, un uomo molto giovane bussa alla finestrella del suo confessionale: «Sono
un mostro. Sono sacerdote e ho relazioni omosessuali con altri uomini».
José sente una pugnalata al petto. Scosta la tendina: «Guardami negli occhi: ti sembro un
mostro?».
«No.»
«Bene, perché anche io sono gay e non lo vivo come un problema.»
Nel giugno del 2001, José scrive un editoriale su una piccola rivista cattolica e lo intitola
Orgoglio gay. L’anno dopo racconta tutta la verità alla rivista «Zero», molto conosciuta tra i gay
spagnoli.
Titolo dell’articolo: Ringrazio Dio di essere gay!
Le sue parole: «Se credo che Dio è il creatore, come si dice nei Salmi, e vedo che ha creato una
persona gay, è perché vuole che sia gay.
Sono molti i sacerdoti gay in Spagna, almeno uno su cinque. E spesso i vescovi lo sanno
perfettamente ma tacciono».
Il clamore è altissimo. Per la Spagna è la prima volta assoluta di un prete che dichiara in
pubblico di essere omosessuale.
José ha trentanove anni, è sacerdote da più di venti.
La Chiesa gli fa recapitare una lettera in cui dice che viene sospeso dal sacerdozio perché ha
infranto il vincolo del celibato.
José è costretto ad abbandonare l’abito talare.
«Non potrei continuare a essere cattolico: significherebbe essere complice di un sistema che
schiavizza i fratelli e le sorelle che hanno il mio stesso orientamento sessuale. La Chiesa parla di sesso
solo in un’ottica negativa, di soppressione. Il motivo? Come diceva Oscar Wilde, chi controlla la
sessualità controlla la totalità della persona. È la forma più alta di potere.»
Durante le mie ricerche spagnole, navigando su un blog di cattolici omosessuali mi imbatto in
alcuni preti gay.
L’unico che accetta di raccontarsi è Gonzalo. A una condizione: via e-mail.
Gonzalo ha ventisei anni, capelli e occhi scuri. È alto, molto alto. Magro, ma forte.
Gli chiedo di raccontarmi la sua vita sacerdotale.
«Le persone come me sono buone e brave, esattamente come il resto dei sacerdoti.
Semplicemente ci è toccato vivere questa vita con le peculiarità del nostro mondo. Se lei sta lavorando
in buona fede, ovvero per sostenerci e non per fare danno alla Chiesa, allora sarò ben felice di aiutarla.»
Lo ringrazio. Lo rassicuro.
Gli chiedo di raccontarmi dove vive, dove esercita, di parlarmi un po’ di lui.
«Vivo in Castiglia. Sono il parroco di tanti piccoli paesini, abitati da gente semplice, buona e
molto accogliente.
Sono sempre stato consapevole di essere gay. Non l’ho mai nascosto a me stesso, pur avendo
affrontato momenti di forte difficoltà.
Oggi vivo la mia condizione discretamente. Le persone spesso possono essere crudeli, ma
questo serve anche a capire chi sono i veri amici, quelli di cui ci si può fidare e che non ti abbandonano
mai. Sono quelli che sempre, sempre, sempre sono lì al tuo fianco.
Quanto al fatto di essere sacerdote, non ha nulla a che fare con la mia condizione sessuale.
Potrei essere gay senza essere prete, più o meno alla luce del sole.
Ma sin da piccolo mi sentivo indirizzato verso il sacerdozio, anche se la mia famiglia non era
cattolica praticante e a mio padre non faceva particolarmente piacere che io prendessi i voti.
Ora sono tutti molto contenti, ma non è stato facile.
Se ha ancora qualche dubbio possiamo continuare a scriverci.
Un saluto e continuo ad appoggiare il suo importantissimo lavoro.»
Gli chiedo delle sue relazioni, dei momenti di crisi, dei suoi amori, delle amicizie.
«Alle volte senti che il tuo modo di essere non è corretto, che sei diverso. Allora cerchi di
cambiare. Ci provi. Ma non ce la fai perché ti rendi conto che è impossibile.
Sei gay e questo non può essere modificato. È la vita a dirtelo. L’omosessualità non è una
malattia senza rimedio, è un modo di essere.
E a quel punto capisci anche che è inutile dividere il mondo tra omo ed etero. Molto più
semplicemente, prendi coscienza che ad alcuni uomini piacciono i ragazzi, ad altri le ragazze.
Quelle più difficili da superare sono state le delusioni da parte di chi sembrava potesse
sostenermi. E invece mi abbandonava solo perché gay.
Spesso ho creduto di potermi confidare con qualcuno, per poi rendermi conto che tutto dovevo
raccontargli tranne la mia condizione sessuale.
A volte mi sono innamorato. Credevo fosse tutto perfetto, che anche l’altro contraccambiasse il
mio amore, ma poi... Poi il fatto che io fossi un sacerdote lo bloccava, gli impediva di continuare.
Ho avuto relazioni. Tutte nascoste, nessuna alla luce del sole.
La più importante con un mio amico con cui ho condiviso passioni, dialogo e bisogno di calore
umano.
I miei genitori non sanno della mia omosessualità. Forse se lo immaginano. Sai, le mamme sono
molto intelligenti. Più di quanto crediamo.
Nella vita mi hanno sostenuto gli amici. Ho incontrato persone che mi hanno aiutato a capire
quanto essere gay sia positivo e mi hanno consentito di parlarne, tirando fuori tutto quello che covavo
dentro di me e che stava per esplodere, creando non pochi problemi di equilibrio psicofisico.
Il giorno in cui ho sdoganato la mia situazione credo sia stato il più felice della mia vita. Era un
pomeriggio e stavo passeggiando con un mio carissimo amico. Abbiamo iniziato a parlare di temi
molto alti e astratti, della sessualità, dell’importanza della vita affettiva e piano piano siamo arrivati a
raccontare di noi. Mi sono sentito liberato.
Il celibato, come sanno tutti, non è un’istituzione divina, voluta da Dio e obbligatoria per tutti.
Non lo è mai stata. È solo uno strumento di disciplina.
Sarebbe meglio che fosse opzionale: chi vuole lo sceglie. Chi non vuole ne fa a meno.
Del resto, sono sicuro che con il tempo sarà superato. Amare qualcuno non è peccato. L’amore
è una cosa buona.
Imporre il celibato è stata una decisione che è servita per mettere fine a una situazione in cui le
donne dei religiosi comandavano più di loro nella gestione dei beni delle parrocchie, che venivano
divisi tra i loro figli. Alla Chiesa restava poco o nulla.
Basta volgere lo sguardo all’Europa dell’Est e guardare i fratelli della Chiesa Ortodossa: sono
più conservatori di noi ma non hanno il celibato obbligatorio. Scelgono se dedicare tutto il loro tempo
alle cose di Dio o meno. Ma con la serenità di sapere che possono anche decidere per una vita
familiare.»
Gli scrivo che vorrei sapere più cose sulla sua sfera intima.
Ma a questo punto Gonzalo scompare.
Quarantatré
Sono le prime ore del pomeriggio di un giorno d’ottobre. Il sito internet è Me2, uno dei punti di
ritrovo degli omosessuali.
Il mio nickname è tuttoperte. Lui si presenta con checulett.
«Ciao come va?»
Io:
«Bene, che cerchi?».
Lui:
«Sex con attivo».
Io:
«Eccomi».
Lui:
«Mmmmmmm, da dove? Io Lombardia».
Io:
«Io Brescia centro. Come sei?».
Lui:
«Io moro, passivo, 167, 67, occhi verdi, capelli corti, 36 anni, maschile, non effeminato».
Io:
«Mmmmm, adoro».
Lui:
«E tu? Io sono un prete».
Io:
«Io 181, 77, moro, maschile, dotato».
Lui:
«Io tipo serio, riservato, fuori da giri strani».
Io:
«Io fidanzato con donna, pertanto devo essere riservatissimo e cerco riservato».
Lui:
«Non cerco mercenari né voglio casini».
Io:
«Idem».
Lui:
«Ok, tranquillo allora, io sono fuori da ogni giro e sono tranquillo e riservato».
Io:
«Ottimo».
Lui:
«Non voglio creare problemi».
Io:
«Ottimo, ottimo. Hai Msn?».
Lui:
«No, solo mail. Se vuoi vedere foto ti do mail».
Io:
«Mi mandi una tua foto tramite mail?».
Lui:
«Sì certo mando foto, che lavoro fai?».
Io:
«Ho un negozio in centro a Brescia. Cosa ti piace?».
Lui:
«A me piace tutto, giocare con il cazzo e sentirlo scivolare in culo. Adesso però non posso
mandare foto, te la mando domani appena posso. A te che ti piace fare?».
Io:
«Tutto».
Lui:
«Cosa vendi? Hai possibilità di ospitare in negozio? Sarebbe molto bello venire da te e se hai
negozio chiuso cominciare a fare del buon sesso».
Io:
«Adoro il fatto che sei un prete. Sì che posso ospitare».
Lui:
«Mmmmmmmmm, il negozio è a Brescia città? Cosa vendi? Sei solo?».
Io:
«Dopo le sei posso ospitare, vendo abbigliamento, ma di dove sei precisamente?».
Lui:
«Adesso non dico di dove sono».
Io:
«Ok, ok, pardon».
Lui:
«A te cosa piace?».
Io:
«Tutto davvero, adoro il sesso».
Lui:
«A me piace essere dominato».
Io:
«Ottimo, io domino da dio, mi passi il termine dio?».
Lui:
«Certo, per queste cose certo che te lo passo. Cosa intendi con dominare?».
Io:
«Se vieni in negozio vestito da prete non mettere le mutande che ti metto subito a novanta».
Lui:
«Mmmmmmm adoro, poi?».
Io:
«E poi ti faccio male».
Lui:
«Adoro piedi, sborra e tutto il resto. Sono porco. Ma perché sei nella stanza Veneto se sei di
Brescia?».
Io:
«Cercavo un ragazzo incontrato la settimana scorsa».
Lui:
«Adesso sei in negozio?».
Io:
«Sì e sono eccitatissimo».
Lui:
«Allora ho voglia di scopare, come sei vestito?».
Io:
«Jeans, camicia e scarpe da ginnastica».
Lui:
«Ma non possiamo vederci ora se il negozio è chiuso?».
Io:
«Faccio orario continuato e ho una commessa».
Lui:
«Azzo, e non sei mai solo?».
Io:
«Domani sono solo».
Lui:
«Ah ok, ma se vengo verso le 12 in negozio puoi chiuderlo?».
Io:
«Meglio alle 13».
Lui:
«Mi piace sentire il cazzo gonfiarsi in bocca e poi leccarlo come un gelato».
Io:
«Ma verresti vestito da prete?».
Lui:
«Tu come vuoi? Usi il preservativo?».
Io:
«Io adorerei vestito da prete e senza mutande».
Lui:
«Mmmmmmm. Io preferisco senza preservativo. Se vuoi vengo senza mutande, ma allora anche
tu senza mutande, ok? Che vendi?».
Io:
«Abbigliamento uomo donna. Ti piacerebbe indossare un abito da donna e farti scopare duro?».
Lui:
«Sì, sì mi vestirei da donna. Che cosa mi vorresti fare indossare?».
Io:
«Un abito corto e bianco, da candido porco».
Lui:
«Ok, vedi tu =)».
Io:
«Ma porteresti accessori da chiesa?».
Lui:
«Scusa?».
Io:
«Ti dico solamente che mi eccita tanto che tu sia prete. Che cosa usate in chiesa che potremmo
usare per giocare?».
Lui:
«Non lo so, io giocherei con il tuo cazzo e questo mi basta, cosa ti eccita del mio essere prete?».
Io:
«La trasgressione, io etero tu prete».
Lui:
«Ok, ok, ma ti piace scopare un bel maschio?».
Io:
«Mi piacciono le checche».
Lui:
«Ti posso baciare?».
Io:
«Sì, sicuro che sei prete?».
Lui:
«Sì certo che sono sicuro di essere un prete, allora se ti piace scopare limoniamo mentre mi
scopi».
Io:
«Sì, e anche tanto».
Lui:
«Mmmmmmmmmmmmm, sei davvero un bel maschio mi sa».
Io:
«Lo puoi dire forte».
Lui:
«E mi piace che tu sia anche porco, per farmi godere, godere, godere».
Io:
«Io però sono un po’ volgare quando scopo».
Lui:
«E se tu avessi casa libera mi piacerebbe stare a letto una notte intera. Dimmi cosa mi diresti,
sentiamo, dai, dimmi senza problemi».
Io:
«Cose che potrebbero infastidire anche il tuo essere prete però».
Lui:
«Tipo bestemmie?».
Io:
«Sì, ma solo se non ti offendo».
Lui:
«Be’ quelle meglio di no».
Io:
«Be’ allora ti chiamerò solo troia puttana e zoccola».
Lui:
«Tipo se mi dici troia girati mi piace, ok, baciami in bocca dai, dai porcone, dai montami bello,
dai che ti voglio sentire gemere, dai dai bello dammi uccello dammi uccello che mi fa bene».
Io:
«Cazzo certo che ti dico tutto questo».
Lui:
«Ma la sera non sei mai libero, immagino».
Io:
«La prox settimana sì».
Lui:
«Dai bello che ti desidero mmmm».
Io:
«Ora dove sei?»
Lui:
«In casa, se sai di essere libero dimmelo prima così mi organizzo, ho voglia del tuo cazzone».
Io:
«Te lo do ovunque».
Lui:
«Te lo leccherei dalle palle alla cappella».
Io:
«Ti va una sega al cell?».
Lui:
«Dovrei chiamare io, non posso dare il cell in giro».
Io:
«Idem, ma spero di potermi fidare di te».
Lui:
«Idem».
Io:
«Io però non so neanche come ti chiami».
Lui:
«Andrea».
Io:
«Don Andrea?».
Lui:
«Sì, ma chiamami pure Andrea».
Io:
«Ma se ti scopo da prete voglio chiamarti don Andrea».
Lui:
«Come vuoi».
Io:
«Io sabato notte sono libero».
Lui:
«Mmmmmmmmmmmmm, cazzo mi inviti proprio a una festa, credo proprio che non potrò
rinunciare. Abiti sempre in città?».
Io:
«Sì».
Lui:
«Se vuoi io sabato notte vengo da te e starò da te tutta la notte».
Io:
«Ok, ma da dove vieni me lo dici? Dobbiamo essere riservati ma almeno questo...».
Lui:
«Dai non chiederlo, non voglio dirlo adesso, te lo dico quando ci vediamo».
Io:
«Cazzo, io sto per darti il mio indirizzo».
Lui:
«Non ti chiedo indirizzo di casa, dai, capisci la mia situazione».
Io:
«La capisco, mi eccita, ma almeno questo».
Lui:
«Vengo dalle parti di...».
Io:
«Dai, ma io non cerco solo una scopata sabato».
Lui:
«Neanch’io».
Io:
«Ok, ok, ok, da quanto sei prete?».
Lui:
«Sono prete da quattro anni. E se vorrai potrai venire a trovarmi così scoperemo in posti
particolari».
Io:
«Cioè? In chiesa?».
Lui:
«In confessionale».
Io:
«Davvero?».
Lui:
«Se ti va. Mi piacerebbe che tu entrassi e mi facessi capire che hai voglia di me. E poi mi mostri
il tuo arnese. E ti lecco la cappella, l’asta, le palle, e dopo passi dalla mia parte a scoparmi».
Io:
«E lo avvicino alle grate e tu da dietro lo lecchi?».
Lui:
«Adesso ci troviamo già in intesa, figuriamoci dal vivo».
Io:
«Dal vivo ti spacco il confessionale per come ti scopo».
Lui:
«Così mi piace sentire e desiderare il mio maschio, be’ questo non possiamo spaccarlo. Poi altro
posto in cui mi piacerebbe scopare è il campanile. Sulle scale mi fermi da dietro e mi inviti a leccarti il
cazzo e poi mi metti sul gradino e mi inculi. E giù la gente che passa e noi su a scopare».
Io:
«Dai manda foto e ti do numero di telefono per sega».
Lui:
«Ok, cerco la foto. Ti stai segando?».
Io:
«No, aspetto foto».
Lui:
«Ora sto facendo anche un lavoro per stasera».
Io:
«Che lavoro?».
Lui:
«C’è il consiglio pastorale della parrocchia, una riunione dove partecipano diverse persone della
parrocchia».
Io:
«Hai altri colleghi gay?».
Lui:
«No, nessuno».
Io:
«Ma il casino di questa estate dei preti gay a Roma?».
Lui:
«Cazzate».
Io:
«Troppo spudorati? Te non frequenti, giusto?».
Lui:
«Io non vado in nessun ambiente gay e non me ne frega niente di quello e di altri ambienti
simili, dico locali, saune o roba del genere».
Io:
«Idem».
Lui:
«Foto inviata».
Io:
«Hai proprio la faccia da porco, anch’io ti ho inviato una mia foto».
Lui:
«Ok, anche tu sei davvero un bel maschio. Davvero molto, complimenti, allora ci vediamo per
scopare?».
Io:
«Sì, io da te o tu da me sabato va benissimo».
Lui:
«Se vieni da me, a me va anche bene, anche se sabato è un giorno incasinato, catechesi, messe,
sarei più libero la sera o la notte».
Io:
«Be’, io verrei per la sera, ma hai la chiesa a disposizione?».
Lui:
«Be’ potremmo, poi dipende da tutti e due se vogliamo inaugurare il confessionale o da te in
negozio o nel letto».
Io:
«Ma te letto non ne hai?».
Lui:
«Sì che ho il letto, ma non posso ospitare, hai capito? Mica dormo per terra, ma non posso
portarti in camera mia».
Io:
«Vivi con altri? Hai già incontrato altri per scopare in chiesa?».
Lui:
«No. Vivo con un altro prete. A te cosa piacerebbe la prima volta, e dove?».
Io:
«Tutto, e in chiesa».
Lui:
«Mmmmmmmmmmm».
Io:
«Be’ al massimo prendo una camera in albergo».
Lui:
«Ah, ok, ci sono molti motel in giro».
Io:
«Ok».
Lui:
«Sono tipo serio, mi raccomando, quindi spero non giri le mie foto o robe del genere».
Io:
«Idem per te con il mio numero, ok?».
Don Andrea mi chiama sul cellulare. Vuole masturbarsi al telefono. E credo proprio che lo
faccia mentre ci parliamo.
L’appuntamento è per il sabato successivo, resta da definire dove.
Siamo d’accordo che resteremo in contatto via e-mail.
Checulett mi scrive il giorno dopo, mercoledì 27 ottobre, alle 13.32:
eccoci
ciao, cancella foto x favore ciao grazie.
In allegato mi manda un’altra sua foto a figura intera.
È moro. Porta gli occhiali da vista. Indossa dei pantaloni neri, una camicia chiara a quadri
sbottonata, sotto ha una maglietta bianca dove pende uno di quei crocifissi in legno attaccato a un filo
di corda. Sulla fronte ha una fascia bianca legata dietro la nuca, come quella dei tennisti di una volta. È
su un prato, erba alta alle ginocchia, montagne alle spalle. Davanti a lui un palo di legno piantato a terra
con fazzoletto bianco legato all’estremità superiore. Sembra di stare in un accampamento scout.
Sono perplesso. Mi sembra strano il fatto che mi invii una sua foto da prete così, senza
conoscermi. Sono portato a pensare che l’immagine sia stata scaricata da internet. Anche in questo caso
non voglio dare nulla per scontato. Il rischio di prendere delle cantonate è alto.
C’è un solo modo per scoprire se sono finito tra le braccia di uno dei tanti fanatici che popolano
la Rete: devo incontrarlo. Meglio se nell’esercizio delle sue funzioni. Gli mando una mail il giorno
successivo, giovedì, intorno all’ora di pranzo:
Allora ci vediamo?
Ma se sabato fossi libero prima posso venire a confessarmi e a conoscerti in confessionale?
Fammi sapere ovviamente voglio la certezza che tu sia un prete e non un pazzo ok?
Bacio sul culetto.
Checulett:
Ciao certo che sono 1 vero prete e non 1 pazzo
ma scherziamo?
io sono serio, mica 1 pirla
se sei libero fammelo sapere e ci organizziamo se no vengo io da te.
Venerdì 29 ottobre, ore 10.
Io:
Io sabato posso venire da te.
In confessionale anche senza fare sesso
poi dopo andiamo in motel ok?
fammi sapere entro oggi così mi organizzo
domani sarei libero.
Checulett:
Allora in confessionale potresti anche venire, ma dopo la messa
non mi ricordavo che dovrei andare a cena xè si sposa una coppia della parrocchia e insistono
xè vada a cena x cui mi sa che fino alle 22 dovrei essere occupato in sta cavolo di cena del matrimonio
non saprei che scusa inventare x non andarci e mi spiacerebbe non vederti
che facciamo?
ciao ciao
Io:
Facciamo che vengo in chiesa a confessarmi poi tu vai a cena, io vado a cena, e ci si vede dopo?
dove si trova la chiesa?
per me no problem
ci vediamo in chiesa ti saluto ci salutiamo normalmente
e poi te vai alla cena?
Checulett:
Ciao bello
aspettavo tua risposta
sono riuscito a parlare con sposi non vado a cena ma solo x taglio torta
che sarà x le 22.30 circa
quindi dopo messa avrei tempo x stare 1 po’ con te
unica cosa che non ho posto xè ci son altri preti...
Io:
ottimo... ma ci riusciamo a conoscere normalmente prima in chiesa?
poi ti porto nel motel...
poi ti libero per torta e poi ti riaspetto in motel ok?
Checulett:
mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm
mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm
mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm
mmmmmmmmm
Checulett:
Sì certo che riusciamo a conoscerci in chiesa
ascolta ma una tua foto più da vicino riesci a mandarmela?
e se venissi tra un’ora a trovarti???
Io:
Ricordi? Oggi non sono solo, fino in chiusura, quindi non posso...
al venerdì sono molto occupato con la mia compagna
anche perché ho dovuto dire che ho un campionario domani per venire da te...
sono tante le cose che vorrei fare quindi non mi dare buca ok?
Checulett:
Ok allora se riesci a venire il paese è (..............)
x che ora pensi venire?
ciao ciao io ci sono dal pomeriggio dalle 16.30-17
fammi sapere ciao.
Io:
Prima della messa?
dammi la chiesa.
Checulett:
La messa è alle 18.30
se vuoi vieni prima se no alle 19.30
la parrocchia è quella del paese che ti ho detto prima
ciao.
Io:
Tesoro ma ho visto che ci sono diverse chiese in paese...
in quale stai tu precisamente?
Checulett:
Ciao vedo adesso tua mail
la chiesa è la basilica
si trova in centro
se mi dici a che ora puoi venire ti dico dove ci vediamo di preciso
io alle 17 sono in chiesa
mi farò trovare in confessionale
ok?
ciao ciao
Io:
Posso essere sicuro che sei prete e che ti trovo lì?
ok
allora alle 17.30 in confessionale ok?
confermami
perfetto
Sabato 30 ottobre. L’incontro è fissato per il giorno successivo, domenica. Intanto al mattino
verso le 9 mi arriva una sua mail.
Checulett:
Stamattina mi son cambiati i programmi
mi hanno chiesto di dire messa alle 17.30 in una chiesa che non è quella del centro.
Termino per le 18.15 e mi faccio trovare in basilica, la chiesa che c’è in centro paese per le
18.30
per quell’ora non so se ci sia anche un altro in confessionale
se trovi due confessionali accesi io metto nome fuori dalla porta così sei sicuro
ciao ciao
Io:
ok perfettissimo...
ho un po’ d’ansia ma ci sarò
è la prima volta che faccio questa cosa ma sono eccitatissimo ok?
a dopo allora in basilica
Checulett:
ok allora ti aspetto per le 18.20-18.30
vieni tranquillo ci conosciamo poi vediamo dove andare tranquilli
ciao ciao
Io:
allora... facciamo così... tu metti il tuo nome fuori dal confessionale se siete in più preti ok?
così io vengo direttamente in confessionale ok?
lì ti dico che sono Michele ok?
voglio confessare a te in confessionale le mie perversioni e la mia omosessualità e poi tu sarai
mio ok?
a dopo
bacio bacio
La verità è che un po’ ho paura.
Paura di trovarmi di fronte a un maniaco.
Paura di trovarmi di fronte a un vero prete.
Paura di trovarmi di fronte a un uomo che vuole fare sesso. Paura di essere scoperto.
Ma chi me l’ha fatto fare?
È la domanda che mi pongo ogni volta che faccio questo genere di cose.
Ho sempre paura.
Poi la gente mi chiede: come hai fatto?
Già, come ho fatto?
Non sono mai tranquillo.
E il fatto di non sentirmi a posto con la coscienza non mi aiuta a stare meglio.
Ci sono momenti in cui certe cose non riesci proprio a farle.
Ci sono momenti in cui ti chiedi se ne vale la pena, se il gioco vale la candela, se non stai
calpestando la vita delle persone, la tua stessa vita.
Ci sono momenti in cui ti viene da mandare tutto al diavolo.
E lo fai.
Domenica 31 ottobre. Ore 16. Manca poco al nostro appuntamento, apro il computer e gli scrivo
una mail:
PROBLEMA
NON RIESCO A VENIRE
HO LA COMMESSA CON LA FEBBRE E STA ANDANDO A CASA
RISPONDIMI PER FAVORE
ODIO LE COMMESSE
RIMANDIAMO TUTTO OK?
Checulett, un quarto d’ora dopo:
ok
rimandato a lunedì
ok
ciao ciao
Io:
ok grazie
scusami ancora
Checulett:
Ciao se vuoi possiamo vederci anche quando chiudi negozio
fammi sapere se riesci o se hai già altri impegni
io posso anche venire a Brescia se mi dici dove
ciao ciao
Io ho già spento il computer. Per qualche giorno non controllo neppure la casella di posta
elettronica.
Ma ci sono momenti e momenti.
Lunedì verso l’ora di pranzo gli scrivo:
Ciao tesoro come stai?
scusa ancora per l’altro giorno
se vuoi oggi sono libero e posso venire da te
mi confessi?
ho troppa voglia di farmi confessare da te
sìììììììììììììììììì
Checulett mi risponde alle 14.02:
ciao certo
come vuoi
io sarò in chiesa ma a che ora verresti?
se mi dici sì ci vediamo in chiesa
mi hai visto in foto quindi sai riconoscermi
se vieni verso le 18/18.30 cioè quando c’è messa io sarò in confessionale con scritto nome sulla
porta
se vieni prima io mi faccio trovare in chiesa dopo le 16.30
aspetto tue notizie
leggo posta alle 14.30 e alle 16
ciao
Checulett mi scrive ancora dieci minuti dopo:
Ma stasera saresti libero da poter stare fuori a dormire in motel????
fammi sapere così mi organizzo
ciao ciao
Io:
ciao tesoro
purtroppo non ce la faccio a dormire fuori
ho una donna come ti dicevo
e questa esperienza per me è abbastanza nuova
un passo alla volta ti prego
mi stuzzica molto l’idea di confessarmi con te durante la messa
vedo se riesco a organizzarmi (ci sono casini sulle strade per allagamenti)
ti faccio sapere al più presto
mi confessi?
daiiiiiiiiiiiii
bacio caldo
Checulett:
ok
allora dimmi tu se arrivi x le 18, prima, o dopo le 18
io ti aspetto
unica cosa che in confessionale non si faranno grandi cose...
ciao
comunque ci conosciamo poi vedrai che vengo trovarti in negozio
ciao ciao
La sua mail è delle 15.10.
Proprio in quelle ore tutto il Nord Italia è investito dal maltempo. Leggo le agenzie di stampa.
Frane, allarme, stato di allerta.
Emergenza.
In Italia tutto è emergenza.
La quantità eccezionale di pioggia. Il terremoto.
Per carità, eventi eccezionali. Ma prevedibili, porca miseria.
Pure i bambini sanno che viviamo su un territorio che ha una scadente conformazione
geografica, un sistema orografico schizofrenico. E come se non bastasse abbiamo un’alta densità
demografica. Più di ogni altro paese d’Europa siamo dunque esposti a continui rischi di calamità
naturali.
Nulla si può fare per evitarle, tanto si potrebbe fare per cercare di attutirne gli effetti.
Basterebbe guardare in faccia la realtà, non voltarsi da un’altra parte sperando nel domani che è
un altro giorno e si vedrà.
Ecco il nostro dramma.
Continuiamo a costruire nelle zone a rischio, a non applicare in modo diligente tutte quelle
precauzioni che l’ingegneria moderna ha fornito all’edilizia.
Sappiamo benissimo che la terra trema e continuerà a tremare. Che le calamità naturali prima o
poi tornano. Che il Vesuvio non è spento, che i torrenti dell’Appennino basta un niente e possono
trasformarsi in infernali macchine da guerra, che Venezia non è per nulla al riparo dalle acque.
Lo sapevamo nel 1980, quando un terremoto colpì l’Irpinia e provocò quasi tremila morti,
novemila feriti e duecentottantamila sfollati. Lo sapevamo quando nel 1987 l’alluvione in Valtellina
causò cinquantatré morti, migliaia di sfollati e danni per un valore complessivo di quattromila miliardi
di vecchie lire.
Lo sapevamo il 31 ottobre del 2002.
San Giuliano di Puglia.
Una vergogna che non riusciremo mai a cancellare dalla nostra storia: ventisette bambini più la
maestra rimasti sotto le macerie della scuola crollata per il terremoto.
L’Italia è questa. Affarismo spregiudicato, governi che camminano sopra un filo sospeso tra due
grattacieli, burocrazia cieca e sorda, cavilli giuridici. Anche quando le leggi esistono, sono destinate a
essere battute e scavalcate da potentissime coalizioni di interessi elettorali e tornaconti individuali. C’è
in ballo una montagna gigantesca di miliardi, intorno alla quale si scatenano appetiti pantagruelici.
Peccato che alla fine il conto lo paghiamo sempre noi.
Perché quei soldi che arricchiscono a dismisura un gruppo di pochi sono nostri, sono le nostre
tasse, i nostri risparmi, i nostri stipendi.
Provo rabbia. Pena. Sconforto.
Mi sento impotente. Inutile.
Le mie sono parole al vento.
Provo rabbia perché non si fa nulla per mettere in sicurezza il paese. Per mettere in sicurezza la
vita di noi tutti.
Si aspetta l’arrivo della pioggia o del terremoto e poi si dà la colpa alle calamità naturali.
Che vergogna.
Che vergogna.
Che vergogna.
Domenica, a poche ore dall’incontro con il mio prete, il maltempo colpisce di nuovo duramente
l’Italia settentrionale.
Questo incontro in confessionale non s’ha da fare.
Scrivo la mail:
Ciao come temevo le strade sono un delirio
qui è tutto bloccato e allagato
facciamo a metà settimana così è tutto più tranquillo
già sono agitato di mio ci mancano solo gli allagamenti
non me ne volere vedrai che mi farò perdonare te lo prometto
non vedo l’ora di conoscerti
un bacio
Checulett:
Ok
anche qui piove molto
sei perdonato
ma se mi dici vengo in negozio io a trovarti già domani se sei solo
e vedrai che ci conosciamo a fondo
ciao ciao
Io:
Cosa ti piacerebbe fare in negozio?
come te lo immagini?
raccontami che la cosa mi eccita parecchio
Checulett:
Be’ se mi dici dove è negozio vengo x scegliere 1 paio di pantaloni e...
poi ti chiedo dove si trova camerino x provare pantaloni e ti seguo
e mentre mi accendi luce mi prendi la testa e me la porti al tuo pacco
e tiri fuori l’uccellone e mi mandi avanti e indietro con la tua forza
ci spogliamo ci baciamo e ci mettiamo nudi per la nostra prima scopata...
se ti va dimmi quando e dove e vengo subito
ciao ciao bello
ti desidero tantissimo... che neanche lo immagini in questo momento quanto ti desidero...
Il giorno dopo, martedì, intorno alle 10, mi manda una mail.
Una foto.
Un uomo ritratto di spalle, dalle ginocchia al collo.
È nudo.
Indossa solo un paio di mutande bianche infilate dentro le chiappe a ricavare l’effetto di un
perizoma.
Il messaggio scritto a lato:
«scattata x te... baci in attesa di tanto altro...
ciao»
Poche ore dopo, ricevo un’altra mail:
Mi mandi anche tu qualche foto tua
ciao
aspetto tue notizie ho voglia conoscerti
ciao
Non mando nulla.
Lui invece mi invia un’altra foto.
È seduto su un autobus, ritratto a mezzobusto da un lato. È girato verso l’obiettivo, sorride.
Leggermente stempiato, brizzolato. È un bell’uomo.
Io:
Appena finisce questo maledetto maltempo corro da te
ho voglia di conoscerti
speravo in una foto come quella di stamattina
un prete sexy
mi attizza da morire
bacio tesoro a prestissimo
Checulett:
Amore non vedo l’ora di baciarti
e di essere tuo
ciao
ti aspetto presto
ciao
Io:
Anche io non vedo l’ora
sono combattuto
ti confesso che certi momenti mi prende un senso di colpa
poi rileggo le tue mail, riguardo le tue foto
e sento il fuoco divampare dentro di me
ti voglio
Checulett:
Anch’io se ascolto il mio cuore sono combattuto xè mi hai detto che hai donna ecc
ma sono anche un uomo
poi mi piaci e se ci vediamo e diventiamo amici sarà bello amarci
ti desidero tantissimo
spero però tutto ciò non sia solo aspettare
ma diventi anche realtà
ciao bello mio
Io:
Presto sarà realtà
lo voglio, non posso farne a meno
pazienza per i sensi di colpa, me ne farò una ragione
a proposito di sensi di colpa, il tuo essere prete ti dà qualche senso di colpa
o ti rende ancora più eccitante la trasgressione?
ciao tesoro
Checulett:
Amore ti dico che il mio essere prete non mi può privare di una cosa così importante come è
l’amore per una persona
ho provato a eliminare questa parte ma ti dico che ho vissuto come un depresso
privo di vivacità, di capacità di relazione con gli altri
sembrava che fossi un morto che camminava
quindi dico al Signore che Lui mi conosce e sa chi sono
non c’è bisogno che io gli racconti o gli dica cosa sento, provo, faccio
lo vivo perché sono vivo, se no sarei casto ma sarei morto e incapace di amare
come Lui mi chiede
ciao
ti desidero x amarti
baci tuo
La mia risposta gli arriva la mattina di mercoledì 3 novembre:
Capisco
sarà ancora più bello conoscerti
a prestissimo
bacio
Checulett:
Ciao quando decidi e hai tempo fatti vivo
i tempi che hai liberi li conosci tu
io ci sono
ciao
Impegni di lavoro mi impediscono di andare a trovarlo nel fine settimana. Prendo tempo perché
non so quale altra scusa inventare.
Nel frattempo verifico che nella chiesa principale del paese che lui mi ha scritto ci sia un prete
con il suo nome.
Chiamo in municipio con una scusa.
Confermato.
Poi chiamo in parrocchia e parlo con lui. Gli dico che sono stato a messa da lui un paio di
domeniche prima e sono rimasto colpito dalla sua grande capacità di coinvolgere i fedeli e di rendere
poco noiosa la celebrazione.
Lui è contento.
Poi gli chiedo se lui è proprio il prete di quel giorno, meglio essere sicuro. Lo descrivo com’è
nelle foto che lui mi ha mandato.
Sì, è lui.
Sono ormai certo che la persona che mi scrive è il prete che dice di essere. Ma sempre per
eccesso di zelo considero la vicenda ancora sospesa fino a quando non lo vedrò con i miei occhi.
E dovrò aspettare ancora.
Giovedì 4, dopo un giorno di silenzio da parte mia, lui mi scrive un’altra mail:
ciao amico dove 6 finito?
malato, stanco?
ciao
Io:
Ciao tesoro
ho dei casini sul lavoro
ti scrivo più tardi
bacio
Checulett:
Ho capito
grazie di tutte le tue belle frasi
delle tue proposte
mi sembra che non ti interessa di me
ciao meglio così si vede
ciao
Io:
Ma cosa dici?
se non mi interessavi perdevo tempo con te?
credimi ho dei problemi qui al lavoro
in questi giorni sto girando tanto per i fornitori e le banche
sono un po’ con l’acqua alla gola
abbi fiducia
ti bacio
e ti vengo a trovare presto
ciao tesoro
Checulett:
ok baci
ti aspetto
baci tuo piccolo
Io:
Se proprio vuoi che te la dica tutta
ieri sera mi sono masturbato guardando la tua foto e pensando a te
Checulett:
mi piace essere al centro delle tue attenzioni
quando sei libero fatti vivo nella speranza che lo sia anch’io
ciao ciao
Altri due giorni di silenzio. Io sparisco.
È chiaro che la magia dell’incontro sta evaporando.
Ma è così. Non posso farci nulla.
Ci sono momenti e momenti.
Lunedì 8 novembre lui mi scrive:
ciao
ma vedi che avevo ragione a dire che non ti interessa niente di conoscermi?
passano i giorni, non scrivi, non ci vediamo
e tu sei come i tanti che parlano ma poi restano nel vuoto del dimenticatoio
comunque ciao
non fa niente, va bene così, ci sono abituato a quelli che la parola non la mantengono
ciao
Io:
ciao tesoro
ti sbagli e te lo dimostrerò presto
questo fine settimana vengo a trovarti
poi ti racconterò cosa non mi sta succedendo in questi giorni
con tutti i casini che avevo ci mancava solo l’alluvione
io ho il negozio a Brescia ma la mia famiglia non è di Brescia
e siamo stati colpiti in pieno dall’acqua
è anche per questo che non riesco a stare troppo tempo al computer
abbi fede
presto verrò da te
non mi sono dimenticato, anch’io non vedo l’ora
e mi fa piacere sentire e leggere che mi aspetti, che non vedi l’ora di vedermi
una curiosità, perché dici che sono come gli altri?
che esperienze hai vissuto?
bacio
Checulett:
Ok
allora aspetto l’ora di vederti
ciao
Mi rifaccio vivo il venerdì successivo:
ciao tesoro eccomi
dimmi che mi hai aspettato
finalmente sono fuori dal tunnel
che dici, ci vediamo?
domenica pomeriggio io potrei venire a trovarti
dimmi sì, ti prego
facciamo come mi avevi detto la volta scorsa?
metti il nome?
non sia mai che mi trovi con un tuo collega...
Checulett:
Ciao bello eccomi
purtroppo domenica pomeriggio sono via con un gruppo e non so se riesco a tornare x l’orario
delle 18.30
potrei però essere a casa x le 19 o giù di lì
fammi sapere a che ora devi rientrare
ciao ciao
Io:
Non so dimmi tu
io la prima volta vorrei incontrarti in una situazione che mi mette tranquillo e sereno
comprendimi
e cosa c’è di più tranquillo che il confessionale?
tu potresti sabato pomeriggio? ma devo capire se riesco a staccarmi
oppure domenica a che ora?
Checulett:
Ciao io sabato sono in chiesa dalle 17 alle 18 poi ho la messa
domenica sarò via con i ragazzi ma torno x le 19
ma non sarò in chiesa come le altre volte in confessionale
e ci dovremmo vedere da qualche altra parte magari x bere qualcosa e conoscerci
non ho il tuo cell perché l’ho perso
ciao ciao
aspetto tue notizie baci
Io:
Se vengo domani pomeriggio in chiesa prima della messa?
ti fai trovare in confessionale?
Checulett:
Ciao
sì, se vieni tra le 17 e le 18 di sabato sono in confessionale
ciao baci
Io:
Ok
e come faccio a sapere che sei tu?
Checulett:
Ma ci sono solo io in confessionale a quell’ora
comunque se vieni mi trovi dalle 17 alle 18 in confessionale e metterò un biglietto con mio
nome
baci
Io:
Ok non vedo l’ora
arrivo
sono molto eccitato
L’ultima mail la scrivo sabato pomeriggio, a poche ore dal nostro agognato incontro.
Parcheggio davanti alla chiesa, scendo, faccio per entrare quando me lo trovo davanti.
Lui mi guarda. Io lo guardo.
È lui.
Ma io non sono io.
Non gli dico che sono io. Non me la sento.
Basta così.
Entro in chiesa, mi faccio il segno della croce, mi siedo per due minuti.
Poi mi giro.
Lui è lì, due file più indietro. Gli passo accanto mentre esco.
Lui mi guarda. Io lo guardo.
Non me la sento.
Ci sono momenti e momenti.
Il giorno dopo ricevo la sua ultima mail, che rimarrà senza risposta:
Ciao ma dove sei stato?
non ti ho visto x niente e ti ho aspettato tutto il tempo
mah... chissà in che posto sei andato a finire
o hai sbagliato paese o non so dove sei andato a cercarmi
o mi hai visto e sei andato via
boh, non so
ciao
Ciao, don Andrea, non sempre le persone sono come ce le siamo immaginate.
Mi spiace.
Quarantaquattro
Richard Sipe nasce nel 1932 in una piccola cittadina vicino a Minneapolis, in Minnesota, negli
Stati Uniti, in una famiglia cattolica con dieci figli.
Nel 1953 diventa monaco benedettino. Sei anni dopo viene ordinato prete. Rimane al servizio
della Chiesa per diciotto anni. Lascia nel 1970, con il permesso della gerarchia romana. Si sposa, ha un
figlio.
Si specializza in psicoterapia, in particolare nel trattamento dei problemi dei sacerdoti. Dedica
la sua attività di ricerca allo studio della sessualità e del celibato dei preti e dei vescovi cattolici.
Dal 1998 al 2010 Richard Sipe è consulente in duecentocinquanta cause legali riguardanti abusi
su minori da parte di preti negli Stati Uniti e in Canada.
È Autore di diversi libri: Sex, Priest, and Power: Anatomy of a Crisis; Celibacy: a Way of
Loving, Living and Serving; Celibacy in Crisis: a Secret World Revisited; Living the Celibate Life: a
Search for Models and Meaning; Sex, Priests, and Secret Codes: the Catholic Church’s 2000 Year of
Paper Trial of Sexual Abuse; The Serpent and the Dove: Celibacy in Literature and Life; Spoils of the
Kingdom: Clergy Misconduct and Religious Community.
Richard Sipe è universalmente riconosciuto come il maggior esperto di sessualità nella Chiesa
cattolica e viene citato da teologi del calibro di Hans Küng.
La tesi di Sipe, maturata in quarant’anni di ricerche, è dura e cruda: il celibato può favorire
tendenze pedofile.
Sipe ha individuato un tipo di inibizione dello sviluppo psicosessuale che è più frequente nei
celibi rispetto alla media della popolazione. Spesso la consapevolezza dei deficit dello sviluppo
psicologico e delle tendenze sessuali si raggiunge solo dopo l’ordinazione al sacerdozio.
Conclusione: i problemi di tipo sessuale che sono emersi in questi anni finiranno per distruggere
definitivamente la credibilità della Chiesa cattolica.
Sono affermazioni forti che dovrebbero far riflettere.
Il suo libro più efficace e famoso è certamente A Secret World: Sexuality and the Search for
Celibacy, in cui Sipe raccoglie venticinque anni di lavoro come psicoterapeuta e più di
millecinquecento interviste fatte a sacerdoti.
La sintesi di Sipe in numeri è questa: il 30 per cento dei preti è coinvolto in una relazione
sessuale a breve o lungo termine. Quasi uno su tre.
Un dato significativo.
Sipe punta il dito sulle contraddizioni. Nonostante la Chiesa condanni ogni attività sessuale da
parte di religiosi e richieda il voto di castità, molti giovani preti tormentati dalle loro curiosità sessuali
hanno ricevuto lo stesso consiglio da parte dei loro superiori: «Assumi una donna che si occupi della
casa e di te o trovati un’amante».
Per molti sacerdoti senza alcuna esperienza sessuale, il primo incontro avviene spesso con una
parrocchiana sposata che ha bisogno di consigli perché si trova in una situazione familiare difficile.
Sono le candidate perfette, in quanto deboli dal punto di vista emotivo e bisognose di appoggio, ma
anche esperte in fatto di sesso. Inoltre non richiedono un coinvolgimento esclusivo del sacerdote. Non
sono possessive e sono pronte a condividere il loro amante con la Chiesa e con gli altri parrocchiani.
Per questo la relazione appare semplice da gestire, se il religioso è alla ricerca soltanto di uno sfogo
sessuale.
La situazione cambia una volta che il prete acquista sicurezza e si sente capace di gestire una
storia con giovani inesperte.
Sipe racconta anche come, in molti seminari, diversi giovani siano convinti che si possa
davvero abbracciare la Chiesa senza incertezze e rimpianti solo dopo aver provato una relazione e aver
sentito un senso di rigetto per l’atto sessuale.
Per i giovani seminaristi l’atto sessuale avviene spesso in modo sbrigativo e insoddisfacente ed
è associato a sentimenti di imbarazzo e disagio. I preti immaturi hanno inoltre la tendenza a raccontare
le loro avventure sessuali agli altri seminaristi, spesso altrettanto inesperti.
Secondo le sue ricerche, i preti solitari, devoti, zelanti e poco socievoli, hanno la tendenza a
incontri occasionali, spesso con prostitute. Vivono le loro trasgressioni come un peccato terribile che
porta il caos nella loro vita, di solito molto strutturata. Dopo aver sfogato gli istinti incontrollabili
spesso si autopuniscono, anche fisicamente, e si costringono a lavorare con ancora maggior zelo.
Per quanto riguarda i preti omosessuali, Sipe ha svolto numerosi studi e pubblicato diversi dati.
In una di queste ricerche ha calcolato che durante gli anni Sessanta e Settanta erano tra il 20 e il 22 per
cento, ma tra il 1978 e il 1985 sono aumentati fino a coinvolgere il 42 per cento dei prelati, grazie
anche al movimento di liberazione dell’omosessualità. In due diocesi americane l’omosessualità è
arrivata addirittura al 75 per cento, tanto che era diventato comune parlare di seminari rosa.
Un altro libro molto interessante di Richard Sipe è Celibacy in Crisis, pubblicato in America nel
2003, in cui racconta come l’abuso su minori all’interno della Chiesa cattolica negli Stati Uniti abbia
creato un solco profondo tra la società americana e il clero.
Nel 2002, oltre quattrocento preti in America hanno dovuto lasciare la Chiesa a causa di
scandali per abusi su minori. Solo nel 2003, la Chiesa americana ha speso oltre un miliardo di dollari
per risarcire le vittime e pagare avvocati e trattamenti psichiatrici.
Secondo le ricerche raccolte nel libro, solo il 50 per cento dei preti pratica l’astinenza. Dell’altra
metà, il 30 per cento ha incontri eterosessuali, il 30 semplici tendenze omosessuali, il 15 è coinvolto in
vere relazioni omosessuali (l’8 per cento delle quali sono stabili), il 5 per cento si sollazza con
pornografia o esibizionismo, il 6 fa sesso con minori.
Proprio la forte tendenza omosessuale e il livello elevato di sessualità all’interno della Chiesa
avrebbero allontanato molti aspiranti seminaristi.
Non solo. La rivoluzione sessuale degli anni Sessanta avrebbe fatto scappare anche i fedeli
americani. I quali non credono più alla figura del religioso come persona innocente da ammirare.
Tutt’altro.
È interessante vedere come la metamorfosi si sia riversata anche su Hollywood.
C’è una bella differenza nel modo in cui la Chiesa veniva rappresentata nei film del passato,
rispetto a quelli più recenti.
Sacerdoti come uomini forti, onesti, virili e pieni di valori, hanno lasciato il passo a figure
confuse, piene di domande, deboli, e molto più femminili.
Negli anni tra il 1938 e il 1948 sul grande schermo c’erano Spencer Tracy e Pat O’Brien, due
ferventi cattolici che avevano addirittura pensato di prendere i voti anche nella vita reale e che
ritenevano gli uomini di Chiesa esseri superiori, da emulare. Ed era proprio così che li rappresentavano
nei loro film.
«Ho avuto molti dubbi prima di accettare la parte perché avevo timore di commettere un
sacrilegio interpretando un sacerdote senza esserlo veramente» disse Tracy parlando del suo debutto
con il colletto bianco. Finirà per assumere queste vesti cinematografiche in ben quattro film: San
Francisco, con Clark Gable, del 1936; La città dei ragazzi, del 1938; Gli uomini della città dei ragazzi,
del 1941; Il diavolo alle quattro, del 1961.
Vincerà addirittura un premio Oscar come miglior attore protagonista nella parte del sacerdote
fondatore di un centro per ragazzi di strada in Nebraska.
Il sacerdote con il volto di Tracy è onesto e senza paura. Proprio come i preti interpretati da
O’Brien in più di una decina di pellicole.
Per esempio in Angeli con la faccia sporca, del 1938, O’Brien è un prete amico d’infanzia di un
pericoloso gangster condannato a morire sulla sedia elettrica. Il sacerdote riesce a convincerlo a
fingersi vigliacco per scoraggiare i ragazzi del suo quartiere a seguire le sue orme.
C’è poi la coppia di preti combattivi nella commedia campione di incassi intitolata La mia via,
del 1944, con Bing Crosby nella parte del giovane padre O’Malley, che risolleva le sorti della
parrocchia del suo vecchio curato, Barry Fitzgerald. Il film vinse numerosi premi Oscar e fece amare la
tonaca a tutta l’America.
Negli anni Sessanta, a Hollywood va in scena il mutamento. I preti finiscono per lottare con le
loro tentazioni sessuali (come fa William Holden nei panni di un padre missionario in Storia Cinese,
del 1962) e vengono coinvolti più nella società e nella politica che negli affari di fede.
Negli anni Settanta si trasformano in sempliciotti immaturi come padre Mulcahy, il cappellano
dell’esercito del film M.A.S.H. di Robert Altman e della serie televisiva che ne è seguita. Mulcahy è un
uomo candido e simpatico, ma anche poco acuto e confuso, che beve, fa il tifo per i campioni di
pugilato, gioca a poker e fa scommesse.
Infine in The end, una commedia diretta e interpretata da Burt Reynolds nel 1978, un giovane
sacerdote, interpretato da Bobby Benson, durante la confessione del protagonista dimentica il suo ruolo
di consulente spirituale, assorbito com’è dai racconti piccanti del personaggio rubacuori di Reynolds.
Richard Sipe mi rilascia un’intervista telefonica.
È un uomo cordiale, paziente, preparato, disponibile. Le sue parole non sono mai banali.
«L’attività sessuale all’interno della Chiesa è largamente praticata. Lo sanno tutti. È un segreto
pubblicamente noto, ma di cui non vuole parlare nessuno.
La società di oggi è carica di immagini sessuali. Da una parte i cattolici si aspettano che i loro
sacerdoti rappresentino una società pura e senza sesso, dall’altra non si scandalizzano più nel sapere
che il sesso è ovunque. Questo perché i cattolici preferiscono avere un prete che venga ogni domenica a
dire la messa e celebrare battesimi e matrimoni, piuttosto che non avere nessuno.»
Quali sono le cause? Perché il fenomeno è così diffuso?
«La ragione principale è che il clero non ha un alto livello di educazione in materia di
sessualità. Il noto gesuita americano John L. Thomas diceva che un prete dovrebbe sapere tutto sul
sesso senza avere alcuna esperienza.
Io ho insegnato in numerosi seminari per più di vent’anni e so per certo che i seminaristi non
ricevono nessuna nozione di educazione sessuale durante gli anni di studio.
Una volta, quando insegnavo educazione sessuale, sono andato in un seminario e gli studenti
non capivano e non erano in grado di rispondere a nessuna domanda.
Una volta andai anche dal direttore della scuola per proporre un corso sul celibato. Mi rispose
che non c’era alcun bisogno perché due settimane di lezioni di teologia morale erano sufficienti.
È questo modo di pensare che porta a non avere certezze.»
Lei ha avuto esperienza diretta con i seminari. È vero che dentro i seminari il sesso è diffuso?
«Certo. Lo so bene io come lo sanno anche altri psicologi che hanno avuto a che fare con questi
ambienti. Circa il 20 per cento dei seminaristi hanno relazioni sessuali tra loro, o con qualcuno della
facoltà o con qualche prete.
Per quanto possa sembrare un controsenso, c’è un alto grado di tolleranza.»
La gerarchia sa e fa finta di non sapere?
«L’atteggiamento è il seguente: sono tutti convinti che sia normale per ogni giovane prete
passare per una fase di sperimentazione sessuale, tanto una volta raggiunta l’età adulta viene superata
naturalmente.»
Eppure il Vaticano a parole è molto duro sull’argomento.
«Il Vaticano non intende mettere in atto alcun tipo di azione disciplinare, perché non crede nella
punizione di un prete sessualmente attivo finché non raggiunge i quarant’anni. La crisi degli abusi
sessuali su minori da parte di prelati emersa in questi ultimi tempi conferma proprio questo: che i preti
sentono di poter agire senza temere ripercussioni.»
Nei seminari nessuno dice nulla, come avviene allora la scoperta del sesso?
«La principale fonte di informazioni è la confessione, dove persone che hanno esperienze
sessuali si confidano, rivelando dettagli che aprono un universo sconosciuto a chi li sta ascoltando.
Per questa ragione non credo sia appropriato che la gente vada da un sacerdote a confessarsi. È
pericoloso.
Ci sono documenti che dimostrano quello che sto dicendo.
Mi riferisco in particolare a quella che viene chiamata "sollecitazione nella confessione",
ovvero la tensione sessuale che ha luogo all’interno del delicato rapporto che si instaura tra il
confessore e la persona che si rivolge a lui mettendosi totalmente nelle sue mani.
Solo un seminarista ogni venti, e dico forse, si può pensare sia realmente preparato a confessare
e a dare servizi di consulenza spirituale. E solo uno ogni dieci è davvero in grado di fare il
predicatore.»
Lei sta dicendo che il prete esce dal seminario senza essere perfettamente preparato a fare
quello per cui ha studiato?
«Il livello intellettuale medio del seminarista è estremamente basso. Non è certo quello dello
studente universitario medio o di chi si specializza in un master, soprattutto in materie come
matematica o psicologia. I pochi seminaristi intellettualmente dotati sono spesso immaturi sotto
l’aspetto psicosessuale, come dimostrano numerosi studi effettuati negli Stati Uniti. La loro conoscenza
della sessualità è latente, sia dal punto di vista nozionistico che in termini psicologici ed emotivi.
Questi soggetti non sono in grado di rapportarsi con alcun aspetto della sessualità umana.»
Però negli ultimi decenni è aumentata l’età media dei seminaristi. Lei non crede che la scelta
fatta da adulto presupponga una sessualità più matura?
«C’è un detto che dice: non c’è stupido più grande di un vecchio stupido. È più pericolosa una
persona immatura di una certa età che un giovane.
Non c’è dimostrazione che i candidati alla vita ecclesiastica più anziani siano più maturi sotto
l’aspetto psicosessuale.»
Intendevo dire che magari hanno avuto le loro esperienze e hanno preso coscienza della loro
sessualità.
«Scegliendo il celibato e la castità, hanno un po’ di elementi del loro passato da combattere. Se
invece non hanno ancora avuto alcuna esperienza sessuale e sono già adulti, sorgono naturalmente delle
domande sul loro sviluppo.»
In Italia nessuno ha mai stilato dati sui preti e il sesso. Lei ha mai abbozzato qualche ricerca sul
Vaticano?
«No. Non ho mai avuto modo di raccogliere dati sulle attività sessuali all’interno del Vaticano.
Ma so di un dottore che nei primi anni Novanta ha pubblicato uno studio sull’aids tra i seminaristi a
Roma. Offrendosi di pagare per i loro esami del sangue, ha potuto esaminare settantacinque seminaristi
e ha scoperto che venticinque di questi erano sieropositivi. So anche che allo stesso medico è stato
richiesto di rompere le gambe a un arcivescovo che era deceduto a causa del virus dell’aids, per poi
scrivere sul certificato che era morto per una caduta.
Io ho provato a condurre delle interviste, ma in Italia non è possibile parlare di sesso all’interno
della Chiesa.»
Forse qualcosa sta cambiando, in questo ultimissimo periodo.
«La crisi aperta dagli abusi sessuali ha portato questi argomenti alla luce, ma i giornalisti
italiani sembrano essere molto reticenti sull’argomento. Anche la questione dell’omosessualità
all’interno della Chiesa è tabù. Non conosco nessun paese al mondo dove questo argomento sia più off
limits che in Italia.
Ricordo che alla fine degli anni Novanta è stato pubblicato un libro scritto da cinque membri
anonimi della Curia romana dal titolo Via con il vento in Vaticano. Denunciava vizi e peccati di prelati
e cardinali e mostrava come all’interno della Chiesa regni tra i suoi membri la convinzione di essere al
di sopra di ogni legge.
È la verità. Non importa che tu sia un alto prelato, un vescovo o un semplice parroco: il
comportamento criminale va punito. Ma non è così che opera la Chiesa.»
Perché? Perché fa così?
«È la solita segretezza che domina la Chiesa in tutti i suoi aspetti.
Le racconto un fatto. Qui in America, alcuni anni fa, venne stipulato un accordo tra cinque
centri di trattamento per realizzare uno studio. Dopo l’elaborazione dei primi dati, i fondi per la ricerca
sono stati tagliati immediatamente e la Chiesa non ne ha più voluto sentir parlare. A mio parere temeva
che la stampa riuscisse a rendere pubblici i risultati.»
Come spiega che vengano sempre a galla i pesci più piccoli, mentre vescovi e cardinali
sembrano mediamente più ligi al loro dovere?
«Ho avuto modo di lavorare con un prete che era stato nominato per diventare vescovo della sua
cittadina e aveva avuto rapporti sessuali con almeno diciassette donne. Sapeva di avere quattro figli, ma
non escludeva che ce ne potessero essere degli altri. Era un prete molto attivo e amato nella sua
parrocchia.
Ho riscontrato che spesso è proprio tra questo tipo di persone che si trovano i maggiori
peccatori in termini di attività sessuale.
Per esempio padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, un uomo di
successo che ha fatto un sacco di soldi per la Chiesa cattolica e ha avuto donne e figli in ogni paese.
Padre Marcial non era sessualmente disciplinato ma aveva potuto agire in libertà, perché in tutta la
Chiesa regna un grande livello di tolleranza, e situazioni come questa sono perdonate.»
E il Vaticano è al corrente ma ignora?
«Proprio così. Ignora a partire dal papa fino a scendere alle sfere più basse.»
Solo perché non vuole scandali? O c’è dell’altro?
«La vera ragione per cui sono tutti così pronti a perdonare è che molti vescovi e cardinali sono
sessualmente attivi. Alcuni anche con minorenni.
Molti poi hanno tendenze omosessuali e considerano il comportamento omosessuale dei preti
come un peccato che va confessato e perdonato, piuttosto che un possibile problema psicologico
latente.»
Noi abbiamo il difetto di parlare della Chiesa al maschile. E le suore? Che tipo di problemi
hanno? Quante suore lesbiche ci sono all’interno della Chiesa?
«Anche le suore hanno la loro sessualità. E ci sono un gran numero di suore omosessuali, ma la
situazione è diversa rispetto a quella dei sacerdoti.»
Perché è diversa?
«Perché negli Stati Uniti le suore sono superiori dal punto di vista intellettuale rispetto agli
uomini di Chiesa. Molte hanno dottorati e specializzazioni, e sono più mature.
Ho lavorato con molte suore che avevano bisogno di guida spirituale e terapia, in alcuni casi
perché erano state vittime di attenzioni sessuali da parte di preti. Ma ho avuto a che fare anche con
suore che hanno molestato sessualmente altre suore, studenti o studentesse. Nella maggior parte dei
casi si trattava di donne di Chiesa disturbate psicologicamente in modo piuttosto grave, e spesso con
tendenze sadomasochiste.
Quello che posso dire, secondo la mia esperienza di studioso e ricercatore, è che le donne che
hanno subito attenzioni sessuali da parte di una suora sono meno pronte a denunciare il fatto, perché
non considerano l’evento come un abuso.»
Quanti preti e suore si sono rivolti a lei? Cosa cercano? Conforto? Sostegno? Giudizio?
Consiglio? Che tipo di sentimenti manifestano?
«La vita all’interno della Chiesa è dura e solitaria, richiede un gran sacrificio e tante rinunce, e
direi che la maggior parte dei miei pazienti cerca aiuto per problemi di depressione e stress.
Non posso e non voglio generalizzare. Credo che vi siano uomini di Chiesa buoni e che ve ne
siano di cattivi.
Il problema della Chiesa non sono le persone, è la cultura della segretezza che vi regna e il fatto
che coloro che ne fanno parte sono convinti di non dover rispondere per le loro azioni alle leggi della
società. Sono concetti, questi, estremamente radicati nella storia della Chiesa ormai da secoli.
Tutto è rimasto uguale da centinaia di anni mentre il mondo è cambiato. Questo rende le
persone di Chiesa disconnesse dalla realtà e spesso psicotiche nei loro comportamenti. Predicano in un
modo e agiscono in un altro.
È per questo che molti hanno deciso di lasciare la Chiesa e sposarsi o fare altro.
Per quelli che rimangono e agiscono dando sfogo ai loro istinti sessuali senza però uscire allo
scoperto e scegliere la via della chiarezza con loro stessi e con gli altri, vi sono conseguenze psichiche
da considerare.»
Lei non pensa che il fare del sesso un tabù abbia come conseguenza di spingere gli uomini di
Chiesa verso comportamenti estremi?
«Sicuro. Il fatto che il sesso sia tabù rende gli uomini di Chiesa immaturi, e molti di questi,
proprio in quanto tali, sentono il bisogno di sperimentare e manifestare la loro sessualità con qualcuno.
Però, non essendo preparati, non sanno come comportarsi e come gestire queste spinte emotive. Il
problema vero è che di rado temono una vera e propria punizione. La Chiesa può essere estremamente
ipocrita. Queste situazioni vengono perdonate con facilità.»
In questa inchiesta ho documentato il caso di un prete che passa giorno e notte davanti a filmati
porno scaricati da internet, anche il Venerdì Santo dopo aver detto messa. Un altro mi invita a fare
sesso nel confessionale o nel campanile, un altro ancora vuole fare sesso nel corridoio del convento
oppure in Chiesa, dove spera di usare il calice. Qual è la sua riflessione al riguardo?
«Credo che i casi che descrive rappresentino alla perfezione il fatto che la Chiesa, in cui la
corruzione dilaga da secoli, abbia due codici e due valori: uno per quelli che ne fanno parte, un altro
per il resto del mondo.
È un concetto, questo, che viene inculcato nella testa dei seminaristi sin da quando iniziano i
loro studi.
Ed è per questo che i suoi rappresentanti, che agiscono nelle situazioni sopraindicate, riescono a
convivere con questa dicotomia come fosse normale.
C’è un’estrema arroganza di base all’interno della Chiesa, che porta i suoi membri a credere di
non essere soggetti alle leggi dello stato e di non dover rendere conto a nessuno che si trovi al di fuori
del loro mondo chiuso e protetto.
Tanto più che il concetto fondamentale della vita all’interno della Chiesa è quello della
segretezza in tutti i suoi aspetti, soprattutto in quelli sessuali.
Per quanto riguarda l’omosessualità, non si può non evidenziare come la struttura della Chiesa
sia fondata sulla figura e sul potere dell’uomo, mentre le donne sono escluse da sempre.
Basta pensare al Padre, Figlio e Spirito Santo.
Al suo interno solo il rapporto tra uomini è incoraggiato, mentre quello con le donne è
considerato peccato.»
Qual è il futuro della Chiesa cattolica? Secondo lei le questioni sessuali possono avere delle
ripercussioni sulle sue fondamenta?
«Le fondamenta della Chiesa cattolica devono cambiare per forza, non ho dubbi in proposito.
L’insegnamento della Chiesa sul sesso è una follia. È ridicolo pensare che l’unico atto sessuale senza
peccato sia quello tra due persone sposate che si uniscono con l’intento di procreare. Significa che tutti
quelli che hanno esperienze sessuali al di fuori di questo specifico caso commettono un peccato
mortale? È assurdo.
La Chiesa dice che la masturbazione è un peccato mortale. È una follia.
Tutto può essere un peccato, se portato all’esasperazione. C’è anche il peccato di gola, ma
mangiare non è un peccato.
Prendiamo per esempio lo scandalo sull’uso del preservativo come strumento per il controllo
delle nascite tra marito e moglie. Non c’è niente di amorale in questo.
Credo che all’interno della Chiesa dovrebbero tornare tutti a scuola.
La Chiesa poi continua a usare il termine "intrinseco" in qualunque contesto: l’aborto è
intrinsecamente malvagio, la masturbazione è intrinsecamente malvagia, la contraccezione è
intrinsecamente malvagia.
È tutto assolutamente stupido. Nessuna persona che abbia un minimo livello di educazione, al
giorno d’oggi, può credere che queste affermazioni siano vere.
Non solo non hanno ragione di esistere in base a una qualunque valutazione scientifica, ma
anche seguendo un minimo di logica e di buon senso.
La Chiesa dice che gli omosessuali sono intrinsecamente disordinati e malvagi.
Amore è amore.
E un giorno la Chiesa lo ammetterà.
Il problema è che al suo interno hanno tutti paura di perdere il controllo.
E non importa se non c’è più alcun collegamento tra quello che predicano e la realtà.
Basta vedere il livello di natalità in Italia, una delle più basse del mondo. Chi ci può credere che
questo sia il risultato di astinenza e castità sessuale?»
Grazie, dottor Sipe.
Post Scriptum
Non ho intenzione di porgere scuse a nessuno.
Nemmeno ai sacerdoti che ho raggirato.
I sentimenti che provo alla fine di questo lungo cammino li tengo per me e per la mia inquieta
coscienza.
Resto in silenzio.
Il silenzio delle migliaia di preti che soffrono, che si flagellano, che sentono la parrocchia come
una prigione. Neppure troppo dorata.
Il silenzio delle suore usate, abusate, ignorate.
Il silenzio delle donne che vivono nell’oscurità, che aspettano, che sognano. Che hanno visto le
loro vite sciogliersi e si addossano colpe che non hanno.
Il silenzio di quei bambini che chiedono: mamma perché tutti hanno un papà e io no?
Il silenzio dei gay, delle lesbiche, degli emarginati per le loro inclinazioni sessuali.
Il silenzio dei divorziati e di coloro che sentono calpestata la propria dignità di credenti.
Il silenzio dei vescovi, dei cardinali e di tutti quelli che hanno portato il proprio mattone per
costruire muri di segretezza e di omertà.
Il silenzio di papa Giovanni Paolo II, del cardinale Joseph Ratzinger, di papa Benedetto XVI e
di quelli che nei secoli li hanno preceduti.
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Grazie
Grazie a Giorgio Mulè.
Da un punto di vista professionale tutto quello che sono è merito o colpa sua.
Mi ha dato fiducia. Mi ha dato una possibilità.
Mi ha dato tutto.
Gli ho dato tutto.
Grazie a Ilaria Molinari.
Ha seguito questo libro come un bambino. L’ha aiutato a crescere. Ha avuto un ruolo molto
importante.
Grazie al mio fidanzato, Michele.
Intelligente, solare, pulito. Sono certo che riuscirà a realizzare i suoi sogni.
Grazie a Simone Di Meo.
Tanto bravo quanto umile, efficiente e disponibile. Un fior di giornalista.
Grazie a Vincenzo Marannano, collega e amico.
Grazie a Federico Bollettin e Federica Bertoncello.
Grazie anche a Sandro Mangiaterra, mi avrebbe certo dato una mano se non fosse stato
assorbito dalla lettura di Babilonia, il mio precedente libro.
Grazie a Uschi, Carlo Maria, Dossy e alla signora Marlis Kerber.
La loro vicinanza è stata un dolce refrigerio.
Grazie a don Franco Barbero.
Conoscere don Franco è stata una vera gioia.
Quando gli ho chiesto aiuto mi ha posto una condizione: che il contenuto di questo libro non
fosse pruriginoso.
Ho fatto a don Franco una promessa che in parte non ho mantenuto.
Queste righe sono per lui.
Per dirgli che ero sincero, le cose sono cambiate in seguito e non me la sono sentita di
comunicargli il cambio di rotta.
Avevo troppa paura che mi dicesse di non pubblicare più la sua lettera.
Una lettera che mi emoziona, che mi rende fiero e che arricchisce questo lavoro.
In ogni caso gli chiedo scusa senza accampare scuse.
Sono certo che, da uomo di profonda umanità e intelligenza superiore qual è, don Franco
riconoscerà la pulizia del mio intento e l’onestà del mio lavoro.
Grazie ai preti, suore, uomini e donne che, pur coperti dall’anonimato, mi hanno concesso le
loro testimonianze di vita.
Grazie a Daniele Nardini e a tutta la redazione di «Gay.it».
Grazie a Roberto Mirabile e alla Caramella Buona.
Grazie a Carlo Musso. Prepara la camera, arrivo.
Ringraziamenti
Ogni qual volta ho oltrepassato i confini dell’Italia, mi sono avvalso del contributo
fondamentale di questi colleghi, dei quali ho molto apprezzato serietà e professionalità.
A tutti il mio più sincero ringraziamento e un grosso in bocca al lupo per il futuro.
Giorgia Castagnoli, Jacopo Dettoni, Michele Fossi, Simona Giacobbi, Davide Lorenzi, Paolo
Manzo, Ilaria Molinari, Erika Suban.
GOLGOTA
Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Uno
Questo è un libro che non avrei mai voluto scrivere.
Non avevo voglia di toccare con mano la sofferenza che brucia dentro il cuore delle persone che
hanno subito abusi in tenera età.
Non avevo voglia di entrare nella mente di un sacerdote che, dopo aver celebrato l’eucaristia,
sfoga i suoi istinti sessuali repressi sui bambini.
No. Questo è un libro che non volevo scrivere.
Durante l’anno passato a lavorare su Sex and the Vatican, la mia indagine precedente che
racconta la doppia vita di migliaia di preti e suore in tutto il mondo, mi sono tenuto a debita distanza
dalla violenza e dagli abusi su minori.
Il punto è che io non sono un saggista freddo e distaccato.
Il mio più grosso appagamento intimo e professionale lo realizzo quando mi avventuro in
un’inchiesta sul campo. Che non significa mettermi una parrucca, un paio di occhiali e una barba finta
per incastrare l’azzeccagarbugli di turno. E magari fargli la ramanzina davanti a una telecamera dopo
avergli svelato la mia vera identità.
Per me l’inchiesta è un’immersione totale nella realtà che ho deciso di raccontare. È qualcosa
che parte da lontano. Inizio a frequentare le persone, imparo a parlare come loro, a vivere come loro, a
pensare come loro. A diventare tutt’uno con loro.
È un processo lento e faticoso, che si conclude quando di colpo mi rendo conto che non sto più
recitando, che non penso prima di parlare, che non ho bisogno di ripetere nella mia mente il nome falso
con cui mi presento. Da quel momento, l’oggetto della mia indagine avverte l’empatia e mi apre le
porte del suo mondo.
Ecco perché non volevo scrivere questo libro.
Poi è successo qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Ho conosciuto Fabio.
Fabio è sui quarant’anni. È italiano ma vive negli Stati Uniti, dove fa il ricercatore in un famoso
istituto clinico.
Mi sono avvicinato a lui dopo aver letto una mail che ha scritto all’associazione Caramella
Buona.
Eccola:
«Sono anch’io vittima dell’abuso sessuale da parte di un prete.
Mi sento esplodere nel vedere come nessuno riesca a bloccare questi pervertiti che si mettono
una tunica addosso per riuscire ad avvicinarsi agli adolescenti.
Un prete mi ha molestato per ben due anni, mi ha ricattato più volte, ha rovinato la mia
adolescenza. Ma la cosa che mi fa più male è saperlo libero, perché a quanto mi risulta continua ad
abusare di altri adolescenti.
Ho provato a parlare con qualcuno negli uffici vescovili, ma non è servito a nulla. Lui è stato
spostato da una parrocchia a un’altra e ha continuato con i suoi sporchi giochetti.
Io sono cresciuto in Sicilia. Vi scrivo nella speranza che possiate aiutarmi oppure indirizzarmi
verso qualcuno disposto a lottare con me per mettere fine a questo scempio.
Sono passati tanti anni da quando ho subito gli abusi, quindi il mio caso potrebbe essere caduto
in prescrizione. Questo ve lo dico per onestà.
Ma vi prego comunque di non ignorare la mia lettera e di darmi una speranza. Di aiutarmi a
credere almeno una volta che la giustizia è dalla parte mia e di tutti quelli che hanno subito in silenzio
le perversioni di quegli uomini che in nome di Cristo hanno rubato la nostra innocenza e hanno
marchiato la nostra vita».
Innocenza rubata. Vita segnata. Perversioni in nome di Cristo.
Mi è venuta la pelle d’oca.
Me la sono fatta passare subito e mi sono posto una domanda: perché ha aspettato vent’anni
prima di decidersi a vuotare il sacco?
Lo ammetto. La circostanza ha suscitato in me una certa diffidenza. Non avevo alcuna
esperienza del travaglio interiore di una persona che è stata violentata nell’età in cui i genitori siciliani
ti impongono i pantaloni sopra il ginocchio. E quando mi sono collegato con Fabio in videochiamata su
Skype gli ho subito chiesto come mai si fosse svegliato così tardi.
Ho ascoltato la sua risposta, ho visto la sua faccia, mi sono sentito piccino come il riquadro con
la mia immagine in basso a sinistra sullo schermo del computer.
Queste le parole di Fabio:
«Solo chi ha subito un abuso può capire quanto sia difficile per un adolescente superare la paura
e la vergogna.
Trovare la forza di chiedere aiuto.
La paura che nessuno creda a quello che dici.
La paura di essere giudicato.
La sensazione di sporco e di vergogna che ti porti dentro. Per qualcosa che è successo ma a cui
non vuoi pensare.
Un abuso fisico e psicologico.
Un incubo che è meglio cancellare piuttosto che rivivere nelle parole di qualcun altro.
Nessuno può capire il dolore profondo.
Nessuno può capire il vuoto che ti è rimasto dentro.
Nessuno può capire la solitudine nel cuore e nella mente.
L’isolamento.
La paura.
Il silenzio.
Un piccolo uomo, fragile, cresciuto in fretta, forzato alla verità del sesso e della vita. Così mi
sentivo allora, spremuto sotto il torchio psicologico di un uomo che con la scusa di amare mi ha
svuotato il cuore e tolto la voglia di vivere.
A chi mi fa la tua stessa domanda io rispondo così: perché ero un adolescente, perché non avevo
la forza, perché non avevo il coraggio di affrontare il giudizio della gente.
Non avevo la forza e il coraggio di superare la vergogna e il senso di sporco che portavo dentro.
Non avevo la forza e il coraggio di condividere l’umiliazione e il dolore.
Non avevo la forza e il coraggio di accettare che quello non fosse amore paterno ma morbosità
malata.
A chi mi fa la tua stessa domanda io rispondo: perché adesso sono un uomo, forte, coraggioso.
Perché non ho più paura.
Perché ho voglia di giustizia.
Perché spero che la mia voce si unisca alla voce e al dolore di tutti coloro che hanno subito ciò
che ho subito io, persino dallo stesso uomo.
Spero che la mia denuncia, urlata a testa alta, porti conforto e sostegno, e finalmente blocchi le
mani e la mente di un uomo malato che ha fatto e continua a fare del male a fragili adolescenti in cerca
solo di un abbraccio e di amore paterno».
Dopo aver chiuso la conversazione con Fabio, sono andato su Google e ho trovato un’infinità di
analisi sul processo di rimozione dell’abuso sessuale.
Quella sera stessa gli ho scritto una mail di scuse.
Poi, una volta a letto, non sono riuscito a prendere sonno. Mi sono alzato e sono andato a
spulciare nella memoria del mio telefono cellulare, dove ho ritrovato i messaggi che avevo scambiato
con un sacerdote dopo l’uscita di Sex and the Vatican.
Don Sergio mi aveva scritto le sue considerazioni sul libro, c’era stato uno scambio di opinioni
durante il quale mi aveva confessato che, per un breve periodo della sua vita, era stato ricoverato in uno
di quei centri religiosi di riabilitazione per preti afflitti da problemi psichici, depressione, alcolismo e
pedofilia.
Per lui, la sua colpa si limitava all’omosessualità.
E io, che ne avevo le scatole piene di preti disturbati e non pensavo di tornare a occuparmi dello
stesso tema, lo avevo liquidato in maniera sbrigativa.
Ma lui si è rifatto vivo.
Un mese dopo il nostro primo approccio, una sera di primavera, ricevo un messaggio sul
telefonino.
«Perché non ti fai più sentire?»
Non è firmato, il numero non è tra quelli memorizzati.
Scrivo: chi sei?
«Don Sergio.»
Sono perplesso.
Cosa vuole questo da me?
Non so davvero cosa pensare.
Scrivo: ho avuto dei problemi con il cellulare, era rotto e non trovavo il tuo numero.
«Be’, pensi che io ti creda?»
Il mistero si infittisce.
Scrivo: non vedo alcuna ragione per cui dovrei dirti delle bugie.
«Bello, non sono nato ieri.»
Mi sembra uno scherzo, non può che essere uno scherzo.
Ma inizia a infastidirmi.
Scrivo: la prova che non avevo più il tuo numero sta nel fatto che prima ti ho chiesto chi fossi.
«Scusami, sono proprio un coglione, scusami davvero.»
Mamma mia che stress.
Ecco un altro sacerdote poco sacerdotale.
Ora mi tocca pure consolarlo.
Scrivo: ti prometto che verrò presto da te.
«Ok, guarda che ci tengo. Forse provo qualcosa per te. Mandami pure a quel paese.»
Questa è bella.
Prova qualcosa per me.
Ma se non ci siamo mai visti.
È matto.
Prima le parole di Fabio, poi la rilettura dei messaggi di don Sergio.
Ho passato una notte insonne. Ho pensato e ripensato. Ho rivisto la vita di Fabio, il suo
travaglio interiore. Il suo calvario.
Ho immaginato la solitudine di don Sergio, che a cinquant’anni sogna l’amore e scrive
messaggi deliranti a persone che non conosce. La sua inquietudine, il suo vivere da internato dentro la
Chiesa. Il suo calvario.
C’ero finito dentro.
Dovevo percorrere anch’io il mio calvario per arrivare a scavare a piene mani nel cuore
dell’uno e dell’altro. Quella doveva essere la mia strada. Il mio Golgota.
Raccontare l’animo di entrambi, non da giudice ma da testimone. Avendo però ben chiaro chi è
la vittima e chi l’orco.
Perché se c’è una cosa sulla quale non si possono fare sconti è la pedofilia.
A nulla vale la circostanza che il pedofilo possa essere stato a sua volta vittima di abusi quando
era piccolo, o che abbia vissuto un’infanzia terribile, o che la Chiesa abbia represso la sua sessualità e
lo abbia portato all’esasperazione, alla follia.
Al primo pensiero nei confronti di un bambino ti alzi, vai e bussi alla porta di uno specialista.
Gli dici di fermarti, ti fai curare, chiedi aiuto.
Non puoi essere indulgente con te stesso. A maggior ragione se sei un uomo di Chiesa. Perché
hai avuto la possibilità di studiare, sei un minimo istruito e capace di intercettare, riconoscere e
qualificare le tue pulsioni.
E allora ti fai curare. Non sei un animale che si fa guidare solo dall’istinto. Sei stato educato e
formato per venire incontro ai bisogni della gente, sei il pastore, sei quello che si prende cura del
gregge. Non puoi accampare scuse. Sai benissimo che stai rovinando la vita di un bambino. Lo sai.
Decidi di fregartene.
Forse eri pedofilo prima di diventare sacerdote. Forse la Chiesa ti ha offerto la possibilità di
realizzare il sogno della tua vita, ovvero stare a contatto con i bambini senza destare sospetti.
Forse lo sei diventato dopo. Chissà.
In ogni caso hai deciso in piena coscienza di fregartene.
Quindi non meriti nessuna pietà.
È tempo di partire, di salire su un aereo per andare a conoscere Fabio negli Stati Uniti. Prima,
però, scrivo un messaggio a don Sergio:
«In questi mesi ti ho pensato parecchio. Le tue parole mi avevano turbato al punto da
respingerti. Ora sento di potermi avvicinare a te. Ho bisogno di frequentarti e di capire. Ma non
mettermi fretta e non forzare gli eventi».
E meno male che questo era un libro che non avrei mai voluto scrivere.
Due
Siamo a New York.
L’appuntamento è nella hall dell’istituto di ricerca.
L’addetto alla sicurezza mi chiede i dati per la registrazione. Fabio è già stato avvisato, sta
venendo a prendermi.
Sono un po’ emozionato.
La porta dell’ascensore si apre. Eccolo, lo riconosco subito. Non proprio alto, minuto, capelli
castani corti, grandi occhi dello stesso colore. Indossa una polo blu con i bordi colorati, pantaloni
bianchi, scarpe sportive rosse.
Ha un orecchino d’oro a forma di cerchio all’orecchio sinistro, anello d’argento sull’anulare
destro, bracciale. Porta appeso al collo il tesserino da ricercatore con nome, cognome e foto. Il mazzo
di chiavi agganciato al passante dei pantaloni fa rumore quando cammina.
Anche Fabio sembra teso.
Ci stringiamo la mano. La presa è forte, vigorosa, sincera.
Si scioglie un po’ il ghiaccio.
In ascensore mi sento già a mio agio. Non mi accorgo neppure del numero di piano.
La porta si apre su un corridoio stretto, passiamo sotto un cartello con la scritta DANGER,
entriamo in un ufficio pieno di sedie, computer, fogli.
Poche persone.
Fabio si siede alla sua scrivania, vicino alla finestra.
Vive a New York da diversi anni. La città gli piace, ma la sua vita è monopolizzata dal lavoro.
Trascorre in laboratorio dodici ore al giorno, spesso anche i fine settimana, e gli rimane poco tempo per
guardarsi attorno. Mi dice che ha intenzione di andare avanti così per almeno un anno: ha un contratto e
vuole rispettarlo.
Poi deciderà cosa fare della sua vita. Forse lo rinnoverà, magari si venderà a una industria
farmaceutica per guadagnare un po’ di soldi.
I ricercatori negli Stati Uniti prendono quanto un maestro elementare in Italia, e con il costo
della vita a New York non è sempre facile tirare avanti.
Fabio dimostra un po’ meno della sua età. Fino a qualche tempo fa era pieno di ideali, sognava
a occhi aperti e non si preoccupava del portafogli. Gli bastava poco per vivere. Ora ha voglia di
stabilità e di guadagnare di più.
Il suo lavoro lo gratifica e lo riempie di soddisfazione.
L’indipendenza professionale è il vero valore aggiunto alla sua vita. Il sogno, per il futuro, è un
centro di ricerca tutto suo. Ma a New York è difficile, la concorrenza è altissima, arrivano i migliori
studiosi da tutto il mondo.
Fabio ama New York. Ama la sua grande offerta culturale. L’opera, il balletto. Appena può
corre al Lincoln Center, dove ha visto il Don Giovanni, l’Aida e la Carmen.
Anch’io amo il balletto. L’ho scoperto un po’ di anni fa durante un viaggio in Russia.
Il Lago dei cigni di ?ajkovskij al teatro Mariinskij di San Pietroburgo... Il principe Siegfried, la
battuta di caccia notturna, i cigni che nuotano sulle acque di un lago, i cacciatori che puntano i fucili
ma si ritrovano davanti splendide fanciulle, l’incantesimo. Odette, la sua bellezza che ammalia il
principe, l’amore, il ballo a corte, il mago malvagio e la figlia Odile. L’inganno, le lacrime, la tragedia,
la liberazione dal sortilegio, l’apoteosi. La musica di ?ajkovskij che ti entra nelle ossa.
Fabio è un ragazzo che ascolta e si appassiona. È bello parlare con lui.
Ha provato a prendere qualche lezione in una compagnia di danza che si chiama Alvin Ailey:
sono quasi tutti neri e hanno una scuola molto conosciuta a New York.
Per lui è stato come vivere dentro Saranno famosi, un telefilm degli anni Ottanta di cui non
perdeva una puntata.
Anch’io andavo matto per le acrobazie di Leroy e l’ironia di Danny Amatullo.
A New York è una bella giornata di sole. Siamo ormai prossimi all’estate. Fabio ha una gran
voglia di andare in vacanza. Partirebbe domani mattina stessa per raggiungere i genitori e le sorelle. La
sua città d’origine si affaccia sul mare. Sogna lunghe nuotate e poi grandi abbuffate a tavola con la
cucina della mamma.
Ma dovrà aspettare ancora un po’. Quello del ricercatore è un mestiere diverso dagli altri. Non
puoi mollare tutto e andare a spaparanzarti in spiaggia nel bel mezzo di un progetto importante. Prima
si raggiunge l’obiettivo e poi si può anche staccare la spina.
Fabio ama viaggiare. È stato in parecchi paesi del Centro e del Sud America. Ha girovagato per
venti giorni in Cina. È rimasto impressionato da Pechino e soprattutto dai villaggi di pescatori della
costa meridionale.
Non gli dispiacerebbe tornare a vivere in Europa. Ma non in Italia.
Per un ricercatore, oggi l’Italia è la morte professionale e civile. Pochi soldi, nepotismi,
meccanismi antiquati di selezione sul lavoro, forte incidenza della politica in tutti i settori.
Continuo io: mancanza di merito a tutti i livelli della vita sociale, economica, politica. Il criterio
di selezione della classe dirigente passa attraverso meccanismi di cooptazione, affiliazione,
appartenenza, fedeltà.
Fabio tocca dei tasti che mi stanno molto a cuore e che mi scaldano.
Gli raccomando di non farsi fottere dalla nostalgia. Di stare lontano dall’Italia. Di non tornarci
mai più, se non per un breve bagno al mare e un pranzo cucinato dalla mamma.
L’Italia è il paese in cui quell’accozzaglia di filibustieri che siede in Parlamento sproloquia
senza essere in realtà rappresentante del popolo.
I parlamentari italiani vengono imposti dall’alto, la gente quando va a votare non fa altro che
ratificare, mettere un bollino di democrazia su un processo che di democratico non ha nulla. Per essere
rieletti, questi signori, in molti casi dei veri farabutti, non cercano la compiacenza degli elettori ma del
capobastone, di chi li ha scelti, di chi diventa di fatto padrone del loro destino. E i cittadini non hanno
nemmeno la possibilità di licenziarli.
Sì, licenziarli. Perché ogni singolo elettore è il loro datore di lavoro.
Oggi questo in Italia non è possibile, perché la legge elettorale non ti consente di determinare la
carriera dei professionisti della politica. E non sto parlando di un problema minore, perché lo stato
italiano non è piccolo e discreto.
Lo stato italiano è straripante e ingordo. Se ne potrebbe stare dentro il recinto della politica
estera, della sicurezza, della sanità, dell’istruzione. Invece fa il postino, l’intrattenitore televisivo,
l’elettricista, il petroliere, il benzinaio, il meccanico, il metalmeccanico, l’autoferrotranviere, il
giornalista, il pilota, il controllore.
E ovunque metta le mani, crea inefficienza e corruzione.
Guardo Fabio. Gli chiedo scusa per il predicozzo.
Ma lui è molto più arrabbiato di me. Dice che nessun essere umano va a vivere in un posto
lontano se non è spinto dalla necessità. E che lui considera la sua emigrazione una sconfitta per sé e per
il paese in cui è nato e cresciuto.
Il tempo a nostra disposizione sta per scadere. Fabio deve andare, ha un appuntamento a cena da
una collega che ha avuto un bambino un paio di mesi fa.
Una compagna di lavoro lo chiama al telefono, lo esorta a uscire. Fabio parla in francese con
grande dimestichezza. E con altrettanta educazione si scusa per l’impegno.
Me l’aveva detto, prima del nostro incontro, ma io avevo insistito per un breve saluto perché
avevo voglia di conoscerlo e di farmi conoscere.
Comunque si dimostra una persona sensibile.
Ci alziamo. Fabio spegne le luci e chiude a chiave la porta.
Tre
Fabio nasce in Sicilia a metà degli anni Settanta.
Sono impreciso perché, dopo un consulto con il mio editore, ho deciso di usare un nome di
fantasia e di rendere irriconoscibili lui e le persone che sono protagoniste a vario titolo di questa storia.
Secondo di quattro figli: un fratello più grande, due sorelle più piccole. Famiglia di elevato
livello sociale, culturale ed economico. Il padre è una figura molto in vista, la mamma è una
professionista rispettata.
L’infanzia di Fabio è serena, piacevole. Le estati al lido, i tuffi nelle acque limpide del mare, il
giro in barca per la pesca, il tepore del sole al tramonto.
Fabio cresce immerso nei sapori e negli odori della sua terra. Con il gelsomino fuori dalla
finestra di casa che inebria l’aria di una fragranza dolciastra e il profumo del pomodoro fresco appena
raccolto e insaporito da alcune foglie di basilico.
Il padre ama molto viaggiare. Ogni estate, la famiglia al completo parte per la Toscana, il
Trentino, la Valle d’Aosta, l’Abruzzo, la Puglia, la Francia o la Svizzera.
Nuovi posti, nuove contaminazioni, la magia della scoperta.
Poi Fabio cresce e comincia a frequentare la parrocchia vicino a casa, dove si organizzano un
sacco di attività per adolescenti.
Ha la fortuna di dedicarsi al teatro, alla pittura, allo sport. E di vivere quella meravigliosa
esperienza che è la settimana in gita con gli amici della parrocchia. Si va sempre nel rudere di
montagna di proprietà della curia.
Il profumo dei castagni, l’acqua gelida dei ruscelli, le escursioni, le serate passate a cantare con
le chitarre attorno al fuoco. Nascono rapporti e amicizie che ancora oggi sono inossidabili.
Nel 1993, alla fine delle scuole superiori, Fabio si iscrive alla facoltà di Farmacia, corso di
laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche. La chimica è da tempo una sua grande passione.
L’incontro tra l’idrogeno e un ossidrile per la formazione di una molecola d’acqua lo emoziona.
Durante gli anni universitari, Fabio divora i libri di chimica e biologia. Fantastica, studia nuovi
farmaci, parla con i professori. Con una docente in particolare si trova a meraviglia: quella di
biochimica e biologia molecolare. Si sviluppa un grande coinvolgimento intellettuale, che lo stimola a
studiare con voracità tutti i processi biologici che fanno parte della fisiologia del corpo umano.
Fabio è incantato dalla voce della professoressa durante le lezioni. Segue con grande trasporto
le spiegazioni sulle molecole o sulle reazioni dentro le cellule, dal metabolismo del glucosio al
consumo energetico di una singola cellula.
La scelta della materia per la tesi di laurea non può che cadere sulla biochimica. Il passo
successivo è la richiesta di poter frequentare il laboratorio dell’amata professoressa.
È questo il cambio di passo nella vita di Fabio.
Durante le lunghe ore a bottega e le infinite discussioni scientifiche con la sua maestra, Fabio
sente nascere la passione per la ricerca.
Si laurea a pieni voti: 110 e lode. Il giorno dopo è già alle prese con i colloqui di lavoro. Le
opportunità sono diverse, Fabio sceglie il laboratorio di ricerca di una grande azienda farmaceutica
specializzata nei prodotti oftalmici. Poi conosce un professore con un curriculum straordinario e,
seguendo i suoi consigli, passa a lavorare per un istituto di ricerche oncologiche.
Lascia anche la Sicilia e si trasferisce in una nuova regione.
Per la prima volta nella vita si trova a ricominciare da zero. Lontano dalle sue cose, dalla
famiglia e dagli amici. Ma anche qui trova affetto, amore, accoglienza. Oltre a ottimi vini e a paesaggi
mozzafiato.
Fabio entra a far parte di una compagnia teatrale: un gruppo di giovani che mette in scena
spettacoli per bambini. Fa nuove amicizie, con un paio di ragazzi si crea un’alchimia affettiva che
sfocia in qualcosa di molto simile a una famiglia.
E poi passeggiate notturne, bicchieri di vino sorseggiati sotto le vigne, il profumo della legna
bruciata nei camini: memorie vive e palpabili.
La scoperta delle danze caraibiche, i ritmi latini un po’ esotici, le nuove passioni.
L’istituto dove lavora ha un programma di cosponsorship con l’università di Londra. Fabio
sfrutta l’occasione e inizia un dottorato di ricerca internazionale. Intanto il nuovo lavoro nel laboratorio
arricchisce il suo bagaglio formativo. Fabio si confronta con tecniche innovative e impara a usare i
microscopi più avanzati.
Si fa conoscere anche nella ricerca sul cancro. Raccoglie finanziamenti importanti da banche e
fondazioni e ottiene risultati che vengono pubblicati su una delle più importanti riviste mondiali di
settore: «Nature Cell Biology». Poi arrivano altri articoli scientifici e il suo lavoro viene citato anche
dai laboratori specializzati.
Quando finisce il dottorato con l’università di Londra, riceve molte offerte di lavoro sia
dall’Europa sia dagli Stati Uniti.
Fabio passa le notti in bianco cercando di scegliere l’offerta migliore e la città più interessante
dove vivere. L’insonnia contagia anche i suoi due amici più cari, compagni di viaggio in ogni passo
importante della sua vita.
È il 2006. Tra le proposte, una è a firma di uno scienziato di fama internazionale cui hanno
appena offerto la direzione del dipartimento di Biologia cellulare di un ospedale di New York,
considerato tra i primi al mondo nella cura e nella prevenzione del cancro.
È un’offerta irrinunciabile. L’opportunità della vita.
Nei nuovi laboratori americani, Fabio studia il tumore al cervello. Nella prima fase del progetto
si attacca al camice di un importante neurochirurgo e impara le tecniche più moderne. Inizia a lavorare
con campioni umani di tumore al cervello che arrivano dalle sale operatorie. Il suo gruppo di lavoro
ottimizza un protocollo attraverso cui riesce a impiantare le cellule umane malate nel cervello di un
topo per ricreare un tumore fenotipicamente identico a quello del paziente.
Grazie ai topi, Fabio può continuare a studiare per tentare di bloccare la proliferazione delle
cellule tumorali in vivo. A oggi infatti non esiste cura per i malati di cancro al cervello, a parte la
chirurgia e la radioterapia: molto invasiva la prima, molto pericolosa la seconda, entrambe con poche
speranze di sopravvivenza.
Dopo tre anni di duro lavoro, Fabio riesce a identificare una proteina coinvolta nella
regolazione della proliferazione di queste cellule tumorali. Una scoperta che gli fa vincere diversi
premi molto importanti. E oggi sono allo studio possibili farmaci capaci di bloccare la sua amata
proteina. Le sperimentazioni sui topi hanno avuto successo, motivo per cui spera che entro pochi anni
si riesca a produrre un farmaco per la cura del glioblastoma multiforme, uno dei tumori al cervello più
aggressivi, che lascia ai pazienti un tempo di sopravvivenza di dodici mesi al massimo dal momento
della diagnosi.
La scoperta di Fabio ha fatto il giro del mondo, diverse associazioni di ricerca sul cancro lo
hanno premiato e molti laboratori lo hanno invitato a esporre i suoi lavori.
Fare ricerca per aiutare il prossimo: un sogno che finalmente è vicino a realizzarsi. Una
promessa che ha fatto all’amica del cuore morta diversi anni fa proprio per un tumore al cervello.
Quattro
Già a partire dal mio secondo appuntamento con Fabio mi sembra di rivedere un vecchio amico.
Nessun silenzio imbarazzato e imbarazzante, solo il piacere palpabile di passare del tempo
insieme.
Lui è sempre vestito in modo sportivo e sobrio. In uno dei nostri incontri lo raggiungo nel suo
quartiere, l’Upper East Side. Ci infiliamo in un piccolo caffè accogliente e senza troppe pretese.
Ordiniamo uno spicy chai tea e ci concediamo un dessert al cioccolato da dividere in due. Fabio
va pazzo per le cose dolci. Quando gli viene voglia non sa resistere, anche in piena notte si veste e
scende sotto casa, dove per fortuna c’è uno di quei negozi aperti ventiquattr’ore al giorno.
Io potrei vivere di pizza e gelato.
Con due forchette di plastica bianca azzanniamo la torta, che si rivela piuttosto dura e non
troppo saporita. Ma non ci facciamo intimidire.
Intanto comincio a scavare nella sua vita privata.
Fabio mi parla di salsa e balli latinoamericani, l’unico momento in cui si lascia andare. Il ballo è
una terapia. Lui si fa trasportare, si butta tutto alle spalle, dimentica perfino gli esperimenti in
laboratorio.
Ci va ogni venerdì sera, e molti dei suoi amici condividono la sua passione. Qualche tempo fa
ha passato un weekend in una specie di campo estivo a un paio d’ore da New York, dove tutti gli
appassionati di salsa si sono ritrovati per ballare dalla mattina alla sera sull’erba in riva al lago.
Il lunedì prende lezioni di francese, gli altri giorni frequenta una palestra.
Non sta mai in casa.
Per fortuna non ha un cane o un gatto ad aspettarlo. Dico questo perché, da quando fa
esperimenti sugli animali, Fabio li vede solo come cavie.
Una sera era a casa di un amico, uno che chiama il suo cane «il mio bambino», quando un
piccolo topo è finito in una trappola, cosa molto comune per chi vive a New York. Il topino ha iniziato
a gemere e il suo amico ha fatto lo stesso, sotto shock e incapace di muovere un dito. Fabio gli ha
suggerito di ucciderlo per non farlo soffrire a lungo, ma l’amico si è messo a gridare.
Fabio mi racconta questa storia con freddezza e tristezza.
Non riesce più a sentire alcuna emozione per gli animali. I topolini sono solo uno strumento di
lavoro. Quando pratica la prima iniezione, loro emettono dei lamenti, ma lui non si commuove più. Li
prende da dietro, stringe la coda, poi infila l’ago nel fianco e aspetta che si calmino. A quel punto
inietta nel loro cranio le cellule malate di un paziente morto o moribondo.
Insensibile alla sorte dei topi, Fabio pensa spesso invece alle persone che soffrono di tumore al
cervello. Soprattutto quando va in ospedale a ritirare il campione di cellule e incrocia le loro famiglie.
Legge il nome del paziente, la sua cartella, gli anni, i trattamenti fatti, da quanto tempo ha il
tumore. Mette insieme i dati e calcola quanto tempo gli rimane da vivere. A volte scopre che è già
morto al momento in cui inizia a lavorare sulle sue cellule.
Fabio mi guarda. Abbassa gli occhi, sembra avere un macigno nello stomaco.
Soffre molto quando i pazienti sono bambini, allora è molto più difficile da digerire. Ma è
proprio in quei momenti che cresce la determinazione a lavorare duro. Fa anche il volontario per
un’associazione che raccoglie fondi per i bambini. Vende biglietti, partecipa a riunioni ed eventi,
promuove il suo lavoro.
Mi dice che ha imparato a essere fatalista. Il tumore al cervello non ha sintomi, quando si
manifesta è già partito il conto alla rovescia.
Non ricordo neppure come da questi argomenti, dopo un po’, ci ritroviamo a parlare di relazioni
affettive. Forse ci arriviamo attraverso discorsi su amicizie interrazziali e matrimoni tra persone di
religioni diverse.
Sia io che Fabio troviamo sbalorditivo il modo in cui la fede sia alla base di molte politiche di
governo discutibili che condizionano la vita sociale e politica degli esseri umani. Entrambi siamo nati e
cresciuti in Sicilia, dove il più piccolo prete di paese rappresenta ancora una figura di riferimento per
tutta la comunità, alla quale dispensa regole e direttive che spesso vanno ben al di là del suo compito di
cura delle anime.
Fabio ha un’amica indiana induista i cui genitori vivono come una tragedia il fatto che l’altro
figlio frequenti una ragazza indiana musulmana.
Io tiro fuori la storia di un’amica omosessuale che si è ritrovata un prete in casa, portato dalla
mamma perché la sottoponesse a una specie di esorcismo.
Fabio ride.
Sento che sta per dirmi qualcosa. Non so ancora se il rapporto che si è instaurato tra noi in così
breve tempo sia già abbastanza maturo da togliere tutte le password di accesso ai vari file della nostra
vita.
Ma avverto il cambio di passo. Glielo leggo negli occhi.
Fabio è trasparente. Pulito. Sincero.
Dice che a lui è successa quasi la stessa cosa.
Riavvolgo il nastro a tutta velocità.
Sì, stavamo parlando di omosessualità.
Fabio racconta una cosa che gli è capitata un paio di anni fa. Ha incontrato un vecchio amico
dei tempi dell’adolescenza che nel frattempo aveva preso i voti ed era diventato sacerdote. Dopo i
primi convenevoli e ricordi dei tempi passati, gli ha confessato di essere diventato bisessuale e di aver
avuto alcune storie con persone dello stesso sesso.
Ci siamo. Stiamo per superare il punto di non ritorno.
Alle rivelazioni di Fabio, l’amico sacerdote si è offerto di metterlo in contatto con un suo
collega esperto di esorcismi, perché l’omosessualità a parer suo è uno spirito che si impossessa di una
persona e può essere sconfitto con la giusta terapia.
Io rido. Fabio ride.
Lui non sa ancora se definirsi omosessuale. Odia le classificazioni e le etichette. Gli piacciono
anche le donne. E non trova nulla di male nel sentirsi attratto da entrambi i sessi.
Per uno che è nato quasi quarant’anni fa in Sicilia, da questo punto di vista New York
rappresenta un sogno di libertà. Qui non hai paura del giudizio della gente.
Fabio conosce tanti ragazzi omosessuali italiani. Diversi hanno avuto o hanno relazioni adulte e
consenzienti con uomini di chiesa.
Sulla sua faccia si dipinge una sensazione di disgusto. Poco tempo prima del nostro incontro, ha
passato una serata con un suo amico in un gay bar di Manhattan. L’amico gli ha presentato un ragazzo
di Boston. Tra una chiacchiera e l’altra, Fabio gli ha chiesto cosa facesse di bello in città, ma l’altro ha
risposto in modo evasivo. Ma al momento di tornare a casa hanno preso insieme la metropolitana e lo
ha visto entrare in un seminario dell’Upper East Side.
Fabio mi guarda con gli occhi spalancati. Non riesce a mandar giù l’ipocrisia degli uomini di
Chiesa. Io riprendo la storia della mia amica omosessuale, che una volta è andata a confessarsi e si è
sentita rivolgere dal prete domande molto intime: ogni quanto ti masturbi, cosa fai nel dettaglio con la
tua fidanzata... Lei è rimasta inorridita e non ci è più tornata.
Fabio dice che il prete del suo paese faceva la stessa cosa. Voleva sapere quando si masturbava
e poi lo ammoniva sul peccato mortale commesso. Poi la scena si ripeteva e lui chiedeva sempre
particolari e dettagli che nulla avevano a che vedere con la sua funzione spirituale.
Fabio non crede più nella religione.
Crede in Dio. Non crede nella Chiesa.
I gay bar sono pieni di preti. L’ipocrisia del sistema è intollerabile.
L’idea che un uomo possa fargli la predica da un pulpito e poi partecipare alle orge è
insopportabile.
Prova disprezzo.
Ci siamo quasi. Siamo vicini all’apertura della diga. Le operazioni tecniche prevedono una
parentesi su una sua amica americana nera appena tornata da una vacanza in Italia dove è stata
importunata da uomini di tutte le età che la scambiavano per una prostituta. Quando lei gli ha
raccontato queste cose, lui si è sentito imbarazzato, quasi in colpa. Anche perché prima della sua
partenza Fabio le aveva parlato a lungo dell’Italia come un paese bellissimo con gente calorosa e
accogliente. Mentre lei si è ritrovata in fila davanti ai musei con dei deficienti che le facevano un gesto
con la mano e le dicevano: «Fuck?».
Un ultimo commento sulla morte di Amy Winehouse. L’unica artista dotata di grande talento
degli ultimi anni. Altro che Britney Spears e compagnia bella. I grandi artisti hanno sempre vite
tormentate. Vedi van Gogh, Caravaggio, Leopardi. Vedi Maradona.
È tutto pronto.
È arrivato il momento di togliere gli sbarramenti.
Il lago artificiale che qualcuno ha costruito con la violenza dentro il corpo di Fabio sta per
travolgerci entrambi.
Cinque
«Mi fa molto male tornare indietro nel passato. Mi fa molto male riaprire quei cassetti chiusi a
fatica tempo fa, dopo anni di psicoterapia.
Il fatto che io oggi abbia il coraggio di parlarne con te è un passo molto importante.
Avevo dodici, tredici anni. Facevo le scuole medie. Ero un ragazzo sensibile, riservato, spesso
mi ritrovavo a piangere per piccole incomprensioni o per le più comuni crisi adolescenziali. Ero timido,
un po’ fragile.
Frequentavo la parrocchia, prima per il corso di preparazione alla cresima, poi sono entrato a far
parte del gruppo giovanile; l’esserne parte mi faceva sentire protetto, mi infondeva sicurezza, dava
quasi un senso alla mia vita.
A casa la vita sembrava scorrere in modo normale. Dico sembrava perché io in realtà vivevo la
mia famiglia con molta sofferenza. Il rapporto con mio fratello maggiore era un disastro. Un litigio
continuo. Avevamo caratteri molti diversi. La sua personalità forte si scontrava con la mia sensibilità.
Nascevano liti furibonde. Mia madre era disperata.
Mi sentivo schiacciato, incompreso. Mi sembrava che nessuno mi ascoltasse e desse importanza
al mio dolore e alla mia sofferenza interiore. Mi sentivo solo.
Piangevo spesso tra le braccia di mia madre.
Povera donna, non ce la faceva più. Era esausta, toccava tutto a lei. Schiacciata dagli impegni e
dalle responsabilità di lavoro e della famiglia. Si occupava lei di noi quattro figli. Sola, senza nessun
aiuto.
Mio padre non era mai in casa.
Sempre al lavoro o alle riunioni di partito. Un padre assente. Sono pochi i ricordi impressi nella
mia mente di me e lui soli. Io e lui, senza tutti gli altri. Abbracci, attenzioni... Non ricordo nulla.
Lui non ha mai saputo niente della mia vita e non ha mai saputo prestare ascolto alle mie
emozioni, ai miei turbamenti da adolescente, alle mie paure, alle mie gioie, ai miei dolori.
Avevo bisogno di essere ascoltato, capito. A casa non ero sereno.
I due uomini della famiglia mi ignoravano, mentre io cercavo il loro amore.
Tutte queste cose andai a raccontarle a don Marco, che a quel tempo frequentava la nostra casa.
Era molto amico dei miei genitori, noi ragazzi lo consideravamo quasi di famiglia.
Avevo quattordici anni.
Parlai con lui delle mie frustrazioni e della sofferenza per la mancanza di affetto paterno e per le
incomprensioni con mio fratello. Trovai in lui un padre spirituale.
Iniziai a frequentare la parrocchia in modo assiduo. Facevo volontariato, servivo la messa quasi
ogni sera, partecipavo a tutte le attività giovanili.
Mi sentivo parte di una nuova famiglia, e questa volta con un padre che si prendeva cura di me,
che mi chiedeva come stavo, che ascoltava le mie gioie, i miei dolori e tutte quelle esperienze che
attraversavano la mia adolescenza.
Insieme a me c’era un gruppo di ragazzi più vicini a don Marco, il drappello degli eletti, come
qualcuno li chiamava.
Don Marco era sempre più gentile e affettuoso, ci invitava a cena, ci portava al mare, a volte
anche in montagna. In pochi mesi avevo scoperto qualcosa di idilliaco, finalmente mi sembrava di
essere felice e circondato da tanto affetto.
Un affetto che cominciò presto a manifestarsi in maniera un po’ troppo fisica.
Ricordo una sera, potevano essere le otto. Guardavo la televisione in sagrestia, don Marco
finiva di chiudere la chiesa.
Ricordo quella scena come fosse adesso.
Io ero seduto sulla sua sedia, vicino alla scrivania.
Lui entrò e io feci il gesto di lasciargli il posto.
Lui mi abbracciò. Un abbraccio più lungo del solito.
Mi disse di non preoccuparmi, di non alzarmi, di continuare a guardare la tivù, e di sedermi
sulle sue ginocchia.
Feci come mi aveva detto lui.
Continuai a guardare la tivù. Ero un po’ teso.
Lui cominciò ad accarezzarmi le braccia.
La schiena.
Lentamente.
Quasi senza interesse.
Le sue mani arrivarono pian piano sotto la mia maglietta.
Ero teso, ma mi rassicuravo. Stai tranquillo, è don Marco, l’amico di papà, non ti farebbe mai
del male.
Mi baciò sul collo.
Mi irrigidii.
Mi sentivo confuso.
Lui lo avvertì. Si tirò un po’ indietro.
Mi chiese se volevo che mi accompagnasse a casa in macchina.
Dissi di sì.
Silenzio.
Improvviso.
Nuovo.
Gelido.
Arrivati sotto casa mi disse: "Ti voglio bene". Mi strinse in un forte abbraccio.
Che sciocco. Mi vuole bene e voleva solo dimostrarmi il suo affetto.
Mia madre mi aspettava per cena. Mi vide strano, mi chiese cosa avessi, io dissi che era tutto a
posto e che mi sentivo solo un po’ stanco. Dentro di me morivo dalla voglia di parlare con lei, di
raccontarle tutto, di farle mille domande. Ma la vergogna mi bloccava, mi stringeva lo stomaco e mi
faceva mancare il respiro.
Passai una notte agitata. Piangevo, non riuscivo a dormire. La mattina dopo il cielo mi
sembrava sereno. Come sempre.
Per un po’ non successe più nulla. Le cose andavano alla stessa maniera, sia in parrocchia sia in
casa. Fino a quando ebbi un violento litigio con mio fratello.
Ricordo bene quel giorno, perché era tanta la rabbia che ridussi un piatto in mille pezzi e
scappai di casa urlando e sbattendo la porta.
Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Andai in parrocchia da don Marco. Lui era in sagrestia.
Entrai. Scoppiai in lacrime. Stavo male, avevo bisogno di essere ascoltato. Avevo bisogno di un
abbraccio paterno.
E così fu.
Cominciai a rilassarmi. Don Marco era accanto a me, io avevo la testa appoggiata sulla sua
spalla.
Iniziò con dei baci sulla fronte. Poi scese sul collo.
Io tenevo gli occhi chiusi. Ero confuso, agitato.
Tutto era silenzio, la parrocchia era vuota. Erano le prime ore del pomeriggio.
Le sue mani finirono di nuovo sotto la mia maglietta.
Mi sentivo il sangue bollire. Non capivo cosa stesse succedendo.
Ora le sue mani scendevano nei miei pantaloni.
I miei occhi restavano chiusi.
Piano piano mi tolse i vestiti di dosso.
Non sapevo come reagire.
Avevo paura di parlare.
Cominciò a baciarmi sul petto.
Aprii gli occhi.
Provavo una sensazione strana.
Non avevo il benché minimo pelo pubico.
Avevo la pelle bianca.
Lui continuava.
Io cominciai a tremare.
Sentii il bisogno di andare in bagno per fare la pipì.
Poi all’improvviso mi sentii rilassare.
È questo il ricordo della prima eiaculazione della mia vita. Non sapevo ancora cosa fosse. Non
avevo mai provato a masturbarmi.
Non sapevo cosa pensare.
Il mio corpo non smetteva di tremare.
Bussarono alla porta della sagrestia. Era una signora che doveva fare le pulizie.
Don Marco mi fece rivestire in fretta.
Mi disse: "Stai qui, mentre io vado ad aprire la porta della chiesa".
Rimasi immobile a guardare il soffitto.
Sentivo vergogna.
Avevo fatto cose sporche.
Volevo nascondermi.
Sprofondare.
Togliermi la vita.
Tornai a casa, andai in salotto. Volevo chiamare mia madre, raccontarle tutto, piangere sulle sue
ginocchia. Lo avevo fatto tante volte. Lo avrei fatto anche questa volta.
No. Avevo vergogna. Cosa avrebbe pensato mia madre?
Che ero un cattivo ragazzo. Che avevo fatto le cose sporche col prete.
Dovevo spegnere il mio dolore.
Presi la bottiglia di whisky che c’era in salotto. Provai a bere. Un veleno disgustoso.
Poi era tutto diverso. Non riuscivo a stare in piedi. Mi addormentai per terra. Sotto il tavolo.
Il giorno dopo avevo paura di andare in parrocchia, non sapevo come comportarmi. Dissi a tutti
che avevo mal di pancia e rimasi a casa.
Successe ancora, poco tempo dopo.
Don Marco fece in modo di restare solo con me.
Io tremavo.
Era sera. Eravamo in sagrestia. Chiuse la porta a chiave. Si avvicinò e mi disse: "Mi sei
mancato, io ti amo".
Mi sentivo morire. A ogni bacio. A ogni contatto.
Ma bastava chiudere gli occhi e non vedere. E non pensare.
Andrà tutto bene. Finirà presto.
Avrei voluto fermarlo, trovare la forza e il coraggio.
Chiudevo gli occhi e mi mordevo le labbra.
Decisi di togliermi la vita.
Andai a casa, presi la lametta dal cassetto di mio padre e provai a tagliarmi le vene.
Vidi un po’ di sangue.
Mi bloccai.
Mi guardai allo specchio.
Piansi.
Volevo morire. Non ne ero capace.
Uscii di casa.
Potevo buttarmi sotto una macchina. Nessuno avrebbe saputo che si trattava di suicidio.
Niente.
Mi mancava il coraggio. Mi sentivo distrutto.
Mi chiusi in me stesso.
I miei compagni al primo anno di liceo parlavano di sesso e guardavano riviste porno. Io mi
rifiutavo. Dicevo che non mi interessava.
Mi isolavo sempre di più.
Con don Marco separavo il corpo dalla mente: era il prezzo da pagare per non perdere il mio
secondo padre. Per non dovermi di nuovo sentire abbandonato e non amato.
Don Marco mi diceva di continuo che mi amava.
Me lo sussurrava all’orecchio. Mentre io cercavo in tutti i modi di evitare il cattivo odore del
suo alito.
Se gli dicevo che mi ero masturbato a casa lui diventava distaccato e mi rimproverava. Diceva
che se lo amavo come mi amava lui non dovevo toccarmi da solo. Perché era una mancanza di rispetto
verso la persona amata.
Avevo quindici anni.
Le sue parole rimanevano nella mia mente. Rimbalzavano da una parete all’altra.
Sentivo il rimbombo.
Ricordo il giorno in cui per la prima volta feci a lui quello che aveva fatto a me.
Mi sentivo una puttana.
Ero una puttana.
Un oggetto da usare. Di cui non avere alcun rispetto.
Un corpo caldo. Capace di dare piacere.
Decisi di essere puttana. E come una puttana dovevo essere capace di dare piacere.
Dovevo essere più attivo.
Mi sentivo diverso da tutti.
Non avevo più voglia di morire. Non avevo più voglia di vivere.
Ero una nullità.
Avevo provato diverse volte a interrompere il rapporto con lui. Ma quando cercavo di smettere,
don Marco diventava di ghiaccio, mi escludeva dal gruppo degli eletti, non mi concedeva più né affetto
né abbracci. Diventavo invisibile.
Ero drogato. Ero in astinenza. Avevo bisogno di attenzione e di amore paterno.
Tornavo da lui.
Chiudevo gli occhi.
Mi resi conto che non ero l’unico a chiudere gli occhi con lui.
Una volta eravamo nella casa parrocchiale di montagna. Don Marco era nella stanza accanto
alla nostra con una ragazza. Sullo stesso letto. Potevo sentire rumori e gemiti. Cercavo di non pensare e
di prendere sonno, ma non ci riuscivo.
Da quel giorno la ragazza divenne una presenza costante nel gruppo. Spesso uscivamo a tre: io,
lei e don Marco. Una volta andammo al mare e rimasi colpito dall’intimità e dalla confidenza che si era
instaurata tra loro. Si abbracciavano in acqua. In macchina lui le accarezzava le gambe.
La sua presenza mi dava un po’ di respiro. Grazie a lei, don Marco mi cercava con meno
frequenza.
Mi innamorai di una ragazza che frequentava la parrocchia.
Il primo bacio con una donna. Un bacio dolce. Essenza di fragole sulle labbra. La pelle liscia.
Dissi a don Marco che non volevo più avere contatti con lui. Che mi ero innamorato. Lui si
innervosì.
Si sentiva tradito, dopo tutto quello che aveva fatto per me. Mi amava. Io lo avevo ferito.
Avevo quindici anni.
Avevo solo quindici anni.
Don Marco si vendicò. Trovò il modo di cacciare la mia ragazza dal gruppo di animazione della
parrocchia. Pur di allontanarla da me, disse che non era adatta a lavorare con i giovani.
Io non mollai. Continuai a frequentarla.
Mi sentivo più forte. Col passare del tempo, tra me e lui cessò ogni comunicazione.
Continuai la mia attività di volontariato, ma lui era invisibile per me e io per lui. Poco tempo
dopo lasciai la parrocchia e iniziai a frequentare un altro gruppo giovanile, dai salesiani, dove mi
sentivo libero di respirare e lontano da ogni pericolo.
A diciannove anni trovai il coraggio di andare in terapia da uno psicologo. Avevo bisogno di
capire me stesso e di affrontare il peso del dolore e della vergogna che portavo dentro.
Capii che non avevo alcuna colpa. Non ero io il quarantenne, l’uomo maturo che si era
approfittato dell’ingenuità di un adolescente.
Dopo due anni di terapia andai da don Marco. Gli dissi che lo perdonavo per tutto quello che mi
aveva fatto.
Lui rispose che non aveva fatto nulla di male. Nulla che entrambi non volessimo. E in ogni caso
non sapeva a cosa mi riferissi.
Quelle parole mi sono costate dieci anni di terapia.
Oggi sono qui, davanti a te, con la mia memoria e le mie sofferenze.
Spero solo che qualcuno si fermi ad ascoltare, come stai facendo tu adesso.
Nessuno potrà ridarmi ciò che mi è stato tolto. La mia giovinezza, la mia ingenuità.
Ma sento che è arrivato il tempo.
Il tempo della giustizia.»
Sei
Durante il volo di ritorno da New York ripercorro i miei giorni con Fabio, le nostre lunghe
chiacchierate, i suoi occhi, il suo sorriso, i suoi silenzi.
Devo mettermi tutto alle spalle.
Lasciare che il suo passato e i suoi tormenti finiscano in fondo all’oceano.
È il momento di guardare avanti, di essere lucidi, di trasformare il dolore in rabbia e
determinazione.
Di fare bene il mio lavoro.
Le sue parole sono impresse nella mia mente.
«...Chiudevo gli occhi. Mi resi conto che non ero l’unico a chiudere gli occhi con lui. Altri
ragazzi e ragazze...»
Devo trovarli, devo riuscire ad avvicinarli, a instaurare un rapporto, a meritare il loro rispetto, la
loro fiducia.
Non posso presentarmi davanti a una persona e dire buongiorno, mi scusi, sono un giornalista
che sta scrivendo un libro inchiesta, le volevo chiedere se lei per caso vent’anni fa, quando frequentava
la parrocchia, è stata violentata.
Non sarà facile.
Ma ormai ci sono dentro fino al collo. E non torno più indietro.
Metto in fila gli appunti che mi serviranno per sviluppare la mia indagine quando sarò in Sicilia.
La Sicilia.
La mia terra. Le mie radici.
Sono almeno quattro anni che non ci metto piede.
Sono nato e cresciuto lì. Sono scappato in cerca di fortuna dopo la laurea, a ventotto anni.
A Milano ho trovato un’opportunità, ho ricominciato da zero, ho conosciuto la solitudine, ho
accusato il colpo, ho sofferto, ma non mi sono arreso.
Sono cresciuto, sono diventato uomo, mi sono realizzato come professionista.
E se nei primi tempi ero attanagliato dalla nostalgia, da qualche anno faccio i conti con un forte
sentimento di rigetto.
Non voglio più andare in Sicilia.
Non voglio più avere a che fare con il mio passato.
Mi hanno detto che è normale, che tutti gli emigrati sperimentano il rifiuto.
Già, ogni tanto me ne dimentico. Anche io sono un immigrato.
Fabio mi ha parlato di una ragazza di nome Giorgia che, all’epoca, fu coinvolta in un giro
vorticoso di voci interne alla parrocchia. Tutto venne messo a tacere prima che la faccenda uscisse dal
portone della chiesa e suscitasse scandalo nella comunità.
Poi mi ha fatto il nome di un prete, don Alessandro, che ora è diventato il vescovo di un’altra
città.
Su di lui ha dei ricordi confusi, dice che gli ha parlato e forse gli ha raccontato quello che è
successo.
Altro spunto. Una ragazza aveva provato a smascherare don Marco. Si chiama Rosanna, faceva
l’animatrice, aveva intuito o visto qualcosa ed era andata a denunciare tutto per iscritto alla curia. Ma il
giorno dopo si ritrovò minacciata di diffamazione e accusata da don Marco di intrattenere atteggiamenti
ambigui con gli adolescenti della parrocchia. Risultato: Rosanna si impaurì e scappò.
Infine Fabio mi fa il nome di un paio di ragazzi e ragazze di cui però non ricorda il cognome.
Una si chiama Elena. Aveva la sua stessa età, qualcuno la vide baciarsi con don Marco dietro le quinte
del teatro parrocchiale. Poi sparì nel nulla.
Faccio il punto della situazione: Giorgia, la potenziale vittima. Rosanna, quella che ha visto e
denunciato alla curia. Elena, altra potenziale vittima. Don Alessandro, ovvero la curia forse sapeva.
Di certo andrò a casa di Fabio per una visita a mamma e papà.
Il figlio, molti anni dopo, gli ha raccontato tutto. Eppure non mi risulta abbiano mosso un dito
contro quel prete amico di famiglia. Nessuna denuncia, nessuna vendetta, nessun gesto fuori dalle
righe.
Solo contegno.
Arrivo in Sicilia ai primi di luglio.
Fa caldo.
Un caldo secco. Educato. Rispettoso.
Non invadente. Nulla a che vedere con quello umido del nord Italia, che ti si appiccica addosso
e si impasta con l’aria sporca.
Sono a Palermo.
È come se qualcuno mi avesse dato un pugno allo stomaco. Ho un nodo alla gola.
Salgo su un autobus che mi porterà nella città di Fabio. Ci vorranno almeno tre ore di viaggio.
Mi siedo accanto al finestrino.
Il gelataio, le bancarelle con la porchetta, le panelle e le crocchette di patate, la carrozzina con i
cd pirata e la musica a tutto volume, i negozi, i gazebo ai bordi delle strade con le magliette di calcio
taroccate.
Le facce.
Non distinguo più la linea che separa la realtà dai ricordi.
Chiudo gli occhi.
Sono in autostrada.
Una lingua tortuosa che attraversa la landa deserta sospesa tra piloni di cemento alti una decina
di metri.
Cosa che un turista guarda e pensa: "Ma sono pazzi questi siciliani? Ma non era più facile fare
un’autostrada dritta e soprattutto non sospesa in aria?".
Vaglielo a spiegare che certi terreni è meglio non toccarli, a questi professorini che vengono dal
continente.
Fuori dal finestrino c’è la distesa arida.
Arsa.
Brulla.
Gialla.
Secca.
Assetata.
Dura.
Eterna.
Immobile.
Improduttiva.
Misteriosa.
Infeconda.
Meschina.
Sciagurata.
Intrigante.
Affascinante.
Stupenda.
Meravigliosa.
Custode di frammenti di vita passata.
Di ricordi che riaffiorano.
Sette
Avevo dodici anni.
Lavoravo al bar. Iniziavo alle due e mezza del pomeriggio e finivo a tarda notte.
Tutta una tirata. L’unico momento libero era la pausa serale di mezz’ora per mangiare una
pizzetta nella rosticceria a fianco.
Quella pizzetta faceva schifo. Nel senso che quando la mangiavi ti sembrava anche buona, il
problema veniva dopo. Perché almeno una volta a settimana mi beccavo una intossicazione e finivo con
la faccia dentro il bagno del bar a vomitare.
Ogni volta che succedeva pensavo che non mi piaceva lavorare. Io odiavo lavorare.
Però mio padre diceva che i bravi ragazzi quando finisce la scuola non passano le giornate a
bighellonare.
In realtà mio padre non diceva bighellonare. Lui e mia madre hanno la quarta elementare. Nella
loro vita hanno sempre e solo lavorato. E parlano in dialetto.
Io amavo giocare a tennis, ero pure bravo. Ma lui quando mi vedeva con la racchetta diventava
una bestia feroce. Diceva che il gioco non porta il pane a casa. E diceva pure che io ero uno che non ne
mangiava, di lavoro.
Io non capivo: mangiare lavoro? Il lavoro si mangia? Penso volesse dire che non amavo
lavorare.
E che ci potevo fare io se non mi piaceva?
Intanto ogni giorno, subito dopo pranzo, mettevo i pantaloni neri, la camicia bianca, mi
riempivo i capelli di gel e andavo a lavorare al bar. Invece di imparare a nuotare.
Quando le persone si sedevano ai tavolini fuori, in piazza, io facevo finta di nulla, aspettavo due
minuti, non uno di più, e poi mi fiondavo a prendere l’ordinazione. Il proprietario del bar tutto poteva
sopportare tranne quelli che si sedevano solo per guardare il passeggio senza consumare neppure una
Coca-Cola.
I tavolini iniziavano a svuotarsi dopo l’una di notte. Allora cominciava la parte più bella del
mio lavoro.
Ero stanco. Ma la stanchezza mi dava un certo tono. Facevo parte della ristretta cerchia di eletti
che erano stanchi per il lavoro, non per il non far nulla.
A quel punto, con il bar che si svuotava, accendevo lo stereo e mettevo le canzoni dei
cantautori. Le stesse che ascoltavano i grandi. Nulla a che vedere con i quattro ritornelli per
femminucce di un cantante qualsiasi.
Alzavo il volume, così chi passava da fuori poteva sentire.
In quel momento mi sembrava di essere più grande. I ragazzi della mia età erano già tutti a letto.
Io invece pulivo la macchina del caffè e mi mettevo pure il fazzoletto attorno al collo. Che faceva fico.
E cantavo: E intorno ai fuochi delle guardie rosse accesi per scacciare i lupi e vecchie coi
rosari.
Battiato. Il maestro.
Cantavi Battiato e gli altri si giravano a guardarti. Con rispetto.
E poi di lui si innamorò perdutamente il suo impresario e dei balletti russi.
Mi guardavo allo specchio e mi vedevo con le spalle più larghe.
Quello che proprio non mi andava giù, del mio lavoro, era il carico.
Il carico era questo: finito nel locale, a tarda notte, dovevo segnare tutte le bottiglie che
mancavano dai frigoriferi e andare a prenderle dal magazzino.
Ma il problema non era il peso delle casse.
La verità è che me la facevo sotto.
Nel senso che mi spaventavo.
Il magazzino era in una via senza luci e io avevo paura del buio.
Sì, avevo paura del buio.
Per di più, la stradina era un po’ distante dal bar, in una zona dove tutti dicevano che abitassero
i malacarne del paese.
E io dei malacarne non mi fidavo.
Però non lo dicevo a nessuno che avevo paura. Altrimenti che figura ci faceva uno che
ascoltava i cantautori mentre tutti quelli della sua età erano già a letto?
Oltre che del buio, io avevo paura anche degli ubriachi e dei lupi mannari.
Per fortuna i lupi mannari non li avevo mai incontrati. Ma sapevo tutto di loro. Mio zio
Vincenzo mi aveva raccontato ogni cosa.
Per onestà va detto che neppure lui aveva mai visto un lupo mannaro, ma almeno aveva avuto
una testimonianza diretta.
Pare che una sera lo zio di mio zio Vincenzo stesse camminando per una strada buia quando si
trovò davanti proprio un lupo mannaro, un mostro con peli enormi sparsi per tutto il corpo.
Lui scappò subito a gambe levate, ma il lupo mannaro lo inseguì. Alla fine si salvò perché riuscì
a saltare sopra un balcone.
Secondo mio zio Vincenzo, i lupi mannari soffrivano di una malattia che lui chiamava mal di
luna. Erano persone come tutte le altre. Almeno fino a quando non arrivava la mezzanotte di luna
piena. A quel punto si trasformavano e diventavano dei mostri. A quanto pare, loro stessi erano
consapevoli del problema, tanto che uno che viveva vicino casa nostra si era attrezzato con una gabbia
d’acciaio in cantina, dove la moglie lo chiudeva prima che potesse combinare dei casini.
Io lo conoscevo, questo qui, e tutto mi sembrava tranne un lupo mannaro. Però se lo incontravo
di giorno non mi faceva nessun effetto, invece se lo vedevo di sera cambiavo strada.
Secondo mio zio Vincenzo, l’unico modo per guarire quelli come lui era ferirli. Così il sangue
pazzo usciva dal corpo e il lupo non più mannaro ti sarebbe stato riconoscente per tutta la vita.
Il problema era che non sembrava molto facile riuscire ad avvicinarsi.
No. Se mai mi fosse successo di incontrare un lupo mannaro, io sarei scappato. Ci avrebbe
pensato qualcun altro a guarirlo.
Alla sola idea mi veniva il freddo alle ossa. E la notte mi mettevo con la testa nascosta sotto il
cuscino.
È vero che ero grande, ma avevo pur sempre dodici anni.
Otto
Il mio primo appuntamento siciliano è con Giorgia.
Arriva a bordo di un’utilitaria. Ha i capelli neri tenuti lontani dalla fronte da una fascetta scura.
Fisico minuto.
Salgo in macchina. Giorgia guida per mezz’ora su una strada statale che costeggia il mare.
Siamo al tramonto. L’atmosfera toglie il fiato.
Facciamo discorsi di circostanza.
La pizzeria è molto carina. Ci sediamo a un tavolo all’aperto sotto gli ulivi. Chiediamo subito
un grande boccale di birra.
Sposto pian piano la nostra conversazione su di lei.
Giorgia è sulla quarantina.
Ha quasi raggiunto un suo equilibrio. Non è del tutto serena, ma lotta e vuole continuare a
lottare. Come fa da tutta la vita.
A casa erano sei figli. Una sorella aveva problemi di salute, la madre era sempre in ospedale
con lei.
Giorgia sognava di ammalarsi pure lei per passare più tempo con la mamma.
Oggi vive sola. Ha tanti amici. Ma ha bisogno dei suoi spazi.
È insegnante di ruolo in una scuola statale.
L’ultima storia importante con un uomo è durata quattro anni e si è chiusa nel 1993.
Dopo che lui ha saputo quello che le era successo, non ha retto al peso. Si è attaccato alla
fidanzata in modo protettivo, ossessivo, finché il rapporto è scoppiato.
Ora è sposato, ha una famiglia. Rimane tra loro un rapporto di stima e affetto.
Dopo di lui, solo storie passeggere, nessun legame forte.
Giorgia vive una sessualità confusa.
Ma negli ultimi tempi è sempre più orientata verso le donne.
Giorgia è innamorata. Di un’imprenditrice, sposata, con figli. È tutto molto difficile. Da queste
parti, un’insegnante lesbica sarebbe fumo negli occhi per i genitori che mandano i figli a scuola.
Il lupo cattivo.
A chi affido i miei ragazzi, a gente così?
Un professore delle medie è stato contestato a lungo quando si è scoperto che era omosessuale.
I genitori si sono piazzati davanti all’ufficio del preside per chiedere che venisse allontanato. Ci è
mancato poco che mettessero i cartelli.
Figuriamoci alle scuole elementari dove insegna Giorgia. Nessuno permetterebbe ai suoi
bambini di venire a contatto con una persona deviata.
L’amante di Giorgia non ha più una vita di coppia con il marito. Non fanno sesso da anni. Ma ci
sono i figli di mezzo.
Le due donne si vedono di nascosto, sempre di giorno.
Giorgia è convinta che l’altra non mollerà mai la famiglia e che, con il passar del tempo,
l’amore e la passione si trasformeranno in affetto.
La sua sessualità è in qualche modo legata a quello che le è successo nell’infanzia.
«Ho cominciato a frequentare la parrocchia a sette anni. Come tutti i bambini della mia età
seguivo i corsi per la prima comunione e poi il catechismo.
È successo quando avevo dodici anni.
Avevo appena fatto la cresima. Alla fine di uno spettacolo teatrale in parrocchia, don Marco e
gli altri preti che stavano con lui mi chiesero se volessi partecipare al campeggio nella casa
parrocchiale di montagna.
Certo che sì! Ero felicissima all’idea di dormire fuori casa in gruppo con gli altri ragazzi.
Mia madre però non voleva. Don Marco venne a casa mia, mise sul piatto le sue arti magiche
per riuscire a convincerla.
Quell’uomo era diventato il mio idolo: era riuscito a far cambiare idea alla mamma.
Era l’estate del 1978. Io ero la più piccola, la mascotte del gruppo. Don Marco mi dedicava
moltissime attenzioni, ma di quelle normali, le stesse attenzioni che un papà ha verso una figlia.
Almeno così credevo.
Alla fine del campeggio cominciai a frequentare la parrocchia in modo ancora più assiduo.
Anche perché avevo una bella voce e mi veniva chiesto di cantare a tutte le messe.
L’atteggiamento di don Marco era sempre affettuoso, normale.
Poi ci fu la festa per il suo onomastico. Poco prima dell’inizio della messa si verificò un guasto
all’impianto di riscaldamento della chiesa. Lui aveva l’aria preoccupata e mi chiese di scendere con lui
nel locale della caldaia per fargli compagnia e andare a vedere cosa era successo.
Dopo aver armeggiato un po’, la caldaia ripartì e lui mi tirò a sé.
Mi strinse fra le sue braccia.
Cominciò a baciarmi.
Non più come un padre, ma come un fidanzato.
Non capivo che cosa stesse succedendo.
Poi tornammo su.
La messa stava per iniziare, e io dovevo cantare.
Avevo dodici anni. Lui ne aveva quasi quaranta.
Ci pensai tutta la sera.
Ci pensai nei giorni successivi.
E non riuscivo a capire se era successo per davvero o se l’avevo sognato.
Se quelle fossero in qualche modo immagini create dalla mia mente.
Anche perché nei giorni successivi lui si comportò come se non fosse accaduto nulla.
Passò circa una settimana. Eravamo di nuovo soli.
Lui mi strinse ancora fra le sue braccia e mi baciò. Poi mi disse che da quella sera non aveva
fatto altro che pensarmi.
Che il suo cuore era impazzito.
Che non aveva mai provato quelle emozioni.
Che voleva amarmi.
Che però era un prete.
Che non poteva rendere pubblico il nostro amore.
Che doveva essere il nostro segreto.
Che nessuno doveva sapere nulla.
Tornai a casa turbata.
Passarono alcuni mesi. Lui era sempre affettuoso, molto tenero. Mi riempiva di attenzioni. A
volte davanti agli altri, spesso di nascosto.
Io pensavo che lo facesse per tenere segreto il nostro rapporto fatto di carezze e di baci. Lui
stabiliva quando e dove.
Era il giorno della festa del papà credo. Forse il giorno prima, forse quello dopo. Chissà.
Ero uscita prima da scuola. Mi ritrovai in parrocchia. Lui era lì, nei locali della sacrestia. Era
solo. Chiuse tutto a chiave dall’interno. Chiuse a chiave anche la porta del suo ufficio personale. C’era
un bel divano. Lo stesso dove tutti noi ragazzi passavamo momenti spensierati in compagnia.
Cominciò con le solite carezze. Ma quella volta andò oltre. Molto oltre.
Mi fece fare cose che non avevo mai fatto prima e che mi provocarono un dolore incredibile.
Rimasi sconvolta. In famiglia nessuno mi aveva mai spiegato nulla.
Quel giorno mi chiese se mi ero già formata o no.
Io risposi di no.
Mi disse che era stato più forte di lui, che non aveva saputo resistere, e che fino a quando non
avessi avuto il primo ciclo potevo stare tranquilla.
Io come una scema ascoltavo le sue parole.
Ero turbata.
La mia vita cambiò.
Non riuscivo a essere serena in nessun momento della mia giornata. Avevo sempre qualcosa
che non andava. E poi ogni volta che avevo con lui incontri di quel tipo stavo male e sentivo così tanto
dolore che pensavo di non essere a posto e di avere qualcosa che non andava.
Mi rendevo conto che era una cosa sbagliata. Volevo smettere, ma avevo paura di perderlo.
Sentivo il bisogno di raccontare a qualcuno quello che mi stava succedendo. Ma a chi?
Non c’era nessuno con cui parlare.
Nessuno di cui mi fidassi.
In famiglia men che meno: sarebbe scoppiata una tragedia. E già bastavano i problemi di mia
madre con mia sorella malata.
Così, da quel giorno, ogni volta che restavo sola con don Marco andava a finire sempre allo
stesso modo.
Rapporti completi.
Gli incontri avvenivano quasi sempre nel suo ufficio, in canonica, nei locali della palestra o
nella casa parrocchiale in montagna. In estate, quando i suoi genitori si trasferivano in campagna, mi
portava anche a casa loro.
Il tempo passava. Il malessere che avevo dentro cresceva. Lui rivolgeva sempre più attenzioni
alle altre ragazze che frequentavano la parrocchia e io mi sentivo presa in giro. Partiva per le vacanze
in posti esotici e al ritorno si vantava delle conquiste fatte.
Io lo ascoltavo.
Soffrivo.
Ero innamorata di lui.
Per me lui era il mio uomo. Ma aveva fatto una scelta importante, cioè era diventato sacerdote,
e per questo motivo non poteva stare con me.
Ma mi faceva rabbia quando regalava bracciali o collane d’oro alle altre ragazze. Anche se era
per il loro onomastico o per il compleanno. Il bello era che lui frequentava pure le loro famiglie.
Io impazzivo. Ero gelosa da morire.
Lui mi diceva che non capivo, che lo faceva apposta per non far intuire agli altri quello che
c’era tra me e lui.
Allora provavo ad avere una vita normale. Un fidanzato. Ma ogni volta arrivava lui e mi diceva:
è giusto quello che fai, ma poi me lo conservi un posto nel tuo cuore?
E continuava a giurare che ero l’unica.
Io ero innamorata. Bastava una sua parola perché gli occhi mi si chiudessero e non vedessi
quello che succedeva attorno a me.
Mi sentivo sporca.
Lui voleva comandare su tutto. E quando le cose non erano sotto il suo diretto controllo era
pronto a distruggerle. Anche le più belle.
Tutto doveva venire o passare da lui.
Volevo scappare ma non ci riuscivo, non trovavo la forza. Stavo male. Fumavo. Bevevo. Birra e
altri alcolici. I soldi li prendevo dalle offerte dei fedeli in chiesa.
Un reato? Erano soldi che mi spettavano per i servigi che rendevo a quel porco.
Mi facevo schifo a tal punto da pensare di farla finita. Volevo morire.»
In quei giorni, Giorgia scrive questa poesia intitolata Voglia di morire:
Interminabili lacrime scendono sul mio viso
Per poi andarsi ad infrangere sul mio guanciale.
Immagini senza tempo scorrono nella mia mente
Immagini di chi ha ferito il mio cuore,
di chi ha distrutto la mia vita
modificandone il suo naturale percorso.
Spesso un pensiero fisso mi perseguita: la morte.
Quando penso al mio passato
Cado nel più profondo baratro.
Ritorno a questo strano presente
E mi sento ancor più confusa.
Cosa sarà del mio futuro?
Riuscirò ad uscire da questo tormento e tristezza interiore?
Divampa spesso la voglia di morire nel mio cuore.
Riuscirò ad uscire da questo desiderio
Di viaggio verso l’aldilà?
Giunta in un bivio dopo
una lunga e tormentata corsa
non so quale strada prendere.
Aiutatemi o morirò
Soffocata dalle lacrime.
«Scrissi una lettera di addio dove spiegavo quello che mi era successo. La feci recapitare a una
ragazza che avevo preso a frequentare e che aveva dieci anni più di me.
Arrivò il momento. Un volo dal nono piano. Ero pronta.
Per fortuna suonò il citofono. La lettera era arrivata un po’ prima del previsto.
Le raccontai la mia storia. Lei mi disse che mi credeva e che sarebbe andata a parlare con lui.
Tutto si sarebbe sistemato.
Qualche giorno dopo mi disse che lui mi avrebbe lasciata tranquilla.
Riuscii a tirarmi fuori dall’imbuto.
Andavo in parrocchia solo per cantare durante la messa e passavo le serate in compagnia di altri
amici. Soprattutto di quella ragazza più grande che mi aveva salvato e mi aveva restituito il sorriso.
Passò un anno. Lei rimase incinta e scomparve dalla mia vita.
E il mio incubo non era ancora finito.
Dopo una funzione, don Marco mi prese da parte. Mi disse che gli mancavo da morire e che
trovava assurdo il modo in cui lo trattavo.
Disse di amarmi, che provava per me un sentimento unico, che le cose fatte con me non le
aveva fatte con nessuna delle altre ragazze della parrocchia, e che senza di me non riusciva a vivere.
Io rimasi in silenzio.
Qualche giorno dopo tornò alla carica. E io come una scema caddi nel tranello.
La mia vita ridivenne un tormento. Cercavo di scappare, provavo ad avere storie con altri
ragazzi. Ma lui arrivava e sfasciava tutto.
Intanto il suo harem si ingrandiva.
Altre due ragazzine erano state ammesse al suo cospetto, e lui era talmente bravo che era
riuscito a farsi adottare anche dai loro genitori.
Aveva un carisma pazzesco, riusciva a rimbecillire le persone.
C’erano anche diversi ragazzi che facevano parte di una sorta di gruppo degli eletti. Ma in
questo caso non ci vedevo nulla di male. Non immaginavo. Anche perché con loro si vantava delle
conquiste fatte durante i suoi viaggi, delle donne che si erano innamorate di lui e della fatica che faceva
per tenerle a freno.
Discussioni. Litigi. Casini. Solo a vent’anni riuscii a mettere la parola fine a questa storia
infernale.
Trovai un fidanzato e mi staccai da lui. Al mio ragazzo non raccontai nulla, gli dissi soltanto
che avevo vissuto una storia pesante che mi aveva distrutto.
Lui aveva un negozio vicino alla parrocchia. Una sera gli dissi tutto. Il giorno dopo aspettò don
Marco ed entrò insieme a lui nel garage. Voleva picchiarlo. Mi misi in mezzo per paura che scoppiasse
uno scandalo. Se fosse successo, quel poco di serenità che ero riuscita a ritagliarmi sarebbe andato
distrutto.
Il mio ragazzo lo minacciò, gli disse che se solo avesse osato guardarmi negli occhi lo avrebbe
ucciso.
Don Marco era terrorizzato. Disse che ci avrebbe denunciato entrambi per calunnia.
Dopo un paio di giorni me lo ritrovai in macchina sotto casa. Voleva parlarmi. Andai da lui in
sagrestia. Minacciò ancora una volta di denunciarmi. Chiunque avrebbe creduto a lui e non a una come
me.
Da quel giorno smisi di frequentare la parrocchia. Lui fece terra bruciata intorno a me, anche
con gli amici che mi ero fatta lì dentro in quegli anni. Un suo devoto mi disse addirittura che don
Marco era un uomo e in quanto tale poteva sbagliare.
Solo una persona fu così coraggiosa da ascoltare le mie parole. Disse che mi credeva, che lui
aveva detto a tutti che io ero pazza e che volevo denunciarlo per cose che non erano mai successe.
La voce uscì dalle mura della chiesa.
Una ragazzina confidò al mio fidanzato che anche lei era stata vittima di quel porco.
E venni a sapere che aveva abusato anche di diversi ragazzi.
Questo non me l’aspettavo. Rimasi sconvolta.»
Anch’io rimango sconvolto.
Ma non ci giro troppo attorno: perché non l’hai mai denunciato? Intendo dire: nel momento in
cui hai preso coscienza di quello che ti aveva fatto, perché non lo hai urlato in piazza? A costo di farti
prendere per pazza?
«Perché sarebbe scoppiato uno scandalo gigantesco e io non volevo dare questo dolore alla mia
famiglia.
Poi perché sono certa che qualcuno avrebbe detto: sì, però a lei piaceva.»
Ecco.
La Sicilia che pensavo di aver rimosso mi si scaraventa di colpo in faccia.
Sì, però a lei piaceva.
Anch’io ho sentito e risentito questa frase, quando vivevo in Sicilia.
Forse l’ho sognata dopo aver letto Vitaliano Brancati.
Forse l’ho anche pronunciata. Chissà.
Una frase che racconta tutto di questa terra.
Sì, però a lei piaceva.
Il piacere come colpa. Come correità. Come attenuante per il merlo maschio. L’uomo fa incetta
di donne e diventa un eroe.
La donna, per il solo fatto di provare piacere, diventa una buttana.
Con la "b". Buttana. Che da queste parti ha un significato più complesso di puttana.
Sì, però a lei piaceva.
Ho capito, Giorgia.
«In quegli anni c’era una ragazza che frequentava una scuola privata, qui in città. Era fidanzata
con un suo coetaneo, ma si ritrovò coinvolta in una situazione a tre con il suo professore. Lei andò a
denunciare di essere stata ricattata dai due, che vennero arrestati e condannati. Ciò nonostante, alla fine
è stata costretta a lasciare la città per andare a vivere da un’altra parte.»
Sì, perché a lei piaceva.
«Mia madre sarebbe morta, se avesse saputo una cosa del genere. In un momento di grande
sconforto ne avevo parlato con un sacerdote in confessionale. Ma lui non sapeva neppure cosa dire e
bisbigliò alcune parole insignificanti.
Qualche anno fa ero in chiesa per una cerimonia. Don Marco mi ha raggiunto e mi ha detto che
era rimasto molto male per quello che era successo, perché lui era veramente innamorato di me.
Ma ora che ho saputo di Fabio non voglio più tacere. Per la prima volta c’è qualcuno che ha il
coraggio di denunciare. I miei genitori sono morti e da lassù sono certo che hanno saputo tutto.
Ogni tanto i fantasmi del passato riemergono e mi fanno tremare. Mi ritrovo a pensare come
sarebbe stata la mia vita se.
Ma sono rimasta in piedi, è questa la cosa più importante.»
La serata con Giorgia mi lascia dentro una grande malinconia.
La mia pizza si raffredda sul tavolo.
Perde vigore.
Si secca.
Come le nostre facce.
Come le nostre vite.
Poche ore dopo, mi ritrovo solo nella mia fredda e angosciante stanza d’albergo.
Solo con l’infanzia rubata di Giorgia e di Fabio.
Solo con la mia infanzia.
Requisita.
Nove
Facevo la terza media. Rispetto ai miei compagni di classe ero già avanti.
Lavoravo, guadagnavo centocinquantamila lire al mese e andavo in giro con un pacchetto di
Emme esse morbide in tasca.
Emme esse, prego.
I ragazzi di due anni più grandi di me al massimo facevano finta di fumare quegli stuzzicadenti
bianchi per femminucce. Io invece accendevo la sigaretta e, senza colpi di tosse o principi di
soffocamenti, ti buttavo lì come fosse la cosa più naturale di questo mondo:
«Il vecchio e il bambino si preser per mano, e andarono insieme incontro alla sera. La polvere
rossa si alzava lontano e il cielo brillava di luce non vera».
Francesco Guccini. Altro grande maestro.
A essere onesti io, pur essendomi posto più volte il problema, non avevo la più pallida idea di
come si andasse incontro alla sera. Ma suonava molto bene.
E soprattutto faceva fico.
Ero pronto per il grande salto. Ero pronto per la magica notte dell’11 luglio 1982. Per tutti la
vittoria dell’Italia contro la Germania nei campionati del mondo. Per me molto di più: una linea
tracciata da un punto all’altro sul quaderno della mia vita, a separare quello che c’era prima e quello
che è venuto dopo.
Campioni del mondo. Campioni del mondo.
Per tutto il pomeriggio al bar avevamo preparato montagne di gelato. Solo tre gusti: pistacchio,
limone e fragola. I colori della nostra bandiera.
Al fischio finale dell’arbitro, la piazza esplose di gioia. E anche nella testa del padrone del bar
esplose qualche rotella. Non si può spiegare altrimenti quello che mi disse guardandomi dritto nelle
palle degli occhi: «Vai fuori al bancone dei gelati e inizia a riempire coni. Gratis».
Come? Senza soldi?
«Hai capito bene. Gratis. Stasera non si paga. Tra un po’ questa piazza dev’essere piena di
gelati tricolori. Piena, come se piovesse.»
Era impazzito. Non c’erano dubbi.
Il pistacchio lo mettevo facilmente. Il primo gusto era sempre il più facile. Bastava fare una
buona base e il cono era fatto. A quel punto il limone lo attaccavi senza problemi. I guai arrivavano con
la fragola. La buttavi sopra e crollava tutto.
Figura di merda.
La cosa più brutta che poteva capitare a uno che faceva il mio lavoro.
La diretta non è mai facile per nessuno. Anche per chi riempie il cono gelato. Ma quella sera
non si pagava. Che qualcuno osasse soltanto lamentarsi.
Comunque non me ne importava un accidenti. Forse per via della baldoria, delle bandiere, dei
cori.
Sapevo solo che mi sentivo strano. Avevo già preso la penna e iniziato a tracciare la linea sul
quaderno.
Poi, all’improvviso, la piazza mi era sembrata piena di quelle gonne corte blu con le pieghe. Le
stesse pieghe dei ventagli.
E mi sembrava di vederle alzarsi e svolazzare. Perché nessuno stava fermo.
E mi sembrava pure che tutti si abbracciassero.
E di quelle gonne ce n’erano sempre di più.
Erano ovunque.
E di sicuro sotto c’erano le mutandine bianche.
Quelle di cotone.
E io capivo che non potevo correre, saltare, abbracciare le ragazze con le gonne con le pieghe
come quelle dei ventagli.
Io dovevo lavorare per far divertire gli altri.
E la cosa all’improvviso mi faceva girare le palle.
E glielo avrei tirato in faccia, il cono, a quel deficiente che mi stava dicendo: «Io voglio prima
la fragola, mi piace di più, poi il pistacchio e il limone».
Rosso, verde e bianco: che ci azzeccava con la bandiera italiana?
«Carmé! Carmé! Carmé!»
Mio zio Vincenzo.
«Vieni! Carmé!»
Era sopra un’Ape. C’erano tutti i suoi amici. E le bandiere. E i fischietti. E un megafono. E le
persone intorno guardavano tutte.
«Stasera non si lavora! Stasera si festeggia!»
Anche le ragazze con le gonne blu a ventaglio guardavano l’Ape di mio zio.
«Allora? Il mio cono fragola, pistacchio e limone me lo vuole dare o se lo vuole tenere in mano
per tutta la sera?»
E questo cosa vuole?
Cosa diavolo vuole da me?
Cosa volete tutti da me?
Volete il gelato?
Oh mamma. Il cono volava. Non lo sapevo che i coni potevano volare. E quando era successo?
Non potevo essere stato io. Io non facevo di queste cose. Io ero uno con la testa sulle spalle.
La linea sul quaderno aveva superato la metà della pagina. E io non me n’ero accorto.
Dopo aver finito l’ascesa, il cono fragola pistacchio e limone decise che era arrivato il momento
di tornare indietro. Si vede che non era come quei palloni che vendevano alle bancarelle per la festa del
paese, che appena ti scappava di mano saliva in cielo e non tornava più. Che mia madre diceva che era
andato da Gesù.
Si vede che a Gesù piacevano i palloni e gli faceva schifo il gelato.
Perché quel fragola pistacchio tornò indietro e andò a stamparsi proprio sulla testa di uno che
non c’entrava nulla.
Però era un tipo nervoso. Perché si raccolse il gelato dalla testa e lo sbatté in faccia al primo che
gli capitò a tiro.
Boom.
Il padrone del bar aveva chiesto gelati come se piovesse?
Accontentato.
Ora però era a un metro da me, aveva visto tutto ed era incazzato nero.
Che cavolo potevo dirgli? Scusa, non l’ho fatto apposta.
Oppure gridare Italia Italia e pregare.
Mi sfilai il grembiule, lo posai sul bancone dei gelati, poi gli dissi: «È stato un piacere. Un vero
piacere».
Feci un salto e mi ritrovai sopra l’Ape di mio zio. Che urlò all’amico al volante: «Sbrigati,
passa da casa di mio nipote che dobbiamo prendere una cosa».
La tromba.
Era arrivato il momento di dare un senso agli anni di musica voluti da mio padre, che così aveva
completato il quadretto del figlio perfetto: studia, lavora e suona nella banda musicale del paese.
Già a nove anni.
La prima volta che suonai insieme a tutta la banda facemmo una quindicina di marce.
Calcolando che ogni marcia era composta da un migliaio di note e che quindici per mille fa
quindicimila, penso che mio padre si sarebbe buttato in un pozzo, se gli avessi detto che quella sera
dalla mia tromba era uscita soltanto una timidissima e sfigatissima nota.
Una.
Per il resto avevo solo fatto finta. Muovendo e schiacciando i tre pistoni e gonfiando le guance.
Adesso stavo lì, sopra un camioncino, finalmente protagonista assoluto. Le note le sapevo a
memoria. L’esecuzione fu degna di un primo trombettiere della banda dei carabinieri a cavallo.
La piazza rispose con un urlo da stadio.
Era tutto bello, magico, leggero, eccitante. Un mondo meraviglioso aperto a ogni cambiamento.
E io di progetti ne avevo tanti.
Quella notte, di ritorno a casa, mi sedetti sul gradino, accesi una sigaretta e feci il primo DPEF
della mia vita.
Punto primo. Avrei smesso per sempre di lavorare al bar. L’estate successiva avrei cercato un
lavoro di giorno. La sera volevo essere libero e farmi trovare pronto al minimo svolazzamento delle
gonne con le pieghe a ventaglio.
Punto secondo. Avrei detto a mio padre: è vero che il gioco non porta il pane a casa, ma la vita
di un ragazzo della mia età non poteva essere tutta una questione di pane. Dovevo essere molto bravo a
farglielo capire senza dover per forza parlare delle gonne.
Punto terzo. Avrei cambiato sigarette. A partire da subito. Le Emme esse non erano cattive, ma
quando tiravi fuori dalla tasca un pacchetto di Marlboro le ragazze con le gonne a pieghe ti guardavano
con un altro occhio. Forse per il colore rosso e bianco del pacchetto.
Chissà.
Nel dubbio, meglio non correre rischi.
Dieci
Prima di salutarmi, Giorgia tira fuori un po’ di nomi di ragazzi e ragazze potenziali vittime di
don Marco.
Devo stare attento a non farmi travolgere dai pettegolezzi. Conosco bene questa realtà. Scremo
tutto e mi focalizzo su un paio di ragazze. Giorgia mi aiuta a contattarle.
La mattina successiva, vado a fare colazione in uno dei migliori bar siciliani in fatto di granita e
brioche, che sono delle pagnotte al burro rotonde e morbide.
Mi raggiunge un vecchio amico di Fabio. Ha più o meno la sua età, sono cresciuti insieme,
frequentavano la stessa parrocchia. Si chiama Giovanni. Ha la corporatura esile, pantaloni e polo
chiara. Occhiali. Faccia da pretino, bravo ragazzo. Per sua fortuna non ha mai subito avances da don
Marco.
Anche per mia fortuna. Perché almeno, mentre lo ascolto, riesco a godermi la meravigliosa
granita senza che mi vada di traverso come la pizza della sera prima con Giorgia.
Ci vuole tecnica per la granita. Spezzi un batuffolo di brioche, lo tieni sospeso con l’indice e il
pollice della mano sinistra. Poi con la destra riempi il cucchiaino di granita e fai incontrare queste due
meraviglie del creato giusto a pochi centimetri dalla tua bocca. Non è facile. Bisogna essere coordinati.
Anche Giovanni faceva parte del gruppo degli eletti. Lui non ha mai visto nulla di losco, solo
atteggiamenti un po’ troppo affettuosi.
Fabio gli ha raccontato tutto una decina di anni fa. Giovanni non è rimasto sorpreso. Non ha
mai visto don Marco come una persona pulita. Gestiva la chiesa come un’azienda, una macchina da
soldi con circa quattrocento ragazzi in un quartiere ricco e borghese della città.
Poi correvano voci sul fatto che si appartasse con alcuni che il giorno dopo diventavano i capi
della parrocchia.
Anche Giovanni mi fa il nome di una ragazza, la stessa di cui mi ha parlato Giorgia. Qualcuno li
ha visti dormire insieme in quelle famose gite parrocchiali in montagna. Pare che a un certo punto lei si
sia fidanzata, ma il ragazzo ha scoperto tutto ed è andato a riferirlo ai genitori di lei. Questa ragazza ha
lasciato la città da molti anni, nessuno sa dove si trova.
Giovanni racconta che, quando era piccolo, un giorno è andato in confessionale da don Marco e
gli ha manifestato il proprio turbamento per le dicerie su di lui. Il sacerdote gli ha risposto che erano
solo voci messe in giro ad arte per screditarlo. Questo perché lui era un uomo potente che dirigeva una
grossa parrocchia, quindi attirava le antipatie e le invidie di chi voleva solo prendere il suo posto.
In ogni caso, tra ragazzi si parlava spesso delle sue avventure amorose.
Giovanni mi aiuta a inquadrare meglio il personaggio don Marco: tono di voce rassicurante,
carismatico, grande proprietà di linguaggio, ottima cultura. Leadership, forte presa sugli altri, anche
durante le sue omelie, quando la chiesa piena si ferma ad ascoltare parole mai banali, fuori dagli
schemi, lontane dalla tiritera soporifera di molti suoi colleghi.
Don Marco è un uomo di polso, capace di tenere botta a tutti e di non abbassare la testa neppure
di fronte ai delinquenti.
Ho capito.
Il cameriere sparecchia il nostro tavolo. Gli dico che erano anni che non mangiavo una granita
così buona. Mi domanda dove vivo. Basta dire la parola Milano e scateno il lato migliore del siciliano,
l’animo greco che vive in lui. L’ospitalità. Il sublime piacere di trasformare in qualcosa di unico e
indimenticabile la visita del forestiero che ha scelto la tua terra come sua meta per le vacanze. Mi dice
di aspettare. Torna dopo pochi minuti con un’altra brioche e una granita di colore rosso scuro.
Gelsi. Questo è il periodo dei gelsi. Non posso andar via senza averla assaggiata. E infatti non
vado via senza averla mangiata. Tutta.
Sono le dieci del mattino e mi sento il padrone del mondo.
Nel primo pomeriggio vado a casa di Rosanna, la donna che faceva l’animatrice in parrocchia e
che in una lettera consegnata alla curia aveva denunciato le malefatte di don Marco.
Purtroppo non ha tenuto copia di quell’esposto.
Anche Rosanna mi racconta del sacerdote carismatico, moderno, flessibile, aperto al dialogo,
pronto a fare sport, a organizzare e partecipare alle feste. Un grande oratore. Uno che non ti succedeva
mai di entrare in chiesa e trovarlo in preghiera ai piedi di Gesù. Bravo manager e valente politico,
capace di mettere in piedi dal nulla qualcosa di unico, un impero.
Rosanna mi parla degli adepti. Venivano chiamati così perché vivevano con lui e per lui,
condividevano pranzi e cene, e quando si andava nella casa di montagna dormivano insieme a lui. A
tavola potevano stargli seduti vicino, cosa non concessa agli educatori. Don Marco mentre mangiava
accarezzava loro le gambe.
Rosanna era perplessa. Non gli piaceva questo attaccamento morboso. Infatti al suo gruppo
imponeva di stare a distanza di sicurezza dal sacerdote.
Poi uno dei ragazzi le racconta che don Marco gli ha chiesto di andare a dormire a casa sua. E
che ha provato a masturbare un suo amico per dimostrargli tutto il suo amore.
Rosanna gli vieta di accettare l’invito.
Qualche tempo dopo, passa davanti all’ufficio del prete e vede una scena che non le piace: un
ragazzo è seduto sulle sue gambe mentre lui gli accarezza il volto, le mani e le braccia. Lei esce subito
e va a suonare il campanello per interrompere l’idillio.
Arrivano i campeggi estivi nella casa di montagna. Rosanna fa di tutto per impedire ai ragazzi e
alle ragazze di dormire con lui. Ma i risultati sono scarsi. Nessuno la ascolta. Il carisma di don Marco
vola oltre ogni ostacolo.
Il sacerdote è un cacciatore freddo e lucido. Uno che seleziona le prede in famiglie molto
cattoliche, meglio con papà spesso assente per lavoro. Studia il contesto, si insinua all’interno, diventa
parte integrante, viene invitato a pranzi e cene, chiamato a far da padrino ai figli per la cresima.
Tutto questo quando hanno dieci anni. Poco prima di passare all’azione.
Il racconto di Rosanna arriva alla famosa lettera di denuncia.
È il settembre del Duemila. Lei si è laureata in pedagogia. E qualche mese prima don Marco le
ha firmato una lettera di referenze per un tirocinio.
All’improvviso il sacerdote viene trasferito in un’altra parrocchia della città. Ma si trascina
dietro i suoi ragazzi. Questo significa che Rosanna non potrà fare più nulla per tenerlo a bada.
Allora lei decide che è arrivato il momento. Mette tutto nero su bianco in una lettera e la
consegna nelle mani di don Alessandro, che dopo qualche anno diventerà vescovo di un’altra città.
Sceglie questo prete perché è quello che le ispira più fiducia.
Il sacerdote legge la lettera davanti a lei e rimane attonito. La guarda negli occhi e le chiede:
come può ancora credere, dopo tutto quello che ha visto e che racconta? Rosanna risponde che crede in
Gesù Cristo, che i preti sono uomini e in quanto tali possono fallire.
Don Alessandro dice che proverà a fare qualcosa.
Anche don Marco fa qualcosa. Gira la frittata e mette in giro la voce che era Rosanna quella che
cercava di abusare dei ragazzi.
Per sua fortuna la cosa non attecchisce nella comunità. Ma capisce che non può scontrarsi con
lui. Pensa sia un essere demoniaco.
Non può neppure denunciare alle forze dell’ordine. Non ha nulla in mano. C’è solo la sua parola
contro quella di un uomo amato e riverito da tutti. Chi le crederebbe?
Prima di lasciare la casa di Rosanna, ascolto con attenzione le sue parole sulla personalità di
don Marco.
Non è la bestia che cede alle pulsioni animalesche e poi scappa. Don Marco si innamora delle
sue vittime. Gli brillano gli occhi quando le guarda dal suo pulpito durante la messa.
È un pedagogista eccezionale. Uno che dall’altare muove le folle. E la gente lo venera come un
dio.
Undici
Altre due persone conoscono da molto tempo le vicissitudini di Fabio. Sono i suoi genitori.
Mi invitano a pranzo. E capisco perché Fabio abbia tutta questa nostalgia della Sicilia e della
cucina della mamma.
Siamo in quattro, c’è pure la sorella minore.
Il papà è in pensione da un anno.
La mamma piange di continuo. Mi racconta un episodio: a quattordici anni, Fabio si sottopone a
un piccolo intervento chirurgico e resta ricoverato in ospedale per qualche giorno.
Don Marco arriva a fargli visita e lo saluta con un bacio sul muso.
Davanti a lei.
La donna osserva la scena. È stupita. Non capisce.
Il bacio era affettuoso.
È perplessa. Si pone delle domande. Ripassa nella sua mente mille immagini.
Quando finalmente rimane sola con Fabio, la prende alla lontana. Gli racconta di una storia
sentita al lavoro su un ragazzo abusato. Chiede se anche lui abbia vissuto o stia vivendo una cosa
simile.
Fabio reagisce male. Si arrabbia.
Passano dieci anni. La donna è nella sua stanza quando Fabio entra e senza troppi giri di parole
dice: mamma, avevi ragione, quand’ero piccolo don Marco ha approfittato di me.
Le crolla il mondo addosso.
Fabio la prega di non fare nulla e di dimenticare. Ha voglia di mettersi tutto alle spalle.
Don Marco è un amico di famiglia. Conosce il padre da quando erano giovani scapestrati. Entra
ed esce da casa loro quando vuole: pranzo, cena, compleanni dei figli, feste comandate.
Dal momento in cui Fabio parla con la madre, i rapporti con il sacerdote si interrompono. Senza
una discussione, una lite furibonda, un chiarimento. Nulla.
Il padre di Fabio lo incontra una volta all’anno a messa per la festa del patrono della città. La
mamma lo ha incrociato due anni fa per caso ed è rimasta pietrificata.
Sembra un racconto di fantasia. Non lo è.
Un uomo, che sia prete o no poco importa, ha un rapporto di amicizia molto stretta con una
famiglia, frequenta casa come fosse uno di loro. Di colpo si vede tagliato fuori e non chiede neppure
perché.
Un bel giorno io mi alzo, trovo al solito bar i miei migliori amici, faccio per sedermi al tavolo
ma loro se ne vanno. E da quel momento mi evitano e addirittura non mi salutano più.
E io cosa faccio? Nulla. Non chiedo a che gioco stanno giocando, non mi informo, non li
affronto per capire almeno il motivo di questo loro improvviso cambiamento.
Niente.
Con il dovuto rispetto, faccio notare ai genitori di Fabio che neppure loro hanno fatto qualcosa,
dopo che hanno saputo.
La mamma piange. Il papà è assente. Sembra che rifiuti quello che è successo.
La mamma dice che aveva paura delle ritorsioni contro Fabio e che don Marco è un uomo
ammanicato con i potenti. Aveva paura che potesse ribaltare la situazione per ritorcerla contro suo
figlio.
Piange.
Non ha più vissuto da quel giorno. Si sveglia ancora ogni notte e non sa che fare. I sensi di
colpa la stanno uccidendo.
Piange.
Il marito è catatonico.
Lei sentiva Fabio al telefono con don Marco: si arrabbiava e litigava come fossero due
fidanzati.
Piange.
La guardo. Vedo mia madre. Vedo mio padre.
Rassegnazione.
Compostezza.
Oppressione.
Dignità.
Pudore.
Umiltà.
Fedeltà.
Devozione.
Sopportazione.
Ossequio.
Rispetto.
Riverenza.
Genuflessione.
Inerzia.
Impotenza.
Sconfitta.
La Sicilia.
La mia Sicilia.
Dodici
La Chiesa sapeva, eppure non ha mosso un dito. In perfetto stile Vaticano. Hanno preso don
Marco e l’hanno spostato in un’altra parrocchia. Sempre nella stessa città, a mezzo chilometro di
distanza. Libero di continuare a fare i suoi porci comodi.
Proprio nei mesi un cui lavoravo a questo libro, l’associazione Caramella Buona ha scritto una
lettera di denuncia nei confronti di don Marco indirizzata all’organo ecclesiastico deputato ad agire sui
casi di presunta pedofilia, ovvero la Congregazione per la dottrina della fede.
Monsignor Charles Scicluna, all’epoca "promotore di giustizia" della Congregazione, dopo
alcuni mesi ha risposto qualcosa che suona più o meno così: non è un problema nostro, rivolgetevi al
vescovo competente sul territorio.
Mentre scrivo, fatico a contenere l’ira.
La cosa logica da fare, a questo punto, è andare a trovare don Alessandro, sua eccellenza,
perché nel frattempo è diventato vescovo, e porgli alcune domande.
Lei sapeva di don Marco? Una educatrice sostiene di aver consegnato nelle sue mani una lettera
scritta contro il sacerdote. Che fine ha fatto quella denuncia? Ne informò i suoi superiori di allora?
Perché don Marco è stato trasferito? Questa decisione ha a che fare in qualche modo con quello che
aveva saputo su di lui? Perché non avete ritenuto di fare un’indagine più approfondita?
Avrei tante domande per sua eccellenza.
Non è ancora il momento. Non voglio concedere alcun vantaggio. Meglio continuare a scavare
in sordina. Le versioni ufficiali le raccoglierò quando avrò finito la mia indagine.
Intanto posso fare una cosa.
Giorgia mi ha parlato di un prete che a quel tempo era viceparroco di don Marco. Fra i due c’era
rispetto, ma non stima. Don Francesco non amava i modi del suo superiore e per questo veniva tenuto
in disparte.
Oggi ha una settantina di anni. Lo rintracciamo nella parrocchia di un paese a un’ora di
macchina di distanza.
Giorgia lo chiama al telefono. È passato tantissimo tempo dall’ultima volta. Lui la riconosce, è
molto contento di sentirla. La invita a passare da lui il giorno dopo, nel pomeriggio.
La accompagno fino alla porta della chiesa. Le metto addosso una telecamera nascosta. Aspetto
fuori.
Giorgia ritorna dopo oltre un’ora. Ha la faccia rossa. Mi abbraccia. Piange.
Ci mettiamo in macchina.
La invito a rilassarsi. Scarico il filmato sul computer, mi assicuro che ci siano le immagini e
l’audio, quindi ci sediamo ai tavolini di un bar. Per un po’ parliamo d’altro.
Poi mi racconta.
Don Francesco la accoglie con grande trasporto. È molto felice di vederla. Ricordano i vecchi
tempi, le giornate passate insieme, i campeggi estivi.
Giorgia a un certo punto gli dice che qualche mese prima ha subito un intervento chirurgico, è
rimasta per un po’ a letto e tanti vecchi amici della parrocchia le hanno fatto visita.
Proprio durante uno di questi incontri, lei e il ragazzo che aveva di fronte hanno scoperto di
avere qualcosa in comune: entrambi erano stati abusati da don Marco.
La faccia di don Francesco si fa seria. Ma il sacerdote non sembra sorpreso.
«Avevo capito che c’era qualcosa che non andava. Tu eri una ragazza solare, allegra, vivace.
Poi all’improvviso sei diventata una scheggia impazzita.
Ricordo che una domenica mattina dopo essere uscito mi sono accorto di aver dimenticato le
chiavi. Ho provato a rientrare alzando la serranda della finestra al piano terra e ho visto lui in
atteggiamenti poco consoni con qualcuno che allora avevo pensato fossi tu.
Io il sospetto ce l’ho sempre avuto. Ma nessuno di voi ragazzi è mai venuto a confidarsi con me.
E posso anche capirlo, perché io ero quello messo da parte, isolato e tenuto lontano da voi.
Pendevate tutti dalle sue labbra.
Dormivo in una piccola stanzetta al piano di sotto, priva di accesso diretto in canonica, e a
pranzo andavo da una signora che abitava lì vicino.
Lui era il padrone, nessuno lo poteva toccare. Io ero un emarginato.
Ho provato a resistere per un po’, alla fine non ce l’ho fatta, sono andato dal vescovo e gli ho
chiesto di essere trasferito. Gli ho detto che volevo vivere in serenità, fare una vita di parrocchia e
assolvere la mia missione di sacerdote.
Sono andato via. Stavo troppo male con lui.»
Lo sfogo di don Francesco non è ancora finito.
Quello che sta per dire apre un altro capitolo sconosciuto. Le sue supposizioni o paure del
passato sono diventate qualcosa di più concreto un anno prima della nostra visita: «Ho saputo tutto da
Elena. Si era separata dal marito, è venuta a trovarmi e mi ha raccontato tutto».
Elena. Una delle due ragazze di cui Giorgia sospettava.
Don Francesco fa i nomi di altri ragazzi che sono venuti fuori dalla conversazione con Elena.
Dice anche che ha saputo della denuncia scritta presentata dall’educatrice Rosanna nelle mani di don
Alessandro.
«Ma don Alessandro non mi ha mai detto nulla. Se solo mi avesse interpellato io gli avrei
raccontato quello che avevo visto.»
La visita a don Francesco aggiunge un altro tassello al puzzle.
Non solo la Chiesa sapeva, ma quando la notizia è arrivata, attraverso la denuncia scritta di
Rosanna, la curia non ha fatto una seria indagine interna.
Nessuno ha mai chiamato il vice del parroco presunto pedofilo per chiedere spiegazioni.
E lo stesso vice, che trova il superiore in atteggiamenti che lui giudica poco consoni con una
adolescente, non si prende neppure la premura di indagare o segnalare la cosa al vescovo.
Tredici
Giorgia si è fatta dare da don Francesco il numero di telefono di Elena. Il giorno dopo la
chiama, la incontra per un caffè e le racconta di lei e don Marco. Poi le confessa il suo timore che
anche lei possa aver subito le stesse attenzioni.
Elena vuota il sacco. Ma senza tragedie, quasi con serenità.
Giorgia le parla di me e la convince a uscire la sera stessa tutti e tre per mangiare una pizza e
fare una chiacchierata.
Elena accetta. Ci sediamo a tavola intorno alle nove. Lei è una donna sui cinquant’anni, carina,
molto elegante nell’abbigliamento e nei modi. Gentile. Educata. Ferma.
All’una di notte siamo ancora seduti e non sono riuscito a scucirle una parola sul suo passato.
Ho quasi rinunciato.
Giorgia propone di andare a fare due passi in riva al mare. Mi si chiudono gli occhi ma non
riesco a dire no.
La spiaggia è deserta, ci sediamo sulla sabbia. Guardiamo le luci della città in lontananza.
Senza che io le chieda nulla, Elena inizia a parlare: «Dopo la prima comunione ho iniziato a
frequentare la parrocchia per il catechismo e la ginnastica. Avevo undici anni. È iniziato tutto con una
partita di pallavolo nel campetto all’aperto».
La interrompo. Le chiedo la cortesia di poterla registrare.
Lei accetta.
«All’improvviso sento una presa vigorosa da dietro, qualcuno che mi soffia sulla nuca e sul
collo. Era lui.
Rimango sorpresa. Non voglio mancargli di rispetto.
Per me lui era quasi come un padre, una figura protettiva. Facevo la chierichetta, si stava lì, si
viveva lì. Non è facile spiegare a parole.
Nulla di strano, nulla di sporco.
Si faceva tutto insieme, i campi estivi, i giochi, la pizza, il cinema. Tutto insieme.
Ho delle immagini di lui come persona affettuosa, presente, rassicurante.
Era come un fidanzato, un marito.
Finivo la scuola, mangiavo in fretta e correvo in parrocchia per stare con lui.
Di fatto vivevo la sua vita.
Poi ha iniziato con baci e carezze, quando eravamo soli. Ed è andato avanti così per un po’.
Il primo rapporto completo lo abbiamo avuto quando io non avevo ancora compiuto dodici
anni. È successo dentro il suo studio, nella sagrestia.
Lo abbiamo fatto sul divano.
Ricordo la sua dolcezza, i suoi baci, i suoi abbracci.
Per due anni lo abbiamo fatto tante altre volte.
Mi diceva spesso che anche in futuro, da sposata, avrei dovuto conservargli un posticino nel
mio cuore.
Mi portava nella casa parrocchiale in montagna. E si mostrava scocciato di fronte alle attenzioni
delle altre donne. Voleva essere tutto per me.
Abbiamo fatto un viaggio insieme al Nord. Lui doveva celebrare un matrimonio e si è portato
dietro il gruppo ristretto. I miei genitori mi hanno dato il permesso, con lui si sentivano in una botte di
ferro. Ma gli altri sono andati avanti il giorno prima e io sono partita sola con lui.
La prima tappa è stata Roma. Abbiamo passato tutto il giorno in Vaticano e abbiamo visto il
papa.
Poi due giorni in una città del Veneto, a casa di un’amica, dove abbiamo dormito in stanze
separate. Infine nella città dove si celebrava il matrimonio.
Qui io avrei dovuto dormire con lui nella sua camera d’albergo, ma una volta dentro, la vista del
letto grande mi ha fatto impressione e sono andata a dormire nella stanza con due altri ragazzi.
Il giorno dopo mi ha regalato una cassetta di Riccardo Cocciante, voleva che ascoltassi la
canzone Margherita. In aereo mi aveva già regalato un bracciale d’oro.
Quando eravamo soli mi prendeva la mano e mi dava dei baci.
Un’altra volta mi ha regalato un paio di orecchini d’oro.
Il nostro era un rapporto da fidanzati.
Lui conosceva bene i miei genitori. Veniva a pranzo, a cena. Era uno di casa.
A un certo punto, all’età di quattordici anni, gli ho detto che mi ero fidanzata con un ragazzo
che frequentava la parrocchia. La sera stessa torno a casa e trovo mio padre arrabbiato. Per la prima
volta nella vita mi dà uno schiaffo e mi dice: tu non esci più di casa e quel ragazzo non lo vedi più.
Poco tempo dopo ho scoperto che lui aveva parlato con mio padre, anche se non ho mai saputo
cosa si siano detti. È il grande mistero della mia famiglia. Mio padre è morto e non l’ha mai confidato
neppure a mia madre.
Comunque, diversi anni dopo ho sposato proprio quel ragazzo, anche se poi il matrimonio è
finito.
Non ho mai parlato con lui di quello che mi era successo con don Marco. Anche lui era uno
degli eletti. E ho sempre avuto la convinzione che sia stato abusato. Lui era molto più intimo di me con
il sacerdote. Stavano sempre insieme, si baciavano sulla bocca. E quando andava in montagna dormiva
con lui.»
È la storia di Elena.
È la storia di Fabio.
È la storia di Giorgia.
E di chissà quanti altri ragazzi e ragazze.
Gli elementi comuni sono molti. L’età dei ragazzi: undici o dodici anni. Il rapporto molto stretto
con la famiglia della vittima, lui che entra ed esce come fosse a casa sua. La reazione di fronte ai primi
amori adolescenziali, con la richiesta di avere un piccolo spazio nel cuore, anche se poi di nascosto
manovra per allontanare il terzo incomodo e mandare all’aria il rapporto.
E l’amore.
Don Marco si innamora delle sue vittime, le fa sentire desiderate, accolte, protette.
La mattina dopo esco dall’albergo convinto di andare a trovare l’ex marito di Elena. Lo scorgo
dietro una grande vetrina sul corso principale della città. Vedo lui, ma vedo anche la mia immagine
riflessa.
Lo guardo. Mi guardo.
Con quale diritto mi presento da un uomo e gli chiedo qualcosa che molto probabilmente ha
rimosso perché ha segnato nel profondo la sua vita?
Non c’è giustificazione che tenga.
Giro i tacchi e mi infilo nella libreria poco distante. Compro il libro scritto da don Marco e
pubblicato poco tempo prima. È una sorta di cammino spirituale e biografico. In mezzo ci sono diversi
passaggi degni di interesse.
Se conosci solo la sua immagine pubblica, li interpreti come delle coraggiose prese di posizione
da parte di un sacerdote libero, nella mente e nel modo di assolvere la sua missione.
Ma se sei al corrente della parte nascosta della sua vita, ecco allora che quelle frasi ti appaiono
come delle ammissioni di colpa, delle giustificazioni, dei messaggi in codice.
Don Marco parla di debolezza, umiliazione, peccato, fragilità. Di furto della felicità. Ammette
di aver amato e di volersi spingere fino all’estremo. Racconta il seminario come un incubo che ha
segnato la sua vita nel profondo. Scrive di vuoti educativi. Tra le righe sembra di intuire che proprio in
seminario abbia scoperto una sfera fino ad allora per lui sconosciuta.
E parte proprio dal seminario, quando ammette le cadute di un sacerdote, gli atti riprovevoli che
possono arrecare danno all’animo dei più deboli. Quelli a cui può succedere di sublimare la figura di un
sacerdote e sostituirla a quello di un padre assente.
Infine esprime il suo dolore, invoca per tutti misericordia e chiede aiuto.
Chiede aiuto con urgenza.
Quattordici
Il sacerdote autore di quel libro è la stessa persona che nel settembre 1991 scrive un biglietto, lo
infila in una busta chiusa e lo affida a una ragazza perché lo consegni a Fabio, che in quel periodo si
trova all’estero per un’iniziativa legata alla parrocchia. Don Marco ha saputo che, da quando è partito,
Fabio ha stretto un’amicizia particolare con una ragazza.
Questo è il testo del biglietto:
Nonostante i tuoi furiosi e ripetuti tradimenti tedeschi, ti voglio un mare di bene!
Non lo fare più!
Potrei mangiarti tutto!
Un bacio furioso.
D.M.
La firma è la sigla di don Marco.
È la stessa persona che qualche giorno dopo sale su un aereo e raggiunge il gruppo, con grande
sorpresa di tutti, per una visita inaspettata.
La calligrafia è la stessa di una cartolina che sempre don Marco ha spedito a Fabio da uno dei
suoi viaggi in Sudamerica.
C’è scritto: «Un bacio "mangereccio"», con la parola mangereccio tra virgolette. La firma
questa volta è per esteso.
Sono queste le uniche due cose ritrovate da Fabio a casa dei genitori durante una sua breve
vacanza in Sicilia, nel settembre scorso.
Non si aspettava nulla di più. Sapeva di aver bruciato ogni cosa che gli ricordasse quei tempi:
lettere, biglietti, regali.
Ma ci ha voluto provare. Ha messo sottosopra la sua vecchia camera e la cantina, ha aperto ogni
scatola: alla fine sono sbucati questi due documenti.
Ma, prima di tornare a New York, Fabio ha fatto qualcosa di molto più importante ai fini di
questa indagine.
L’ho pregato di andare a trovare il sacerdote e di registrare di nascosto la loro conversazione.
Non è stato facile. Prima di entrare in chiesa l’ho dovuto tranquillizzare.
Ma ce l’ha fatta.
È uscito circa un’ora dopo.
Quella che segue è la fedele registrazione del loro incontro.
«Salve, don Marco.»
«Ciao, come stai?»
«Bene, sono qui in vacanza e sono passato a salutarla.»
«Bene.»
«Le posso parlare cinque minuti?»
Si spostano, si sente il rumore di passi sulle scale.
«Lei da quanto tempo sta in questa chiesa?»
«Sono dodici anni.»
«Mizzica» esclama Fabio.
Una porta si chiude. Smettono i rumori, si sentono solo le loro voci.
«È strano essere qua.» Risata nervosa di Fabio.
«Sei ancora là?»
«Sì sono in America, da sei anni.»
«Lo sapevo che eri in America, e che ti eri specializzato.»
«In tumore al cervello.»
Fabio racconta in modo dettagliato il percorso che l’ha portato in America.
Don Marco parla di un suo viaggio a New York e delle Torri Gemelle. Gli indica delle foto
appese alla parete della stanza.
Silenzio e imbarazzo.
«Sei soddisfatto?» dice don Marco.
«Sì, tanto soddisfatto.»
Silenzio e imbarazzo.
«Ho il cuore in gola, in questo momento» dice Fabio.
«E perché? Che c’è?»
«Non lo so. Un sacco di ricordi.»
«Io ho ricordi belli» dice don Marco.
«No, per carità, è che è passato tanto di quel tempo che non lo so... Quei quadri me li ricordo.»
Il tono di voce di don Marco è volutamente molto basso, suadente, confidenziale. Parla dei libri
che ha scritto, spiega i contenuti.
«Io ho cercato di dare la testimonianza della bontà di quel cammino, che non era solo un fatto
personale, ma che era l’interpretazione di un modo di portare avanti, con tutti gli errori e con tutti i
limiti, uno stile di comunità. Siccome onestamente siamo alla deriva qui in Italia, con rigurgiti di un
passato antichissimo. E quindi mi è sembrato giusto metterlo per iscritto. E l’ho fatto a mo’ di racconto,
come genere letterario. Ma in fondo ho raccontato lo schema di quell’esperienza.»
Scambiano alcune battute sul nuovo papa.
Silenzio e imbarazzo. Risatina nervosa di Fabio.
«Cosa ti ha spinto a venire a trovarmi?»
«Non lo so... A volte ho dei pensieri dentro... Adesso che sono cresciuto e che sono passati
tanti anni... Prima di tutto non mi ricordavo più il suo volto.»
«Mi trovi vecchio?»
«Non vecchio... Invecchiato, ma non vecchio.»
Silenzio e imbarazzo.
«Io pensavo che non ti avrei più rivisto» dice don Marco.
«Perché non sono più in giro?»
«No. Pensavo per una tua scelta. E infatti l’ho rispettata.»
«Da un certo punto di vista lei ha ragione, perché l’ultima volta che abbiamo parlato sono
rimasto molto male per quello che lei ha detto. Lei forse non se lo ricorda.»
«L’unica cosa che ricordo è che le divergenze sono venute in seguito alla direzione dei gruppi
parrocchiali.»
«No, parlo di un’altra discussione a posteriori. Dopo che sono uscito dalla parrocchia, due anni
dopo, sono venuto a cercarla e abbiamo avuto una discussione molto veloce. Forse l’avrò trovata nel
giorno sbagliato.»
«Non ricordo neanche. Ricordo divergenze sia sul piano di gruppo che sul piano musicale.»
Silenzio.
«Ti chiedo scusa se ti ho amareggiato» dice don Marco.
«Il mio è sempre un approccio di affetto con lei. Io sono fatto così... Mi sto commuovendo...»
La voce di Fabio è spezzata.
«Però le cose che erano successe tra di noi mi avevano spiazzato. Quando ci siamo visti l’ultima
volta, io le avevo fatto questo discorso e lei mi aveva detto che...»
Voce spezzata.
«Forse non dovrei parlare di queste cose...»
«Se ti aiuta a liberarti, fallo. Non ti preoccupare» dice don Marco.
«Sì, io sento che ormai sono un uomo, vorrei liberarmi e stabilire un rapporto da persone
normali.»
«Non ti preoccupare, fallo.»
«Io penso che quando a diciannove o venti anni l’ho approcciata nuovamente era perché sentivo
dentro questo logoramento... che alla fine...»
Voce spezzata.
«Ho difficoltà, mi dispiace...»
Fabio piange.
«Non ti preoccupare» dice don Marco.
«Sono tante emozioni miste e alla fine mi sento così» dice Fabio.
«Anch’io sono emozionato» dice don Marco.
«Il fatto è che come adolescente...»
Voce spezzata.
«C’è stato quel particolare approccio tra di noi» dice don Marco.
«Sì, il fatto che... diciamo così...»
«Chiamiamolo così» dice don Marco.
«Sì, il fatto che ci fosse stato questo approccio che io come adolescente... come adolescente
non capivo, perché io le volevo bene come un padre... e poi dopo è trasceso in rapporti intimi e
sessuali che hanno sporcato quella relazione...»
Voce spezzata.
Sospiro.
Pianto.
«Sto tremando» dice Fabio.
«Sì, tesoro, perché, amore... stai dicendo cose che... sono avvenute, no?» dice don Marco.
«Io mi sono sentito sporco.»
Fabio piange.
«Mi sto comportando come un bambino.»
«Perché ti stai preoccupando? Piangi, grida, liberati.»
«Io ero un adolescente, non è che fossi proprio cosciente. Mi sono lasciato andare in virtù
dell’affetto, perché per me lei era un secondo padre.»
«Ti sei sentito deluso? Ti sei sentito travisato?»
«Io mi sono sentito sporco. Non sapevo che cosa fosse il sesso. E poi tutto questo è successo tra
di noi... Io sapevo che lei per me era come un padre... E il fatto che tra di noi ci fossero stati dei
rapporti sessuali... È come se improvvisamente avessi perso un secondo padre.»
Voce spezzata.
«E allora? Hai avuto tanta rabbia» dice don Marco.
«Sì, tanta rabbia. E ho sentito il bisogno di allontanarmi.»
«Ti sei sentito tradito?» dice don Marco.
«Forse, non lo so...»
Voce spezzata.
«Mi spiace... Sono molto emozionato» dice Fabio.
«Ma perché ti fai tutti questi problemi? E allora? Dai, vai avanti» dice don Marco.
«Il fatto di staccarmi... Avevo questa furia, una rabbia dentro...»
Voce spezzata.
Fabio piange.
«Mi dispiace se oggi sono venuto qua come un fulmine a ciel sereno» dice Fabio.
«E ancora te la porti dentro questa rabbia? E questo rancore?» dice don Marco.
«Ci ho pensato tanto, è passato tanto tempo... Non lo so, penso che è il passato... Ma ho questi
ricordi dei momenti in cui lei mi diceva che mi amava. E io per essere un quindicenne mi sentivo
amato.»
«Anch’io sono cresciuto. Sono cresciuto con te, sono cresciuto con gli altri. Perché anch’io ho
affrontato la vita. Io sono cresciuto man mano... E man mano ho scoperto... Io ti ho voluto
immensamente bene. Non mi ponevo come padre, anche perché avevi una famiglia, e non aveva
bisogno di supplenza» dice don Marco.
Pausa.
«Io inseguivo, e qui forse è stato un errore, inseguivo il tuo desiderio di essere amato. E questo
lo facevo non ponendomi limiti. Forse non ricordi, ma io quasi mai ho preso l’iniziativa. Avvertivo la
tua necessità di essere abbracciato, di essere...»
«Gli abbracci sì, ma il sesso...» dice Fabio.
«Ma è stata una volta?» dice don Marco.
«Più volte» dice Fabio.
«Io ho solo il ricordo di una volta» dice don Marco.
Pausa.
«Ma non perché ci fosse un piano, non è perché io avessi desideri poco consoni. In quel
momento mi sembravi compiacente. Mi sembrava di farti addirittura del bene, di liberarti, quasi che tu
avessi bisogno di esprimerti.»
Pausa.
«Le cretinate... di chi ancora... sta crescendo» dice don Marco.
Pausa.
«Comunque, io non avevo avuto esperienze» dice Fabio.
«Ma nemmeno io avevo esperienze» dice don Marco.
«Sì, certo, le credo» dice Fabio.
«Comunque io allora... per i ricordi che ho... l’ho vissuta in questa maniera, come dire,
quasi... per compiacerti... ma non è la formula giusta... ma comunque per compiacerti... per cui non
ho, non mi sono rimaste, come dire, sensazioni sgradevoli... So che ti ho voluto bene, in maniera
sbagliata, adesso. Ma... per me era un’espressione sbagliata, chiamiamola così, assolutamente
sbagliata, esagerata, sproporzionata. Per quella stima che avevo e che ho, immensa, della tua
intelligenza, dei tuoi sentimenti, delle tue capacità.»
Pausa.
«Era un modo di dirti: ti stimo, ti voglio bene.»
Pausa.
«Ma senza organizzare, assolutamente. È stato un modo per dirti ti voglio bene. E di dirlo in
quella maniera più intima» dice don Marco.
«Comunque io avevo molto bisogno di abbracci» dice Fabio.
«Era un momento in cui avevi bisogno di essere rassicurato, di sentirti accettato a corte, di
sentirti importante... Io l’ho colto così... E quindi ho cercato di dirtelo in tutte le maniere. Per cui le
mie... le mie sensazioni sono rimaste positive» dice don Marco.
«Io mi sono sentito tradito» dice Fabio.
«Può darsi» dice don Marco.
«Era una cosa che al momento non capivo, e che dopo ho analizzato e ho vissuto male» dice
Fabio.
«Mi spiace, perché è una cosa che avrei potuto chiarire. E avrei potuto chiederti scusa. Io non
avevo avuto cattive intenzioni. Comunque mi dispiace se ti ho fatto soffrire» dice don Marco.
«Per fortuna le cose pian piano si sedimentano. Oggi mi sento un uomo e mi voglio rapportare a
lei da uomo» dice Fabio.
Il discorso tra don Marco e Fabio scivola sulla Chiesa attuale e sul confronto con la vecchia
parrocchia. Il sacerdote racconta della sua vita, delle lezioni di pedagogia che tiene in due università.
«Ho ricevuto tanto da te, dalla tua famiglia. Da te in particolare. È stato bello volerti bene.
Sinceramente. E vederti crescere. Io ho seguito la tua crescita. Ho sbagliato in alcune cose. Non me ne
rendevo conto, sinceramente, in quel momento. Ero solo illuso che tu lo desiderassi, che ne so, non so
che cosa. Però un educatore deve sapersi distaccare. Ecco, io in quella fase non lo sono stato. Sono
stato più un amico, e non si può essere contemporaneamente amici e educatori» dice don Marco.
«Io ero troppo giovane per capire» dice Fabio.
«Mi sono lasciato prendere dall’affettività, mi spiace di averti fatto soffrire» dice don Marco.
«Questa conversazione ha l’effetto di una liberazione, per me» dice Fabio.
Squilla il telefono. Chiamata a carico del destinatario.
«Sì.»
Si sente una voce giovane.
«Sei a casa? Un quarto d’ora. Perché ho delle persone. Ciao ciao.»
Riattacca.
«Sono contento di essere venuto» dice Fabio.
«Anch’io sono contento. Io me ne stavo a distanza, perché ho visto che eri molto arrabbiato.
Non ti ho mai dimenticato. E non ho mai rifiutato l’affetto che mi hai dato e che io, in qualche modo,
ho ricambiato in una certa maniera. E ho ricordi positivi. Perché non c’erano né doppi né tripli fini.
Nella mia stupidità pensavo che... che ne so, che... che facendo in quella maniera, magari ti aiutassi...
Non è che io avevo altri progetti. Solo un modo errato di interpretare... Va bene. Spero che ti sia
servita questa chiacchierata» dice don Marco.
«Ripeto, sono contento di essere stato qui da lei» dice Fabio.
Fine della conversazione.
Quindici
Tralascio ogni considerazione sul tono e il volume della voce di don Marco.
Rileggo con attenzione la trascrizione della registrazione dell’incontro. Gli elementi sviluppati e
raccontati in questa indagine ci sono tutti.
Don Marco ammette di avere avuto una relazione sessuale con Fabio quando lui era un
adolescente. Che sia successo una volta, due o tre, non importa.
Colpisce la giustificazione: tu eri solo e triste, avevi bisogno di affetto e io te l’ho dato. L’ho
fatto per aiutarti, per rassicurarti. Per compiacerti. Per dirti ti voglio bene.
Ritengo che le parole dette a Fabio e quelle scritte nel suo libro siano materia per gli psichiatri.
Io devo pensare ad altro.
La testimonianza che ho appena estorto ha un potenziale punto debole. Io non ero presente al
momento del colloquio tra i due. Chi mi dice che Fabio non sia un mitomane e che non si sia messo
d’accordo con un amico per trovarsi in chiesa e fare questa bella conversazione?
Non è così, ma potrebbe essere così. Quindi devo stare attento. Occorre la certezza assoluta che
la voce della persona che dialoga con Fabio sia quella di don Marco.
Il giorno dopo compongo il numero di telefono della parrocchia.
Mi risponde un uomo. Dico che sono un giornalista del «Giornale di Sicilia» e che sto facendo
un lavoro sulle feste patronali e sulla partecipazione popolare. Domando di don Marco. Lo vanno a
chiamare. Arriva. Mi presento con il nome di un mio vecchio amico. Chiedo se è lui: nome e cognome.
Riconosco subito la voce.
Lo tengo al telefono dieci minuti, gli dico che sto scrivendo una sorta di antologia sulle feste
tradizionali dell’isola, da Santa Rosalia a Palermo a Sant’Agata a Catania.
Lui è cortese. Mi invita a richiamarlo per un appuntamento.
Registro tutto.
Riascolto la sua voce e la confronto con quella della prima conversazione. Non ho alcun dubbio
che si tratti della stessa persona.
Intanto Fabio accetta di sacrificare le sue brevi vacanze e di trasformarle in una sorta di incubo.
Lo sollecito ad andare a trovare don Alessandro, suo amico e confessore, nonché vicario del
vescovo, ai tempi.
Era stato lui a ricevere la denuncia scritta dell’educatrice Rosanna.
Voglio capire che fine ha fatto quella denuncia e cos’hanno fatto lui e la Chiesa dopo aver
ricevuto quella segnalazione.
Anche in questo caso Fabio registra tutto di nascosto.
L’incontro è molto cordiale e piacevole. Dura più di un’ora, tra ricordi di vecchi tempi e
racconti di vita recente. Don Alessandro lo accoglie come un figlio, è sinceramente interessato al
travaglio interiore di Fabio. Lo rincuora, gli offre riparo.
Riguardo alla lettera di Rosanna, dice che è passato tanto tempo e che non crede si facesse
preciso riferimento ad atti di natura sessuale. In ogni caso, lui l’aveva subito consegnata al suo
superiore di allora, il vescovo.
Don Alessandro sembra sincero. Mostra stupore, dolore. Si domanda se anche altri ragazzi
possano aver subito le stesse cose. Infine dice che andrà a parlare con il nuovo vescovo di quella
diocesi.
Per scrupolo telefono ancora a Rosanna.
Mi conferma che nella lettera descriveva gli atteggiamenti morbosi di don Marco nei confronti
di alcuni ragazzi, che faceva sempre dormire con sé quando andavano in vacanza nella casa di
montagna della parrocchia. Inoltre l’educatrice faceva riferimento all’episodio del bambino sulle sue
ginocchia dentro l’ufficio all’interno della sagrestia.
Mi fermo qui.
Sono andato in Sicilia per dimostrare che le parole di Fabio non erano frutto della sua fantasia
malata. E per trovare altre persone che erano state abusate dallo stesso sacerdote.
Ho raggiunto il mio obiettivo.
La mia sensazione è che i ragazzi e le ragazze abusate da don Marco siano molti di più di quelli
descritti in queste pagine.
E non mi sento di escludere che gli innamoramenti bulimici del prete siano acqua passata.
Ancora oggi don Marco è circondato da adolescenti. E riceve telefonate con l’addebito a carico del
destinatario.
Per carità, potrebbe anche aver messo giudizio. Ma l’esperienza insegna che le persone come lui
continuano finché non vengono fermate con la forza.
Ho provato a fare un ulteriore tentativo: avvicinare alcuni ragazzi che frequentano il sacerdote.
Non ho avuto successo.
Nel frattempo, Fabio sta maturando l’idea di uscire allo scoperto davanti a tutta la comunità.
Prescrizione o non prescrizione, vuole che tutti conoscano la vera natura di quel sacerdote.
Vuole giustizia. Morale. Sociale. Personale.
Tutto il materiale da me raccolto è a disposizione delle forze dell’ordine.
Sedici
È il 1967. Nel corso di una riunione alla University of Notre Dame, nell’Indiana, per la prima
volta nella storia si discute in pubblico di abuso sessuale su minori da parte dei rappresentanti della
Chiesa cattolica. Tutti i vescovi degli Stati Uniti sono invitati a partecipare.
Passano diversi anni.
Il reverendo Gilbert Gauthe, della Louisiana, viene accusato di molestie sessuali ai danni di
diversi bambini. Il caso finisce sulla stampa. Si parla di un centinaio di episodi. Le vittime sarebbero
decine. I giornali riportano i dettagli e denunciano il lavoro di copertura messo in atto dalla Chiesa, che
avrebbe pagato circa quattro milioni di dollari alle giovani vittime. Gauthe viene condannato a meno di
dieci anni di carcere. Una volta tornato in libertà, viene arrestato di nuovo per aver toccato in modo
improprio un bambino di tre anni.
È questo il primo vero scandalo pubblico sulla pedofilia all’interno della Chiesa cattolica.
Siamo nel 1984. La vicenda Gauthe diventa uno spartiacque. Fino ad allora, l’abuso veniva
considerato una questione morale. Ora si scopre non solo che il problema ha una dimensione
psicologica, una clinica e una legale, ma che è addirittura possibile incriminare un rappresentante della
Chiesa e giudicarlo in base alle leggi dello Stato. Come tutti i comuni mortali. Come un normale
delinquente.
La vicenda Gauthe viene trasmessa a Roma e finisce dritta sulla scrivania del pontefice. Ma
Giovanni Paolo II rimane in preghiera.
Nel frattempo, sempre negli Stati Uniti, il reverendo Thomas Doyle, il reverendo Michael
Peterson e l’avvocato Ray Mouton pubblicano un rapporto di cento pagine intitolato The Problem of
Sexual Molestation by Roman Catholic Clergy, "Il problema delle molestie da parte dei preti della
Chiesa Cattolica Romana".
Gli autori partono da una premessa tanto chiara quanto all’epoca rivoluzionaria: gli abusi
sessuali sono conseguenze di disordini psichici. Non si tratta di una questione morale.
Nel documento c’è un secondo aspetto innovativo: si pone l’attenzione sulla gravità delle
conseguenze psicologiche che subiscono le vittime.
Il rapporto viene ideato e redatto per essere presentato nel corso della conferenza annuale dei
vescovi americani. Ma viene definito inutile e non viene ammesso all’evento.
Il reverendo Thomas Doyle, uno dei tre firmatari del rapporto, è il responsabile legale
dell’ambasciata vaticana a Washington. Viene licenziato.
Papa Giovanni Paolo II è ancora in preghiera.
È il 1985. Il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede,
risponde alla sollecitazione arrivata quattro anni prima dalla diocesi di Oakland, con la quale il vescovo
John Cummins chiedeva di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano accusato di molestie
sessuali ai danni di minori.
Il prete è Stephen Kiesle. Ha avuto diversi problemi con la giustizia: una lista di denunce per
molestie e un arresto e condanna per atti osceni ai danni di ragazzi. Alla fine del periodo di restrizione
della libertà personale, nel 1981, lo stesso Kiesle chiede di lasciare il sacerdozio. Il vescovo Cummins
manda il dossier in Vaticano.
Il cardinale Ratzinger impiega quattro anni a scrivere in latino una lettera di risposta. Per il
futuro papa gli argomenti per la rimozione di Kiesle sono di «grande significato», motivo per cui il
giudizio su tali azioni richiede grandissima attenzione e un lungo periodo di tempo a disposizione. Il
cardinale chiede al vescovo di assistere Kiesle «con la maggior cura paterna possibile» in attesa di una
decisione che deve tener conto «del bene della Chiesa universale» e del «danno che questa dispensa
avrebbe provocato all’interno della comunità dei fedeli, particolarmente in considerazione della sua
giovane età». Kiesle all’epoca ha trentotto anni.
La lettera di Ratzinger viene resa pubblica nel 2010 dall’Associated Press, che affida la
traduzione al professore Thomas Habinek, classicista della University of Southern California.
Secondo l’agenzia di stampa americana, la corrispondenza tra il Vaticano e la diocesi di
Oakland «rappresenta la sfida più forte all’affermazione che Ratzinger non giocò alcun ruolo nel
blocco della rimozione dei preti pedofili quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della
fede».
Detto in maniera più semplice: è una delle prove più forti a sostegno della tesi secondo cui il
futuro papa Benedetto XVI bloccò la rimozione dei preti pedofili.
Il reverendo Kiesle viene ridotto allo stato laicale nel 1987. Qualche anno dopo verrà arrestato e
condannato a sei anni di prigione per molestie sessuali.
Papa Giovanni Paolo II è sempre in preghiera.
Nel 1988, Barbara Blaine forma il primo gruppo di supporto alle vittime di abuso: Survivors
Network of those Abused by Priests (SNAP). Tre anni dopo, il reverendo James Porter, del
Massachusetts, viene accusato di avere molestato bambini in cinque diversi stati americani e si dichiara
colpevole.
Nello stesso anno, un prete di Dallas, Rudolph Kos, viene accusato di abuso sessuale ripetuto
(1.350 volte contando solo le testimonianze di quattro ex chierichetti): la vittima più giovane ha nove
anni.
Papa Giovanni Paolo II smette per un attimo di pregare.
Sono passati nove anni da quando è scoppiato il primo scandalo. Il pontefice istituisce una
commissione mista tra la Santa Sede e la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, con il compito di
studiare il problema.
Mentre loro studiano, il molestatore seriale di Dallas reverendo Kos trascorre un lungo periodo
in un centro ecclesiastico per il trattamento dei sacerdoti con problemi psicologici e sessuali. Nel 1998,
Kos viene condannato all’ergastolo da un tribunale degli Stati Uniti. La diocesi di Dallas viene costretta
a risarcire le vittime, una delle quali si è suicidata all’età di ventitré anni. Il conto è di 119 milioni di
dollari, poi ridotti a 23 milioni in appello.
Kos viene rimosso con un’ordinanza del Vaticano senza possibilità d’appello. In un’intervista
alla stampa, il sacerdote si dichiara vittima delle circostanze e sostiene di avere più volte chiesto aiuto
ai suoi superiori, ma di non aver mai ricevuto alcuna risposta.
La Chiesa americana corre ai ripari e cerca di ottenere il potere autonomo di riduzione allo stato
laicale nei casi gravi senza dover per forza ottenere il permesso del Vaticano. Roma rifiuta.
Nel 1999 un ex prete del Massachusetts, John Geoghan, viene accusato di abusi su un minore e
condannato. Si scopre che in trent’anni di carriera ecclesiastica Geoghan aveva collezionato una
quantità innumerevole di accuse interne. Si parla addirittura di centocinquanta casi sospetti. Ma ogni
volta veniva soltanto trasferito in un’altra parrocchia, dove continuava indisturbato ad abusare di
giovani vittime. Soltanto nel 1998 era stato costretto a lasciare la tonaca.
La stampa americana si butta a capofitto sulla sua storia, riempie pagine su pagine.
L’arcidiocesi di Boston accetta di pagare dieci milioni di dollari alle sue vittime.
Gli scandali si succedono uno dopo l’altro. L’America è stretta nella morsa del panico.
Siamo nel 2002. Il gruppo The Survivors First pubblica on line una lista di 573 preti presunti
pedofili. Scoppia il putiferio, un centinaio di nomi vengono rimossi, gli altri rimangono, ma ormai gli
americani guardano in cagnesco i rappresentanti della Chiesa cattolica. E la stampa pubblica di
continuo storie di giovani abusati.
Il Vaticano risponde con un documento guida su come affrontare i casi dei preti pedofili. La
prima regola è quella di spedirli a Roma.
L’arcidiocesi di Boston diventa il cuore dello scandalo.
Il «Boston Globe» crea un pool di giornalisti investigativi e fa luce su centinaia di casi nascosti.
Le vittime vengono allo scoperto, alla fine se ne contano oltre cinquecento. Il potente cardinale della
città, Bernard Law, è costretto a rassegnare le dimissioni.
Passa qualche anno e scoppia la bomba mediatica.
Panorama, programma di indagini giornalistiche della BBC, manda in onda un documentario,
Sex, Crimes, and the Vatican, che è incentrato su un documento riservato della Santa Sede intitolato
Crimen Sollicitationis. Si tratta delle procedure da seguire nei casi di abusi sessuali di religiosi ai danni
di minorenni.
La firma in calce è quella del cardinale Joseph Ratzinger, che ha riconfermato con questo nuovo
documento l’originale del 1962 inviato ai vescovi di tutto il mondo con la raccomandazione di tenerlo
sigillato in cassaforte.
Nelle pagine interne ci sono le linee guida su come trattare i preti che tentano approcci sessuali
nel confessionale e su come affrontare «ogni atto osceno esterno... con giovani di entrambi i sessi». In
tutti i casi, il Vaticano impone un vincolo di segretezza sulle vittime minorenni, sul prete accusato e su
testimoni eventuali. La violazione del giuramento comporta la scomunica immediata.
Secondo la trasmissione britannica, il documento è stato usato per sottrarre alla giustizia diversi
sacerdoti colpevoli di abusi. La Chiesa dice che le raccomandazioni erano dirette all’uso distorto del
confessionale, nulla a che vedere con la pedofilia.
Nello stesso periodo l’arcidiocesi di Boston, guidata ora dall’arcivescovo Sean Patrick
O’Malley, è costretta a vendere terreni e palazzi di sua proprietà per evitare la bancarotta e pagare oltre
84 milioni di dollari alle 541 vittime di abuso che hanno presentato denuncia. O’Malley chiede prestiti
alla Century Bank e alla Citizens Bank of Massachusetts e ipoteca una cattedrale.
Il procuratore generale dello Stato del Massachusetts lancia un’invettiva pubblica contro la
Chiesa. A suo dire, la vastità del fenomeno degli abusi è dovuta all’accettazione dello stato delle cose
da parte dell’istituzione ecclesiastica, oltre che alla mancanza di una vera leadership al suo interno: le
alte cariche dell’arcidiocesi sapevano degli abusi e non hanno fatto nulla se non trasferire i colpevoli,
ben sapendo di mettere in questo modo a rischio una moltitudine di minori.
È il 2004. L’arcidiocesi di Portland, in Oregon, è la prima a dichiarare bancarotta dopo avere
sborsato oltre 71 milioni di dollari alle vittime. Seguono Tucson, in Arizona, e Spokane, nello Stato di
Washington.
L’anno successivo la diocesi di Orange, in California, paga 100 milioni di dollari a 87 persone.
Tra il 2006 e il 2011, altre sei diocesi dichiarano bancarotta: Covington, in Kentucky, paga 79
milioni. Sacramento, 35 milioni a 33 vittime. Los Angeles, 660 milioni a 508 persone. San Diego, 198
milioni a 144 abusati.
Nel 2009, i gesuiti del Nord-ovest sono il primo ordine religioso a dichiarare bancarotta dopo
aver pagato oltre 216 milioni a circa 500 vittime. La corte chiede le scuse ufficiali nei confronti degli
abusati.
Sempre nel 2004, durante la conferenza nazionale dei vescovi americani, la National Review
Board, ovvero la commissione indipendente creata due anni prima per indagare le cause e il contesto in
cui si sviluppa il fenomeno degli abusi, presenta i risultati del suo lavoro. Il documento è redatto da un
avvocato civilista di Washington, Robert Bennett, che ha intervistato vittime, genitori, cardinali,
vescovi, preti, psicologi, avvocati e teologi.
In origine, la commissione era presidiata da un ex governatore e agente dell’FBI, Frank
Keating, che però aveva dato le dimissioni dopo un anno lanciando accuse pesanti: «La Chiesa cattolica
si è rivelata un’organizzazione criminale paragonabile a Cosa Nostra».
Il rapporto denuncia l’inadeguatezza della risposta di tanti vescovi americani, che si sono
dimostrati insensibili e hanno permesso che molti preti colpevoli rimanessero nella loro posizione o
fossero semplicemente trasferiti in un’altra parrocchia senza informare nessuno. Per molte vittime, le
conseguenze di queste azioni sono state il suicidio, la depressione, le dipendenze da droghe e le
disfunzioni sessuali. Del tutto ignorate da molti alti esponenti della gerarchia ecclesiastica, che si sono
rifiutati di incontrare gli abusati o i loro familiari.
La raccolta dei dati è stata commissionata agli esperti del John Jay College of Criminal Justice
di New York, che hanno preso in considerazione l’arco di tempo tra il 1950 e il 2002. Ebbene, i preti
accusati di molestie sessuali su minori sono stati 4.450, il 3 per cento dei quali ha avuto oltre dieci
imputazioni: nello specifico, si parla di 147 sacerdoti che potrebbero aver molestato circa tremila
minori.
Il totale dei risarcimenti ammonta a 2,6 miliardi di dollari.
Il numero di 4.450 preti equivale al 4 per cento dei 110.000 preti cattolici che hanno servito la
Chiesa americana nel mezzo secolo preso in esame. Una percentuale ben superiore a quella fornita nel
2002 dall’allora cardinale Ratzinger, secondo cui i casi di pedofilia tra i preti non andavano oltre l’1 per
cento del totale.
I dati ufficiali forniti dalla Chiesa di Roma sono più bassi.
Dal 2001 al 2010 sono stati denunciati alla Congregazione per la dottrina della fede oltre
quattromila abusi compiuti da preti cattolici negli ultimi cinquant’anni.
Monsignor Charles Scicluna, dal 2002 al 2012 promotore di giustizia della Congregazione, ha
spiegato che «il 60 per cento dei casi sono di efebofilia», cioè verso adolescenti dello stesso sesso, «il
30 per cento di rapporti eterosessuali e il 10 per cento di atti di vera e propria pedofilia», cioè nei
confronti di bambini.
Conclusione: i preti accusati di vera pedofilia sarebbero circa trecento in nove anni. Su un totale
di 400.000 sacerdoti in tutto il mondo.
Nulla a che vedere con le ricerche condotte da Richard Sipe, ex monaco benedettino, psichiatra,
autore di una decina di libri, considerato uno dei massimi esperti al mondo in materia. Sipe stima al 6
per cento i sacerdoti e frati che hanno avuto esperienze sessuali con minori; di questi, il 2 per cento
sono pedofili e il 4 per cento efebofili.
È un fenomeno di certo molto indagato negli Stati Uniti, ma che attraversa tutto il mondo: 1.700
preti accusati di violenze in Brasile, mille in Irlanda chiamati a rispondere di 30.000 casi di abusi da
parte di vittime che hanno chiesto oltre 1 miliardo di euro di risarcimento. Ancora: 110 preti condannati
in Australia, 26 preti sotto accusa tra il 1995 e il 2000 nel Regno Unito, 65 in Messico.
In Italia si parla di 80 casi e 300 vittime. Una stima che appare irrisoria, ma la Conferenza
Episcopale si rifiuta di fornire dati ufficiali.
Secondo Thomas Doyle, che da quando è stato licenziato dall’ambasciata vaticana ha dedicato
la propria vita a difendere le vittime degli abusi, non c’è nulla di sorprendente in questa differenza di
calcolo: «Il Vaticano uccide ogni tentativo di valutazione empirica in materia».
Dopo aver letto questa frase attribuita a lui, decido di contattarlo.
Doyle è uno dei massimi esperti al mondo di diritto canonico. Ha sessantasette anni, un
dottorato in legge canonica e cinque master: legge canonica, scienze politiche, filosofia,
amministrazione dei beni ecclesiastici, teologia. Ha scritto sette libri, intervistato duemila vittime e
testimoniato in oltre duecento processi.
Dopo una serie di mail, in cui gentilmente mi fa sapere di essere molto impegnato su vari casi di
abuso su minori (la prima) oppure di essere fuori città (la seconda) e di avere degli importanti impegni
familiari (la terza), riusciamo finalmente a parlare al telefono.
Lo chiamo. Risponde al primo squillo. Dice di essere pronto a rispondere alle mie domande. Ma
appena comincio a parlare sento squillare un altro telefono in sottofondo. Lui lo ignora, io perdo la
concentrazione.
Lo invito a rispondere, lui dice di non preoccuparmi, perché «suona sempre». In effetti, durante
l’ora di conversazione che mi concede, squilla almeno un altro paio di volte e veniamo interrotti da
qualcuno accanto a lui che gli fa delle domande.
Gli chiedo delle ultime novità.
«Vengono in continuazione alla luce casi che si riferiscono anche a molti anni fa. Credo sia
importante non dimenticare: nel dolore non esiste la prescrizione e non deve esistere nel mio lavoro di
ricercatore della verità. I tempi sono cambiati, ora i genitori credono prima ai loro figli e poi al
sacerdote che dice messa la domenica. Gli stessi bambini sono molto meno ingenui e capiscono che
alcune carezze sono sbagliate.»
Prima non era così.
«Ci sono molte persone che hanno sofferto per decenni, tenendo dentro un segreto di violenza
psicologica e fisica che li ha segnati per tutta la vita. Anche loro hanno diritto a essere risarciti.»
Il lavoro di Thomas Doyle consiste nel riuscire a scovare e ottenere testimonianze, oltre che
documentazioni spesso sotterrate in qualche archivio. Non è un compito facile, ma lui non si scoraggia.
«In tutta onestà, almeno una volta al giorno mi chiedo se non sia il caso di abbandonare tutto.
Poi però penso alle persone ferite che ho incontrato e che hanno bisogno di aiuto per ottenere giustizia,
e mi sento costretto a non mollare e ad andare avanti.»
Ma la Chiesa qualche volta chiede scusa?
«Mai in modo onesto. In genere le scuse sono solo una manovra di pubbliche relazioni
preparata dagli esperti di comunicazione. Le vittime non sanno che farsene.»
Doyle ha vissuto in prima persona centinaia di processi, non solo negli Stati Uniti, ma anche in
Canada, Irlanda, Israele e Inghilterra.
«I predatori usano delle tecniche universali: localizzano le vittime spesso tra le minoranze
etniche in difficoltà economiche, con famiglie molto cattoliche e vulnerabili. Costruiscono una
ragnatela attorno alla preda, la seducono con calma, la rendono docile, spesso la isolano dalla famiglia
e dagli amici e infine agiscono con sicurezza, facendo credere alla vittima di essere lei stessa
l’istigatrice del gioco sessuale. Nel caso di missionari che approfittano di enormi differenze culturali o
di orfani che non hanno alcuna possibilità di difendersi, il passo è ancora più veloce. Ma il danno è
sempre e comunque permanente.»
Prima di chiudere, mi racconta di un vescovo che avrebbe detto testuali parole: «Tanto i
bambini guariscono».
Diciassette
È il 31 ottobre 2009. Un ex allievo del collegio gesuitico berlinese Canisius-Kolleg, una delle
più prestigiose scuole cattoliche tedesche, scrive una mail collettiva ai suoi vecchi compagni di studi.
Non si firma con il suo vero nome, usa lo pseudonimo CK_77 e racconta fatti accaduti durante
gli anni Settanta.
«Perché scrivo solo oggi?
Perché quando ero bambino non avevo gli strumenti per capire quello che mi veniva fatto.
Perché allora non sapevo che altri bambini stavano vivendo la mia stessa esperienza.
Mi sono sentito smarrito e per questo sono rimasto in silenzio.
Solo molti anni dopo mi è apparso chiaro che anche altri bambini hanno subito quello che ho
subito io.
E soprattutto mi è apparso chiaro che quello che abbiamo subito costituisce un grave reato.
Solo quando ho avuto dei figli ho capito quello che mi era stato fatto.
Sono almeno due i colpevoli di questi abusi che posso chiamare in causa per nome.
Uno è padre Peter Riedel.
Presiedeva la commissione dei lavori giovanili della scuola e in questa funzione ha abusato
sessualmente di un gran numero di bambini e ragazzini, non solo del nostro anno, ma anche di quelli
precedenti e successivi.
Sarà molto difficile ricostruire il numero esatto delle sue vittime. Molti lasciarono in tempo la
scuola, alle prime avvisaglie.
L’altro era padre Wolfgang Statt. Era un uomo malato di mente. Dava sfogo a pulsioni sadiche
con minori. A causa di questi suoi disturbi psichici, fu a lungo in congedo per malattia e venne
parcheggiato dall’ordine in scuole sempre diverse. Negli anni ha prestato servizio presso tutte e tre le
scuole gesuitiche tedesche. Anche se coinvolto solo sporadicamente in attività di insegnamento,
sfruttava bene ogni occasione di contatto con i ragazzini. Prima si guadagnava la loro fiducia e poi li
violentava.
La scuola e l’ordine hanno protetto i colpevoli.
Né padre Riedel né padre Statt sono mai stati ripresi in modo ufficiale per i loro reati ai nostri
danni. Difficile credere che quanto avveniva non fosse noto a tutti i livelli all’interno della scuola.
So per certo che le pratiche di padre Riedel erano note ai dirigenti della scuola. Eppure la
direzione ha deciso di proteggerlo. Mentre nessuno ha mai pensato di aiutare noi vittime, che eravamo
dei bambini.»
CK_77 non deve attendere molto per ricevere risposte. Ma i messaggi dei suoi vecchi compagni
di scuola sono tutt’altro che benevoli.
Primo:
«Mi domando perché CK_77 abbia aspettato venticinque anni prima di denunciare questi fatti.
Se lo avesse fatto subito, avrebbe impedito ad altre persone di subire gli stessi abusi».
Secondo:
«Caro CK_77, la sua mail mi ha lasciato piuttosto basita. Perché si fa vivo adesso dopo tutti
questi anni? La scuola era inoltre frequentata anche da insegnanti laici, non solo da padri gesuiti. Mi
domando come sia possibile, se questi fatti che lei racconta sono veri, che nessuna di queste persone ne
sia mai venuta a conoscenza e che tutti abbiano deciso di tacere. Mi deve scusare, ma mi risulta molto
difficile crederle».
Terzo:
«Scrive che solo molti anni dopo le è apparso chiaro di essere stato vittima di un reato. Hahaha!
Solo molti anni dopo! E perché mai solo dopo tutti questi anni? Mi faccia il piacere. E prima cosa
credeva, che gli abusi sessuali fossero parte del piano di studio della nostra scuola?».
Passa una settimana, il 6 novembre irrompe nel dibattito un altro ex studente. Firma con nome e
cognome la sua mail spedita cinquantasette minuti dopo la mezzanotte. Racconta la sua esperienza al
Canisius-Kolleg e conferma le accuse di CK_77. Il suo nome è Matthias Katsch:
«Quando ieri ho letto questo scambio di mail sono rimasto pietrificato. Negli ultimi trent’anni
non ho fatto altro che cercare di dimenticare i tristi eventi di cui la mail di CK_77 fa menzione, senza
mai riuscirci...».
Katsch racconta il suo calvario nei minimi particolari.
Descrive come padre Riedel lo abbia sottoposto a uno dei suoi «test d’ingresso», ovvero una
lunga serie di domande a sfondo sessuale correlate con immagini pornografiche.
Racconta di come, per sua fortuna, non abbia mai superato quella prova, che lo avrebbe portato
a condividere la sorte toccata ad altri suoi compagni più sfortunati: i «preferiti» di Riedel, che il
sacerdote faceva ubriacare per poi accompagnarli a letto e abusare di loro.
Katsch entra nei dettagli delle violenze subite da padre Statt. Il sacerdote era solito denudarlo e
sculacciarlo con brutalità, un atto che all’epoca il ragazzo non percepiva come abuso sessuale, per il
fatto di non essere stimolato sessualmente nei genitali.
Come ha già fatto CK_77, anche Katsch lancia una forte accusa al corpo insegnante gesuita e
alla direzione del collegio: non potevano non sapere e non hanno mai fatto nulla per impedire le
violenze.
La sua mail si conclude con una nota di profonda amarezza: i due ex insegnanti e sacerdoti sono
a piede libero. Non sono mai stati giudicati per i reati commessi. E non lo saranno mai, per via della
prescrizione. Ma non sono mai stati neppure costretti a confrontarsi con il loro passato. A dare una
qualche spiegazione alle loro vittime. A chiedere scusa.
Nei primi mesi del 2010, Matthias Katsch e due compagni di scuola contattano il nuovo rettore
del collegio, padre Klaus Mertes, per metterlo a conoscenza delle violenze da loro subite.
Contro ogni aspettativa, Mertes è disponibile ad ascoltarli.
Voglio conoscere a fondo questa vicenda.
Provo a contattare Matthias Katsch. Non mi è difficile trovarlo. È il portavoce delle vittime
tedesche di abusi all’interno di scuole gesuitiche. Nel corso dell’ultimo anno, Katsch ha partecipato a
svariate trasmissioni televisive e ha rilasciato numerose interviste.
Laureato in economia e teologia, vive nel sud della Germania, dove lavora come insegnante di
management aziendale. Il suo indirizzo e-mail è facilmente reperibile sul sito dell’Eckiger Tisch,
"Tavola quadrata", l’associazione da lui fondata con l’obiettivo di raggruppare le vittime dei gesuiti e
coordinare le richieste di risarcimento per danni morali.
Con mia sorpresa, pochi minuti dopo aver spedito la mail, Katsch mi richiama. Gli chiedo
subito di raccontarmi cosa è successo dopo che lui e i suoi vecchi compagni hanno contattato il nuovo
rettore del collegio per denunciare gli abusi.
«Contro ogni aspettativa, padre Klaus Mertes ha prestato subito ascolto alle nostre richieste.
Tutto ci aspettavamo fuorché una reazione così accomodante. Stentavamo a crederci, non era mai
successo prima che un alto rappresentante dell’ordine gesuita si facesse carico di un tale fardello e
dicesse alle vittime: vi credo. Schierandosi così dalla loro parte, e non da quella del buon nome
dell’istituzione da difendere a ogni costo.»
Già a metà gennaio 2010, padre Mertes spedisce una lettera a circa cinquecento ex studenti del
collegio che si sono diplomati tra il 1975 e il 1983. Il rettore fa riferimento a «possibili violenze»
perpetrate da alcuni membri dello staff del collegio ai loro danni, e chiede scusa a nome di tutti quegli
insegnanti che, invece di denunciare quanto avveniva, hanno preferito tacere.
Le parole di Mertes il giorno dopo sono già in mano alla stampa. I maggiori quotidiani tedeschi
riprendono la notizia. L’opinione pubblica è scandalizzata. La miccia è stata accesa, la bomba sta per
scoppiare.
Il segnale di apertura di padre Mertes finisce per dare la spinta decisiva a tutte le vittime di
abusi in altre scuole e collegi, che fino ad allora erano rimaste in silenzio. Finalmente si può uscire allo
scoperto. Ci si può mettere la faccia.
Nel giro di poche settimane, la Germania intera è attraversata da un’ondata di scandali. La
stampa ne pubblica uno al giorno.
Emergono centinaia di casi di abusi sessuali che coinvolgono decine di istituzioni cattoliche.
Lo scandalo assume proporzioni tali da spingere il governo tedesco a prendere una posizione
ufficiale contro la Chiesa cattolica tedesca.
Il 7 marzo 2010 il ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, accusa il
Vaticano di aver ostacolato le indagini sugli abusi sessuali commessi all’interno delle scuole cattoliche:
«In numerosi istituti c’è stato un muro di silenzio».
Il ministro parla ai microfoni dell’emittente radiofonica Deutschlandfunk: ammonisce la Chiesa
ad abbandonare la sua condotta omertosa e invita il clero a fare in modo che ogni abuso sui minori
venga subito denunciato alle autorità competenti.
La Conferenza Episcopale Tedesca reagisce con sdegno e risentimento. Accusa il ministro della
Giustizia di mettere in dubbio la lealtà del clero verso la legge e chiede pubbliche scuse entro
ventiquattro ore.
Le relazioni tra Stato e Chiesa si infiammano.
Un vescovo che si scaglia contro un ministro del governo è un fatto senza precedenti in
Germania.
Passano pochi giorni. La Chiesa capitola.
È il marzo 2010. In un’intervista rilasciata al settimanale «Focus», il presidente della
Conferenza Episcopale Tedesca, Robert Zollitsch, arcivescovo di Friburgo, riconosce che la Chiesa
cattolica ha nascosto per anni i casi di abusi sessuali commessi da religiosi nei confronti di minori.
Nel tentativo di gettare acqua sul fuoco, la cancelliera Angela Merkel chiede una tavola rotonda
con rappresentanti di istituzioni e associazioni attive nel settore dell’educazione per parlare del tema
degli abusi sessuali sui minori, sia nella Chiesa sia all’interno delle famiglie, dove in base alle
statistiche avvengono più della metà delle violenze.
Ma al dibattito non vengono invitate le vittime.
Matthias Katsch decide così di fondare l’associazione Eckiger Tisch, che tradotto significa
appunto "Tavola quadrata".
«Non una tavola rotonda, che non rendeva possibile un reale confronto tra la Chiesa e le sue
vittime, ma una tavola con degli spigoli, meno morbida e comoda, come momento di contrapposizione
vera tra tutte le parti.»
Eckiger Tisch riunisce oggi sessanta vittime di abusi da parte di sacerdoti gesuiti.
L’associazione ha avanzato nei confronti dell’ordine religioso una richiesta di risarcimento per oltre
82.000 euro a persona. La controparte ne ha offerti 5.000.
«Una cifra ridicola, ne converrà. Evidentemente sentono di avere il coltello dalla parte del
manico. Per la legge tedesca, un indennizzo può essere richiesto solo entro tre anni da quando il fatto è
stato commesso.»
Al momento dei saluti, io e Katsch siamo d’accordo sul fatto che il telefono non è il mezzo
ideale per parlare di questa vicenda. E fissiamo un incontro di persona.
Diciotto
Alcuni giorni dopo la nostra telefonata, io e Matthias Katsch ci ritroviamo al mattino presto in
un caffè del Gendarmenmarkt, a Berlino.
Il mese di giugno è appena iniziato, eppure un vento gelido spira tra gli ampi viali della capitale
tedesca.
Potremmo sederci ai tavoli esposti al sole, dove si ammassano tutti gli altri clienti. Ma abbiamo
bisogno di privacy. E la privacy è un bene prezioso.
Ci sistemiamo nella zona ombreggiata, fredda e deserta.
Katsch è un uomo che si avvicina alla cinquantina, vestito con eleganza. Il suo tedesco è
forbito, la sua dizione ottima, controllata. Ma durante la nostra conversazione non mancano i momenti
in cui il tono della voce si altera, colorandosi di rabbia e risentimento.
Ciò accade quando racconta del destino di altre vittime più sfortunate di lui.
Sono passati più di trent’anni, le ferite bruciano ancora. Ricordarle insieme è come spargervi
sopra del sale.
La vostra coraggiosa presa di posizione ha finito per scuotere la Germania nel profondo. Ve lo
aspettavate?
«Difficile da prevedere, anche per noi. Abbiamo cominciato a confrontarci nell’autunno 2009,
dopo tanti anni di silenzio. Era già una sorpresa scoprire che eravamo in tanti.
Sapevo di un mio compagno di scuola, sospettavo di altri due. Ma dopo il nostro primo incontro
sono iniziate ad arrivare storie simili da tutte le parti. Dapprima poche decine, poi centinaia di casi.
Abbiamo quindi deciso di andare da padre Mertes. Non era nostra intenzione creare scandalo,
cercavamo solo un aiuto per contattare le altre potenziali vittime. Pensavamo fosse giusto offrire a tutti
quelli che avevano sofferto in silenzio la possibilità di liberarsi per sempre da questo peso enorme.
Le dico la verità: eravamo lontani dal pensare, o dallo sperare, che dalla nostra iniziativa si
sarebbe innescato uno tsunami mediatico.
Sapevo, certo, che la questione non sarebbe rimasta a lungo privata: il Canisius-Kolleg era una
delle più rinomate istituzioni scolastiche cattoliche della capitale. Credevo però che il clamore sarebbe
durato solo un paio di settimane e poi sarebbe svanito nel nulla.»
Cosa è successo con Mertes? Come lo avete convinto a fare un passo che di lì a poco avrebbe
segnato nel profondo la storia della religione cattolica in Germania?
«Mertes ha accolto subito con spirito positivo la nostra richiesta. Ma ha dettato una condizione:
non ci avrebbe fornito i contatti, ma avrebbe provveduto lui stesso a contattare i vecchi studenti.»
Sorprendente.
«Dopo tre giorni le sue lettere erano scritte e imbucate. Forse sapeva che questo giorno prima o
poi sarebbe arrivato. Forse cercava di arginare lo scandalo. Forse, da uomo intelligente qual è, ha capito
che era seduto su una bomba e che l’unica salvezza era cercare di controllarne il più possibile la
deflagrazione, pur sapendo che sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Quando si scrive una
lettera del genere a più di cinquecento persone, è difficile che qualcosa non trapeli. Infatti due giorni
dopo la notizia era in mano a tutte le testate giornalistiche.»
Come spiega la collocazione temporale di questo scandalo. Perché proprio oggi? I fatti sono
accaduti durante gli anni Settanta, perché non sono venuti a galla prima?
«I tempi non erano maturi. Poi va considerato il fatto che in massima parte le vittime degli abusi
sono di sesso maschile. Della violenza carnale sulla donna si parla e si scrive da molto tempo. Quella
sui maschi è ancora oggi un argomento tabù. Molte vittime dei preti sono state in terapia negli ultimi
decenni, per i motivi più disparati, dalla depressione all’abuso di alcol e droghe. Eppure, quasi mai i
terapeuti hanno seguito la pista della violenza a sfondo sessuale. Che un bambino o un ragazzino
potessero essere vittime di abusi sessuali, fino a poco tempo fa non veniva in mente a nessuno,
nemmeno agli psicologi.»
Che atmosfera regnava all’interno del Canisius-Kolleg negli anni Settanta?
«Un’atmosfera inimmaginabile ai nostri giorni. Vivevamo come in un mondo parallelo, dove ci
venivano inculcati sensi di colpa di ogni tipo, soprattutto riguardo alla masturbazione. Un mondo
assurdo, impensabile per la Germania di oggi.»
Qual era il peso, il ruolo, della sessualità?
«La sessualità è un potente strumento di coercizione. Un elemento costante negli abusi è quello
dell’aggressore che instilla nella vittima la convinzione che la masturbazione sia peccato.
L’ambiente cattolico, con la condanna della masturbazione, crea un esercito di piccoli peccatori
e potenziali vittime di abusi, che vivono come una colpa quella che in età puberale è una pratica
normale, legata alla crescita e alla grande pressione ormonale.
Non è un caso che tutte le sette che conosco partano dalla sfera della sessualità per influenzare
il comportamento dei loro membri e piegarli ai voleri del capo. È la sfera più intima, basta premere i
pulsanti giusti e si può plasmare una persona in base ai propri desideri.»
La gente si pone una domanda molto banale: perché aspettare tutti questi anni prima di
denunciare?
«I responsabili riuscivano a guadagnarsi il nostro silenzio facendo leva sul sentimento di
vergogna e sul grande senso di colpa, che ti impediscono di parlarne persino con i tuoi genitori.
I nostri insegnanti aguzzini riuscivano a farci sentire complici, se non addirittura responsabili di
quanto avveniva.
Quando si diventa adulti, poi, subentra un tipo diverso di vergogna: quello per la propria
stupidità e ingenuità. Ci si vergogna di non essersi ribellati, di non aver detto no, di non aver opposto
resistenza.
Forse un po’ tutti, noi inclusi, tendiamo a dimenticare che all’epoca eravamo solo dei bambini.»
Avete raccolto centinaia di testimonianze di abusi. Cosa c’è dentro queste storie? Che vite
raccontano? Di che mondo parlano?
«Le vittime sono persone di età compresa tra i quaranta e cinquant’anni. Raccontano di come
alcuni insegnanti rimanessero a guardarli mentre facevano la doccia, di altri che approfittavano di ogni
scusa per toccare loro i genitali, e di altri ancora che li costringevano a masturbarsi in loro presenza.
Sono storie che vanno dritto il cuore.
Storie di bambini prima tranquilli e sereni, poi all’improvviso aggressivi e violenti. Da un
giorno all’altro, senza alcuna spiegazione.
Una mi colpisce in particolare. Un ragazzino perde il padre, un prete inizia a frequentare la
madre e si offre di contribuire all’educazione del figlio, come fosse un vero genitore. Ogni volta che il
sacerdote arriva in visita, la domenica, il bambino incomincia a tremare. La mamma non capisce e lo
costringe a stare con il suo carnefice. Questa vicenda mi colpisce per la totale assenza di scrupoli con
cui il pedofilo si insinua all’interno di un nido familiare.
Poi mi viene in mente la disavventura di un altro ragazzo, che ha un maestro pedofilo e per
questo va male a scuola. Viene trasferito in un’altra classe, dove si ritrova tra le grinfie di un altro
maestro pedofilo. Alla fine la sua situazione scolastica peggiora tanto che viene cacciato dalla scuola. I
genitori lo accusano di essere un fallito, e dopo un violento litigio lo mettono alla porta.
Pensi che disgrazia, invece di ricevere aiuto finisce per strada. Sua madre e suo padre gli hanno
chiesto scusa trent’anni dopo.
Storie come queste mi rendono furioso e mi convincono che la nostra strada verso la giustizia è
ancora lunga. Chi restituirà a quel ragazzo gli anni che non ha potuto passare accanto ai suoi genitori?
Chi restituirà a noi tutti i decenni di serenità perduta?»
Nessuno di loro in quegli anni si lasciò mai sfuggire nulla? Silenzio assoluto?
«Molti provarono a denunciare quello che erano costretti a subire. Ma invano. Non ci fu mai
una vera presa di posizione da parte dell’ordine dei gesuiti. In alcuni casi i sacerdoti furono soltanto
trasferiti in un’altra scuola.»
Qual era a suo avviso il sentimento degli aguzzini: infatuazione amorosa? Attrazione fisica?
Ossessione sessuale? Mente depravata?
«Sono persone immature sotto il profilo sessuale. Entrambi i miei due aggressori sono entrati in
seminario a diciotto anni e sono passati da un collegio cattolico alla professione di prete. Non hanno
mai avuto modo di sviluppare una sessualità tra coetanei consenzienti. Questo genera una profonda
insicurezza, che è all’origine della ricerca del potere, anche sessuale, su persone più deboli, come i
minori.»
Era dunque un perverso gioco di potere.
«Lei pensi che entrambi i sacerdoti avevano fabbricato, non solo per noi, ma anche per loro
stessi, un’imponente architettura di scuse per giustificare i loro atti. Uno di loro continua a ripetere
ancora oggi che la sua intenzione era di punire e combattere il peccato della masturbazione. E che
doveva abusare di noi per educarci. Per combattere non i suoi, ma i nostri peccati.»
Non capisco la logica di questo pensiero contorto... Può essere più chiaro?
«Padre Riedel sosteneva che la masturbazione fosse un peccato grave e che fosse proibito
toccarsi in privato. Dovevamo farlo in sua presenza.
L’altro sacerdote invece aveva chiare tendenze sadiche: voleva sculacciarci, palparci il sedere.
Dava prima l’impressione di apprezzarci molto, di stimarci, cose che a quell’età risultano gradite. Si
spacciava per un grande amico. Oggi capisco che si trattava di un vile espediente per arrivare al suo
unico scopo: abusare di noi. Per riuscirci, costruiva situazioni in cui dovevamo essere puniti. L’abuso
veniva quindi fatto passare per una punizione meritata. Se volevi avere un voto alto, ed eri incorso in
qualche errore, era inevitabile: si doveva passare attraverso una punizione. Quando da bambino hai
accettato certe regole, diventa poi impossibile tirarsi indietro. L’adulto ti manovra come una
marionetta.»
Mi perdoni la brutalità della mia domanda. Si ha la tendenza a immaginare l’abuso come un atto
molto violento. In particolare, la parola stupro evoca l’immagine di un uomo che immobilizza una
donna e la prende contro la sua volontà. Ho l’impressione che le violenze di cui lei e i suoi compagni
siete stati vittime abbiano una matrice altrettanto violenta, per carità, ma più sul piano psicologico che
fisico. È così?
«Certo che è così. Al Canisius-Kolleg fino a oggi non sono emersi casi di violenza fisica come
quella da lei descritta. Si tratta di situazioni di seduzione, dove l’adulto crea per il minore uno scenario
da cui egli non può sfuggire.»
Lei crede che i danni psicologici siano di natura diversa?
«Abbiamo raccolto esperienze di vittime che hanno subito diversi tipi di violenza. Le
conseguenze psicologiche sono sempre molto gravi, a prescindere dalla tipologia di abuso.»
Che tipo di conseguenze hanno prodotto questi abusi nelle vittime?
«La prima conseguenza è una profonda perdita di fiducia nel prossimo. Un problema non da
poco, che investe ogni sfera della persona, da quella professionale a quella affettiva.
Un’altra conseguenza, abbastanza ovvia, riguarda i disturbi di natura sessuale. Non riuscire a
vivere una vita sessuale soddisfacente a causa di un forte senso di disgusto per il corpo, sia il proprio
che quello dell’altro.
Le vittime soffrono di depressione. Io l’ho sperimentata a quindici anni.
Vi sono poi le conseguenze secondarie, l’abuso di alcol, droghe e medicinali. Si cercano
modalità per compensare il danno subito. Una di queste è la violenza, contro se stessi e contro gli altri.
Sono molti i casi di minori che dopo un abuso hanno subito un cambiamento repentino della
personalità, in genere inspiegabile agli occhi della famiglia, trasformandosi in persone irrequiete,
aggressive e violente.»
Ci sono stati casi di suicidio?
«Cinque dei nostri vecchi compagni di scuola si sono tolti la vita. È difficile stabilire un
rapporto di correlazione diretta tra i suicidi e le eventuali violenze. I diretti interessati non hanno mai
fatto coming out, e per rispetto del dolore delle famiglie abbiamo deciso di non investigare.
A questo si aggiunga il numero di persone morte per le conseguenze dell’alcolismo o della
dipendenza da farmaci e droghe. Le potrei parlare di un nostro compagno che si è impiccato. Quando la
polizia ha ritrovato il suo corpo, in tasca aveva il numero di telefono di uno di questi aggressori. Forse
una coincidenza, certo. Se avesse però frequentato il Canisius-Kolleg saprebbe che non può essere una
coincidenza.»
La pedofilia è un fenomeno che sembra colpire soprattutto la Chiesa cattolica e non le altre
confessioni religiose. È così? Perché?
«Quella del prete cattolico è una professione che attira questa tipologia di persona. Così come
per altri motivi attira molti omosessuali, che si rifugiano nella Chiesa per sfuggire all’onta sociale di
non essere sposati.
L’obbligo del celibato gioca un ruolo nel favorire le violenze sui minori, ma con modalità
molteplici, e talvolta più sottili di quanto non si creda.
Il celibato favorisce il crearsi di un rapporto di complicità tra l’aggressore e la sua vittima. Nel
momento in cui è fatta oggetto di attenzioni sessuali, la vittima non pensa di avere a che fare con un
pedofilo, ma con una persona che ha avuto un momento di debolezza. Una debolezza scusabile.
Questo induce la vittima a dubitare, a chiedersi se non sia il caso di essere indulgenti e
comprensivi con il proprio aggressore. Se non sia il caso di perdonarlo.
Il celibato svolge un ruolo attivo nel creare i presupposti psicologici che poi conducono alla
copertura dei carnefici da parte delle vittime. Non è causa diretta della pedofilia, ma della cortina di
silenzio con cui le vittime proteggono i propri aggressori.»
A suo parere stiamo parlando di un problema circostanziato oppure strutturale?
«Lo Stato tedesco ha creato un numero verde per le violenze sui minori. Nel giro di alcuni mesi
hanno chiamato circa 11.400 persone. Poco più della metà ha denunciato delle violenze all’interno
della famiglia. La restante parte si riferisce a scuole, istituzioni e associazioni sportive. Gran parte delle
violenze sono state commesse all’interno di istituti cattolici.
Mi sembra evidente che, a differenza di altre chiese, quella cattolica ha un problema strutturale
che riguarda gli abusi sui minori.
Non può essere liquidato come una semplice questione di scelta del personale, ma investe
l’insegnamento cattolico nel suo complesso, a partire dal senso di colpa legato alla sessualità che esso
instilla nei credenti fin dalla più tenera infanzia.»
Lei sta dicendo che il senso di colpa è il cavallo di Troia del pedofilo e che la Chiesa cattolica,
per quanto senza premeditazione, imposta la sua dottrina di fede proprio sul senso di colpa. Ho capito
bene?
«Sì. A riprova della bontà della mia tesi, negli ultimi anni i casi di pedofilia sembrano essere
calati. La società si è emancipata, dal punto di vista sessuale, e questo rende il lavoro del pedofilo
molto più difficile, perché in assenza di senso di colpa gli è quasi impossibile arrivare per vie
psicologiche alla vittima.»
Lei è sempre cattolico?
«Sì, sono sempre cattolico. Ma credo di essere uno dei pochi membri di Eckiger Tisch a non
essere uscito dalla Chiesa.»
Matthias Katsch dice che nel 2010 circa 200.000 persone hanno abbandonato la Chiesa cattolica
tedesca, una cifra quasi doppia rispetto a quella dell’anno precedente. A suo dire, la colpa di questa
defezione di massa è anche di Benedetto XVI.
«Ci si sarebbe aspettati che un papa tedesco intervenisse nel dibattito sulle violenze avvenute in
Germania. Invece fino a oggi il papa si è trincerato dietro una cortina di silenzio.
Abbiamo scritto al Vaticano, ma non abbiamo ricevuto risposta, nemmeno una notifica di
ricezione.»
Poi Katsch fruga nella borsa e tira fuori una lettera.
È di padre Wolfgang Statt, è stata spedita il 20 gennaio 2010 dal Cile e indirizzata al
Canisius-Kolleg con la preghiera di inoltrarla a tutti i suoi ex studenti. Il testo è ordinato in punti
numerati.
«A tutte le persone che ho molestato quando erano bambini o preadolescenti.
Negli ultimi tempi sono stato costretto a confrontarmi con i miei anni di insegnamento al
Canisius-Kolleg e con i miei atti talvolta criminali nei confronti dei miei allievi.
Vorrei cogliere l’occasione per esprimere il mio pensiero.
È un fatto triste, e immutabile, che ti abbia maltrattato e abbia abusato di te quando eri un
bambino o poco più.
Ho abusato del mio ruolo di prete, senza il quale non sarei riuscito ad arrivare a te e alle mie
altre vittime.
Il caro padre Statt, sempre così pronto a parlare di amore, solidarietà per i poveri e i deboli,
sempre in prima linea per dispensare coraggio e gioia a chi ne avesse bisogno, ti ha tradito, umiliato,
violentato, torturato.
Ti sarà ormai poco o per nulla d’aiuto sapere delle tante volte in cui ho cercato con tutte le mie
forze di uscire dal circolo vizioso e di trasformarmi da non-persona in persona degna di questo nome.
Forse hai avuto comunque almeno un sentore di quell’altro Wolfgang Statt che io ho sempre desiderato
essere per te e per gli altri.
Questa contraddizione interna mi ha spinto sull’orlo della più profonda disperazione.
A questo si aggiunga che, durante la dittatura di Pinochet, sono stato in stretto contatto sia con i
torturatori del regime sia con le loro vittime. Questo mi ha riportato continuamente al mio passato di
torturatore di bambini.
Per poter sopravvivere, a un certo punto mi sono aggrappato al freno a mano: ho informato il
mio superiore e ho chiesto di poter essere laicizzato. A testimonianza di questa mia decisione, potete
trovare gli atti della mia richiesta di laicizzazione in Vaticano.
Ho trovato il coraggio di parlare del mio passato alla mia fidanzata. La sua reazione è stata
violenta, disgustata. Per un po’ di tempo non ha voluto più vedermi. Poi ha imparato a fidarsi di me, a
credere che oggi sono una persona diversa. Se nei prossimi giorni le vicende che mi riguardano
dovessero diventare materiale per uno scandalo mediatico, mia moglie sarebbe preparata.
Chi non sarebbe preparato ad affrontare le conseguenze di una gogna pubblica è mia figlia, che
ha solo dodici anni e non sa niente del mio passato. È delle sue reazioni e del futuro del nostro rapporto
che più mi preoccupo in questo momento.
Da alcuni decenni ho fatto solo buone esperienze con i bambini. Non ho mai più usato violenza
contro nessuno di loro. Sono rimasto in contatto con alcune mie ex vittime. Con molte di loro mi sono
nel frattempo già confessato.
A scanso di equivoci, non intendo ammorbidire in nessun modo la mia posizione o sminuire le
mie responsabilità. Ho solo creduto che conoscermi un po’ meglio possa essere di aiuto ad alcuni di voi
per elaborare il passato. Quanto segue potrà sembrare patetico e banale, ma ci tengo comunque a dirlo:
mi dispiace per quello che ho fatto a te e agli altri bambini. E se ci riesci, ti prego di perdonarmi.
Santiago del Cile, 20 gennaio 2010.»
Sulla nostra conversazione cala il silenzio.
Chiedo a Katsch cosa ha provato quando l’ha letta.
«Ho sentito come una brezza fredda sfiorarmi la pelle. Non traspare alcuna empatia per le
vittime, niente che lasci intendere che abbia la minima idea di quello che ci ha fatto passare. Frasi
numerate, perfette, senza sentimento. Nessuna spiegazione, nessuna confessione onesta, niente che già
non sapessimo. È stata scritta da una persona a cui non importa niente delle vittime, ma solo di se
stesso e dell’immagine che gli altri hanno di lui. Emerge solo la preoccupazione per quello che
potrebbe accadere a lui e alla sua nuova famiglia.
In questa lettera non vedo altro che una nuova, grande opera di manipolazione. Chi non lo
conosce può anche pensare a una lettera onesta e d’impatto, perché non esita a riconoscere le proprie
responsabilità. Ma in quelle righe io non leggo altro che un gelido orgoglio per quello che è riuscito a
fare, nella completa immunità, a così tante persone. Poi, l’indicazione secondo cui si sarebbe
riavvicinato ad alcune vittime... Rieccolo in azione il grande manipolatore, così bravo a raccontare a
ciascuno di noi una versione diversa dei fatti.
Quando l’ho letta ho sentito che l’uomo nero era di nuovo qui, vicino a me.»
Il 22 settembre 2011, papa Benedetto XVI si reca in Germania per una visita ufficiale. Durante
il volo, il pontefice parla con i giornalisti: «Posso capire che, di fronte a crimini come gli abusi su
minori commessi da sacerdoti, se le vittime sono persone vicine uno dica: questa non è la mia Chiesa,
la Chiesa è una forza di umanizzazione e moralizzazione, e se loro stessi fanno il contrario io non posso
più stare con questa Chiesa».
In serata a Berlino, durante la messa celebrata davanti a 90.000 fedeli accorsi
all’Olympiastadion, Benedetto XVI tocca il tema per lui doloroso dei crescenti abbandoni del
cattolicesimo in Germania, spiegando che dipendono anche da «idee superficiali ed erronee» sulla
Chiesa, che non è e non deve essere solo «un’organizzazione» come tante altre.
Non è finita.
Il giorno successivo, la sera del 23 settembre, nel seminario di Erfurt, il papa incontra cinque
vittime di abusi sessuali commessi da sacerdoti e da persone legate alla Chiesa. Due donne e tre uomini
provenienti da diverse parti della Germania si trovano davanti un pontefice «commosso e fortemente
scosso» dalla loro sofferenza.
La sala stampa della Santa Sede dirama un comunicato:
«Il Santo Padre ha espresso la sua profonda compassione e il suo profondo rammarico per tutto
ciò che è stato commesso nei confronti loro e delle loro famiglie. Ha anche assicurato i presenti che a
quanti hanno responsabilità nella Chiesa sta molto a cuore affrontare accuratamente tutti i crimini di
abuso e impegnarsi a promuovere misure efficaci per la tutela di bambini e giovani. Papa Benedetto
XVI è vicino alle vittime e manifesta la propria speranza che Dio misericordioso, Creatore e Redentore
di tutti gli uomini, voglia sanare le ferite delle persone abusate e donare loro pace interiore».
Il Vaticano fa filtrare il clima «molto comunicativo, molto sereno» dell’incontro e imposta la
comunicazione sulla preoccupazione per lo scandalo pedofilia e per i suoi effetti che è sempre forte in
Ratzinger. Viene infatti sottolineata la sua opera di pulizia e di rinnovamento, da un lato attraverso la
pressione sulle singole conferenze episcopali, che sono state chiamate dalla Congregazione per la
dottrina della fede a redigere delle proprie linee guida su come affrontare e prevenire il fenomeno,
dall’altro attraverso gli incontri con le vittime, che sono un segno della vicinanza di Ratzinger a chi ha
subito un così grave delitto. La stampa evidenzia i precedenti: Stati Uniti (aprile 2008), Australia
(luglio 2008), Malta (aprile 2010) e Regno Unito (settembre 2010).
Ce n’è abbastanza per smentire le parole di Matthias Katsch durante il nostro incontro su
Ratzinger «trincerato dietro una cortina di silenzio». Ecco il suo commento a caldo:
«Per oltre diciotto mesi abbiamo cercato invano di entrare in contatto con le alte gerarchie
ecclesiastiche. Abbiamo letto sui giornali che il papa, durante la sua ultima visita in Germania, ha
incontrato alcune vittime di abuso. Questa è una buona notizia, e speriamo che questo incontro sia stato
per loro di aiuto morale.
Detto questo, ci rincresce che la nostra preghiera di poter intavolare un reale dibattito sulle
cause della violenza sessuale all’interno della Chiesa non sia stata ascoltata. Tanto meno abbiamo
ricevuto una risposta alla nostra richiesta di poter incontrare il papa. Ancora una volta la Chiesa si è
rivelata essere un’istituzione arroccata su se stessa, inespugnabile. Cercare un dialogo con essa
equivale a sbattere contro un muro.
Abbiamo letto sui giornali anche di come il papa si sia detto "profondamente toccato" da questo
incontro con le vittime. Siamo curiosi adesso di vedere se davvero Benedetto XVI nei prossimi tempi
riconoscerà una buona volta in maniera ufficiale le responsabilità della Chiesa di fronte alla sofferenza
di tanti bambini e giovani che hanno subito abusi da parte di suoi membri. Non si tratta infatti solo di
riconoscere la necessità di "estirpare alcune erbacce", come ha dichiarato durante la sua conferenza allo
stadio olimpico di Berlino. Si tratta piuttosto di rimettere in discussione tutte quelle strutture di potere
intimamente connaturate alla Chiesa che favoriscono le violenze e il loro insabbiamento.
Rimango cattolico perché credo che la comunità con Dio sia raggiungibile solo facendo parte di
una comunità di fedeli. Ma mi dispiace molto vedere come la Chiesa, invece di sfruttare l’occasione per
crescere, migliorare, rinnovarsi, non faccia altro che stare sulla difensiva. L’attuale crisi in cui la
Chiesa versa non si risolverà fino a quando essa non rimetterà radicalmente in discussione le proprie
strutture fondanti».
Diciannove
A distanza di poche settimane dalle rivelazioni sul Canisius-Kolleg, lo scandalo pedofilia si
allarga e investe diversi istituti scolastici dei gesuiti. Il primo a essere travolto è uno dei più rinomati di
tutta la Germania: l’Aloisiuskolleg di Bad Godesberg, un sobborgo di Bonn.
Una commissione di inchiesta indipendente guidata dalla giurista e sociologa Julia Zinsmeister
indaga per alcuni mesi su tutti i presunti casi di abusi registrati nella scuola a partire dagli anni
Cinquanta. Il lavoro si conclude con la pubblicazione di un dossier di oltre 230 pagine: cinquantotto
studenti, maschi e femmine, sarebbero stati oggetto di violenze sessuali e umilianti punizioni corporali
nel periodo che va dal 1950 al 2008. Gli aguzzini sono ventitré, tutti membri del corpo insegnante:
diciotto sacerdoti gesuiti e cinque laici. In particolare, padre Georg sarebbe responsabile di abusi ai
danni di trentuno ragazzi.
Si parla di punizioni draconiane, violazione sistematica della sfera intima, violenze fisiche e
morali. Gli studenti venivano costretti a correre nudi nella palestra della scuola. Una decina di sacerdoti
vengono indicati tra i più cattivi: a loro carico, accuse di percosse con tanto di pugni, mattoni, e ferri da
stiro.
Il rettore della scuola, padre Theo Schneider, si dimette subito dopo la pubblicazione del
rapporto.
Tra le vittime, un nome non passa inosservato: Miguel Abrantes Ostrowski, uno studente che
già nel 2004 aveva trovato il coraggio di denunciare le violenze subite in un libro dal titolo Sacro Pop.
Ein Schuljungen-Report ("Sacro Pop. Report di uno scolaro").
Sulla copertina, l’inquietante illustrazione di un bambino con i pantaloni abbassati colto
nell’atto di sodomizzare una pecora. Il contrasto tra l’innocenza evocata dal disegno "naïve" a pastello
e la crudezza della scena producono l’effetto di un pugno allo stomaco.
Nel suo libro, Miguel racconta senza peli sulla lingua gli abusi subiti da lui e da molti altri
studenti a opera di insegnanti pedofili.
Non senza una buona dose di humor nero, ricostruisce nel dettaglio la vita all’interno del
collegio gesuita. Racconta il suo calvario, iniziato in prima media, quando un padre gesuita gli intimò
di spogliarsi per mostrargli le sue parti intime. Un anno più tardi, lo stesso sacerdote lo ritrasse nudo in
alcuni scatti fotografici.
Il libro è uscito quando l’opinione pubblica tedesca non era ancora preparata a elaborare fatti
crudeli come quelli raccontati da Abrantes. Ecco perché la sua denuncia è rimasta inascoltata. Neppure
uno dei vecchi compagni di scuola ha trovato il coraggio di uscire allo scoperto. Soltanto un sacerdote
gli ha scritto una lettera privata con la quale gli ha chiesto perdono.
Bisogna aspettare qualche anno perché un altro vecchio studente apra la pagina internet
dedicata al libro e ci scriva un suo commento: «La realtà all’interno del collegio era ben peggiore. Dal
libro non si evince con quale sfacciataggine e disinvoltura la pedofilia venisse vissuta all’interno del
collegio. Tutti sapevano, nessuno faceva niente per impedire le violenze».
Nel corso degli anni, due studenti dell’Aloisiuskolleg si tolgono la vita.
La personalità di padre Georg, manipolativa, dispotica, carismatica, fa venire in mente ai
tedeschi un altro sacerdote che ha scosso le coscienze del mondo cattolico: Gerold Becker, l’ex rettore
della Odenwaldschule.
È l’aprile del 2010. Il rinomato istituto gesuita, situato nelle vicinanze di Francoforte e
considerato la miglior scuola tedesca, si appresta a festeggiare in pompa magna il suo primo secolo di
vita. Ma, poche settimane prima del tanto agognato e organizzato centenario, i tedeschi scoprono sui
giornali che anche questa istituzione cattolica, al pari del Canisius-Kolleg e dell’Aloisiuskolleg, è stata
per molti anni teatro di violenze psicologiche e sessuali a danni di minori. Non basta. I responsabili
dell’istituto hanno sistematicamente bloccato e insabbiato le denunce.
A pochi giorni dalla festa Margarita Kaufmann, la direttrice della scuola, spedisce una lettera ai
genitori degli alunni in cui paventa il rischio che anche l’Odenwaldschule finisca sotto il fuoco
incrociato dei media per lo scandalo degli abusi sui minori. Scrive che nei mesi precedenti ha parlato
con molti testimoni, studenti negli anni Settanta e Ottanta, che hanno confessato abusi e violenze. Lei
stessa li ritiene attendibili.
Le vittime tirano in ballo il rettore Gerold Becker e altri sacerdoti: la prassi dei risvegli
mattutini, gli interi fine settimana in cui venivano arruolati per incontri proibiti. Alcuni insegnanti
avrebbero addirittura prestato i loro "giocattoli sessuali" ad amici e conoscenti.
Si legge nella lettera della Kaufmann: «Le dimensioni del fenomeno hanno irritato e scosso la
scuola nel profondo».
Nel giro di poco tempo, circa centotrentadue vittime vengono allo scoperto e il numero dei
sacerdoti coinvolti sale a diciotto.
Il regista berlinese Christoph Röhl, anche lui ex studente della Odenwaldschule, nei giorni in
cui si sarebbe dovuto festeggiare il centenario si aggira con la telecamera nei corridoi deserti e
malinconici dell’istituto. Raccoglie almeno una decina di testimonianze e realizza un toccante
documentario dal titolo Und wir sind nicht die Einzigen, "E non siamo i soli".
Il film di Röhl ha un protagonista assoluto: il silenzio.
Il silenzio delle vittime.
Il silenzio di coloro che sapevano e hanno preferito far finta di nulla.
Il silenzio di chi ha messo tutto a tacere.
Le parole del regista: «Molte delle persone che hanno avuto sentore delle violenze non sono
state in grado di agire perché non hanno capito a livello emozionale di cosa si trattava. Questa è la cosa
che più mi preme cambiare con questo film».
Purtroppo, le accuse piovute sul corpo insegnante della Odenwaldschule non sono un fulmine a
ciel sereno.
In un articolo pubblicato dalla «Frankfurter Rundschau» nel 1999, quattro ex studenti lanciano
le prime pesanti accuse di pedofilia contro Gerold Becker. Uno di loro afferma di essere stato abusato
dal rettore in almeno quattrocento occasioni.
Becker reagisce con parole che hanno questo significato: in questo momento non sono
concentrato a dovere per rispondere ad accuse così gravi. Il religioso è consapevole della sua forza e
della sua intoccabilità. Si sente potente al punto di potersi permettere di glissare e non smentire
dichiarazioni così infamanti. Infatti la sua fama di grande pedagogo non viene macchiata.
Tutt’altro. Becker partecipa a talk show e trasmissioni radiofoniche in qualità di esperto di
educazione. Pubblica libri di pedagogia, come quello per l’infanzia dal titolo Il corpo.
Nell’introduzione si legge questa frase: «La scuola trascura da troppo tempo l’importanza del corpo dei
bambini e dei ragazzi».
In seguito, Gerold Becker verrà colpito da una grave malattia.
Venti
Lo scandalo dei preti pedofili non è solo una prerogativa tedesca, ma finisce per occupare le
prime pagine dei giornali di tutta Europa.
Il 2010 è un anno nero per la Chiesa.
Rabbia, delusione, paura, diffidenza nei confronti dell’istituzione cattolica. Sono sentimenti che
investono anche la Francia, dove si registra un fatto senza precedenti: Pierre Durieux, direttore della
comunicazione della diocesi di Lione, prende carta e penna e scrive una lettera aperta a un prete
pedofilo che finisce in prima pagina sul quotidiano «Le Monde» del 23 marzo.
Una presa di posizione forte, vibrante, emozionante, scritta quasi di getto, che scuote l’ambiente
ecclesiale e l’opinione pubblica.
Eccola:
«Ce l’ho con te. Ce l’ho con te perché hai ferito dei bambini, la loro persona, la loro affettività,
la loro sessualità, la loro identità. Ce l’ho con te perché hai tradito la tua tripla vocazione di uomo,
cristiano e prete.
Io sono un padre di famiglia e, se tu avessi toccato il mio bambino, avrei avuto voglia di farmi
giustizia da solo, di vendicarlo, forse di ucciderti.
Benedetto XVI nella sua lettera alla Chiesa d’Irlanda del 19 marzo ti ha consacrato un paragrafo
intero. Senza giri di parole egli scrive: "Voi dovete rispondere di ciò sia davanti a Dio Onnipotente sia
davanti ai tribunali appositamente costituiti". Non credo che una parte di questa frase sia meno
importante dell’altra.
In questi ultimi tempi sei stato talmente presente nei media che le tre "P" della Quaresima,
prière, pénitence, partage [preghiera, penitenza, condivisione], sono state rimpiazzate dalle tre "P" del
sospetto: prêtre peut-être pédophile [prete forse pedofilo]. Per sempre e per tutti, l’espressione prete
pedofilo dovrebbe essere una contraddizione. Per oggi e per molti è diventata un’evidenza.
Il fatto che il sacerdozio susciti il sospetto non è cosa nuova. Ma oggi i casi come i tuoi sono
divenuti tali che potrebbero riuscire in ciò che nemmeno i secoli di persecuzione sono riusciti a
ottenere: affievolire la luce del Vangelo.
Ce l’ho con te. Ce l’ho con te perché mentre tu cadi sotto la luce dei riflettori, mille tuoi
confratelli restano in piedi nell’ombra. La loro fedeltà non mi consola della tua infedeltà. Ma la tua
infedeltà non annienta i loro sforzi. Come gli sforzi dei preti della mia diocesi, per esempio: poveri per
scelta, in mezzo a tanta povertà non scelta, servitori in mezzo alle nazioni, creatori di fraternità nei
quartieri, portatori di speranza, sentinelle della fede nel cuore delle nostre città e delle nostre campagne.
Sabato, il papa ti ha scritto: "Riconoscete apertamente i vostri errori, sottomettetevi alle
esigenze della giustizia, ma non disperate nella misericordia di Dio".
Ce l’ho con te ma voglio rispettarti, perché credo che Gesù sia venuto a guarire i malati e a
perdonare i peccatori. Voglio credere che la guarigione e la misericordia arrivino fino a te.
Ce l’ho con me. Perché forse sono responsabile in parte di quello che ti succede.
Non ho pregato per te. A volte ti ho criticato, spesso ti ho lasciato solo.
Benedetto XVI ha fatto un esame diagnostico chiaro della tua situazione e ti prescrive dei
rimedi efficaci, per un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.
L’uomo è peccatore, il cristiano non è migliore degli altri, il prete è fallibile. Ma la santità non è
un ideale impossibile. Preghiamo per avere dei preti, dei preti santi, dei preti secondo il cuore di Dio.
Prendiamoci cura dei nostri preti. Saremo allora felici di dire con Jean-Marie Vianney: "Un
buon pastore è il tesoro più grande che il buon Dio possa dare a una parrocchia e uno dei doni più
preziosi della divina misericordia"».
Dopo aver letto questa lettera, provo a contattare Pierre Durieux.
Cerco su internet il sito della diocesi, trovo il numero di telefono, chiamo, chiedo di lui. Me lo
passano subito. Ha una voce calma, il tono basso e sinuoso che caratterizza spesso la voce dei
sacerdoti. Lui tuttavia non è un prete, ma una sorta di "organizzatore e addetto stampa" di tutte le
attività della diocesi di Lione.
Gli chiedo subito il perché di quella lettera. Durieux dice che voleva rompere il silenzio.
Squarciare quel velo di tacita indignazione che sembrava attanagliare le coscienze dei fedeli. Mettere il
tema al centro del dibattito. Scoprire le carte per rompere ogni tabù, per comprendere e affrontare il
problema, senza vergogna.
Mi interessa capire le peculiarità del fenomeno in Francia, soprattutto alla luce di quella
rinomata laicità che prevede una netta distinzione tra organizzazione dello Stato e credo religioso.
Pierre Durieux dice che la Francia del 2010 è risultata più preparata ad affrontare la questione
Chiesa e pedofilia in tutte le sue implicazioni. Questo perché i primi scandali, scoppiati negli anni
Novanta, hanno insegnato molto. Sia ai fedeli, sia al clero. E mi cita il caso Bissey-Pican, che aveva
suscitato indignazione non soltanto per i misfatti del sacerdote, ma anche e soprattutto per il silenzio
del suo superiore che lo aveva coperto.
La storia è questa.
Nel settembre 1998, padre René Bissey, cinquantacinque anni, viene arrestato con l’accusa di
aver violentato una dozzina di ragazzini sfruttando il rapporto di amicizia e fiducia che intratteneva con
le loro famiglie.
L’attenzione della magistratura non si concentra solo su di lui, ma investe anche il superiore,
monsignor Pierre Pican, colpevole di aver taciuto i crimini del sacerdote e di non averlo denunciato alla
giustizia.
Alla base di quest’accusa, le testimonianze di alcuni genitori dei bambini abusati, che
affermavano di aver lanciato l’allarme un paio d’anni prima. Tanto che Bissey era stato convocato in
diocesi, aveva confessato le sue tendenze pedofile e come punizione era stato spedito in una casa di
riposo. Ma dopo sei mesi Bissey era stato reintegrato in un’altra diocesi, addirittura con il compito di
occuparsi dell’Azione Cattolica.
Ecco perché la vicenda investe l’istituzione ecclesiastica. Monsignor Pierre Pican, vescovo
della diocesi di Bayeux-Lisieux, finisce sotto indagine e viene condannato a tre mesi di prigione. Era
dai tempi della Rivoluzione francese che un vescovo non restava impigliato nelle maglie della giustizia
penale.
Il caso suscita un polverone. Il porporato si è attenuto al segreto della confessione? Oppure
voleva soltanto proteggere la Chiesa dallo scandalo?
I media aprono diverse questioni, l’opinione pubblica si divide tra chi difende il segreto
professionale e chi ribatte che è molto più importante proteggere le vittime ed evitare che possano
essere commessi nuovi crimini.
In questo clima, i vescovi francesi si riuniscono e scrivono un libro con delle linee guida
indirizzate a tutti gli educatori religiosi per aiutarli a prevenire e combattere la pedofilia. Il titolo è
Lottare contro la pedofilia.
Pubblicato nel 2002 e ristampato nel 2010 grazie alla collaborazione delle più grandi case
editrici cattoliche francesi, l’opuscolo si pone come obiettivo quello della ricerca della verità. Nella
parte introduttiva si legge: «Ormai nessun gruppo, nessuna istituzione e nessun movimento può negare
o dissimulare i fatti. La Chiesa cattolica ha assunto il suo impegno con fermezza. Il passaggio per la
prova della verità non è negoziabile: si impone. Cosa che non esclude, bisogna ricordarlo, una grande
prudenza nella ricerca della verità».
Poi si spiegano i fondamenti del diritto canonico e della legislazione francese. Ma la parte più
consistente è riservata alla psicologia, ovvero ai comportamenti a rischio e a quelli che possono essere
sintomatici di un malessere, da parte di un educatore come da parte di un bambino.
Questi avvenimenti, secondo Pierre Durieux, hanno armato la Francia meglio degli altri paesi
nella lotta contro la pedofilia all’interno della Chiesa cattolica.
Lui dice di essere fiero del comportamento del suo vescovo, monsignor Philippe Barbarin,
sempre chiaro e deciso nell’affrontare temi così spinosi.
Come prova della trasparenza e della bontà dell’operato del capo della diocesi di Lione,
Durieux mi invia due documenti.
Il primo è la registrazione di un intervento di monsignor Barbarin ai microfoni della radio Rtl
del 18 novembre 2010, in cui il prelato ringrazia le vittime degli abusi che con grande coraggio sono
riuscite a rompere il silenzio.
Il secondo è un’inchiesta giornalistica realizzata sotto copertura, sempre nel 2010, da alcuni
colleghi della testata «Mag2 Lyon».
Fingendo di essere vittime di pedofilia da parte di preti, i giornalisti entrano in confessionale e
registrano le risposte, le reazioni e i consigli dei sacerdoti.
In effetti l’atteggiamento di monsignor Barbarin è adamantino. Gli va riconosciuto. Anche se
alla fine c’è qualcosa che non mi torna.
Ma prima leggiamo la sintesi dell’articolo dei colleghi francesi.
«Cattedrale di Saint-Jean, nel cuore del centro storico di Lione. Riesco a parlare con
l’arcivescovo in persona. Gli racconto che un prete ha abusato di me quando avevo dieci anni.
Con aria grave mi dice: "È orribile". Mi chiede chi è il colpevole, dico che non me la sento di
dirlo.
Gli chiedo se devo denunciarlo alla giustizia oppure no, visto che non voglio fare del male alla
Chiesa.
Senza esitare risponde: "La cosa più importante è lei stesso. Non bisogna che lei e le persone
che ama siano travolte da questo abisso. Deve poter amare in pace. È la sua missione, non può
continuare a torturarsi. Non bisogna che lei, il suo futuro marito e i suoi futuri bambini ne soffrano".
Mi consiglia anche di andare da uno psicologo per essere aiutata.
"La chiesa è determinata a lottare contro la pedofilia. Abbiamo inviato delle circolari a tutti i
nostri preti per sensibilizzarli. Anche se è un male per l’immagine della Chiesa, è un bene che questo
problema oggi sia riconosciuto. Ma non è solo la Chiesa a essere chiamata in causa, bisogna che anche
l’educazione nazionale e le famiglie si mobilitino. Bisogna che tutti siano coinvolti. Per un prete, un
servitore di Dio, la cosa peggiore è non poter aiutare.
Sì, lei deve denunciare l’accaduto. E pazienza se sarà uno scandalo in più, se può aiutare tutti.
Se lo denuncia lo interrogheranno, e questo è positivo, anche per lui, che almeno potrà smettere di
mentire".
Prima di salutarmi si raccomanda: "Metta le cose in ordine, perché è veramente un cancro che si
deve estirpare".»
Onore alla persona, al ruolo, alla dirittura morale di monsignor Philippe Barbarin, arcivescovo
di Lione.
Ma mi accorgo che Durieux mi ha inviato solo una parte dell’articolo. Allora contatto il
giornale «Mag2 Lyon» e chiedo l’intera inchiesta.
In effetti, non tutti i sacerdoti della diocesi registrati di nascosto sono stati all’altezza del loro
vescovo. Ecco alcune delle risposte:
«In ogni caso si tratta del passato».
«Interroghi la sua coscienza.»
«In merito alla denuncia penale,» racconta in questo caso la cronista «mi mette in guardia sul
pericolo di dover raccontare l’accaduto più volte e rischiare che ciò mi faccia di nuovo male.»
Stessa preoccupazione dell’ultimo prete:
«Bisogna essere pronti a cominciare una causa molto lunga e dolorosa».
...
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...
FINE Parte 3.